Prima Guerra Mondiale Archives - La Storia di Castel Bolognese https://www.castelbolognese.org/category/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/ Sat, 25 Jul 2026 12:58:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 A 110 anni dall’inizio della Grande Guerra https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/a-110-anni-dallinizio-della-grande-guerra/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/a-110-anni-dallinizio-della-grande-guerra/#comments Sun, 02 Nov 2025 17:15:05 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=12810 discorso di Andrea Soglia letto l’1 novembre 2025 presso la Chiesa di San Sebastiano 110 anni sono passati da quel 24 maggio del 1915 quando anche per l’Italia, cominciò (come la definì papa Benedetto XV) l’inutile strage. L’entusiasmo iniziale di tanti fanatici si sopì ben presto, e anche a Castel …

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discorso di Andrea Soglia letto l’1 novembre 2025 presso la Chiesa di San Sebastiano

110 anni sono passati da quel 24 maggio del 1915 quando anche per l’Italia, cominciò (come la definì papa Benedetto XV) l’inutile strage. L’entusiasmo iniziale di tanti fanatici si sopì ben presto, e anche a Castel Bolognese cominciarono ad arrivare tristi notizie dal fronte. Nella seduta consiliare del 7 settembre 1915 si rese omaggio ai primi caduti.
Anche nel nostro paese, alla propaganda degli interventisti, faceva da contraltare un’attività contro la guerra svolta dagli anarchici e dai socialisti: i primi con diffusione di volantini e di altra stampa, con scritte sui muri, con aiuti ai renitenti alla leva e ai soldati che non volevano tornare al fronte; i secondi con diffusione di stampa e con la parola in Consiglio Comunale. Inoltre molte altre persone, pur non essendo legate ad alcun partito, si proclamavano contrarie alla guerra. Alcune di loro furono anche arrestate per aver espresso, semplicemente, il loro pensiero e la loro compassione.
Il perdurare del conflitto, i lutti che colpirono molte famiglie castellane, e le restrizioni alimentari portarono ad altissimo livello il disagio della popolazione e nel 1917 avvennero a Castel Bolognese, come nel resto d’Italia, varie dimostrazioni popolari. La più forte di esse ebbe luogo il 19 agosto 1917: come attestano anche le carte di polizia dell’epoca, circa 1000 donne manifestarono in piazza, compatte, contro la guerra e il carovita, e undici donne furono arrestate (assieme a due ragazzini) e altre sedici denunciate a piede libero.
Non va dimenticata l’assistenza a tanti soldati feriti ricoverati nel nostro Ospedale e la generosa accoglienza ai profughi di Caporetto, oltre cento, che soggiornarono a Castello fra la fine del 1917 e il 1918 in attesa di tornare nelle loro case. 25 anni dopo lo stesso amaro destino toccò a tanti castellani.
Il 4 novembre 1918 la guerra finalmente terminò con la firma dell’armistizio e appresa la notizia la cittadinanza organizzò manifestazioni di esultanza: suono di campane, servizio pubblico della banda, corteo con fiaccole e tanta folla proveniente anche dalla campagna, breve discorso dell’assessore anziano.
Castel Bolognese, però, aveva pagato un alto tributo di vite umane, con 115 morti per ferite o per gravi malattie contratte in trincea o in prigionia, numerosi mutilati e feriti e anche alcuni traumatizzati psichici che all’epoca, senza troppi riguardi, finirono internati in manicomio. E tanti ragazzi, che si erano ammalati durante la Guerra, morirono negli anni immediatamente seguenti al 1919, senza nemmeno vedersi riconosciuti come caduti per la patria perché non erano morti sufficientemente presto. E non vanno dimenticate tante morti indirette: madri e padri affranti dalla perdita dei figli, lavoratori che si erano sovraccaricati di fatiche per sopperire all’assenza di familiari e amici.
Alcuni soldati castellani si distinsero per atti coraggiosi, e furono decorati al valore. Fra loro il contadino Francesco Rossi, medaglia d’oro al valor militare, morto per salvare il proprio comandante.
I nomi dei caduti sono ricordati con due lapidi poste all’interno della chiesa di San Sebastiano (a cui sono aggiunti i nomi dei circa 35 soldati caduti nella Seconda guerra mondiale) e con un albero dedicato nel Parco delle rimembranze. Potremmo parlare a lungo di loro, dal giovane e promettente poeta e calciatore al maestro elementare, dal contadino padre di famiglia al giovane garzone di campagna, dal geniale tipografo al giovane fornaio, dal commerciante d’olio al laureando in fisica. Di tanti sappiamo solo i nomi e i dati anagrafici. Ognuno ha avuto una propria storia, c’era chi era andato con convinzione a combattere per la redenzione della patria. C’erano tantissimi, invece, che furono sradicati dalle loro famiglie e mandati loro malgrado al macello, costretti a combattere per evitare di essere fucilati dai loro connazionali che li attendevano nelle retrovie. Le famiglie dei caduti furono gettate nella più profonda disperazione, perché al lutto per la morte di un caro si associava spesso anche la perdita della principale fonte di sostentamento. E le famiglie dei ragazzi dispersi si trovarono per tanto tempo ad attendere coloro che non sarebbero mai tornati, senza potersi nemmeno rassegnare e avere una tomba su cui poter piangere.
Ne facciamo parlare uno di questi ragazzi, perché le sue lettere sono giunte fino a noi. Era partito convinto per la guerra, ma ne rimase ben presto inorridito. Si chiamava Mario Cambiucci, aveva 20 anni, faceva il maestro elementare e si era iscritto all’Università di Bologna per perfezionarsi ulteriormente. Nel 2018 gli è stata conferita la laurea honoris causa alla memoria e dopo 100 anni ha avuto simbolicamente il riconoscimento che non aveva potuto raggiungere a causa della guerra.
Una settimana prima di morire, in attesa di andare in prima linea, Mario Cambiucci così scriveva:

Qua continua ad infuriare la battaglia, ma noi sentiamo fortunatamente questa lotta solo da lontano. Son rombi, boati immensi che soprattutto nella notte si distinguono chiari, numerosi, enormi e diffondono per l’aria un’eco che fa rabbrividire mentre lassù sulle colline squassate, insanguinate, macerate, arse è una ridda cupa di razzi, di lampi e di fiamme. Nella notte si guarda al Carso come alla bocca di un’orrenda, smisurata fornace e quando si pensa che milioni di uomini lassù, vegliano, vigilano ansiosamente, laceri, affamati e stanchi per settimane e mesi ininterrottamente e si azzuffano e si macellano, più che inorriditi si rimane stupefatti e ci si domanda per la millesima volta: “Ma perché mai tutto questo?”

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4 novembre 1921: anche Castel Bolognese rese omaggio al Milite Ignoto https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/4-novembre-1921-100-anni-fa-anche-castel-bolognese-rese-omaggio-al-milite-ignoto/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/4-novembre-1921-100-anni-fa-anche-castel-bolognese-rese-omaggio-al-milite-ignoto/#respond Wed, 03 Nov 2021 20:10:59 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=9215 a cura di Andrea Soglia La salma del Milite ignoto fu scelta fra 11 salme di altrettanti soldati sconosciuti morti in diverse località del fronte italiano. Ad effettuare la designazione, il 28 ottobre 1921, nel corso di una toccante cerimonia nella basilica di Aquileia, era stata la madre di uno …

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a cura di Andrea Soglia

La salma del Milite ignoto fu scelta fra 11 salme di altrettanti soldati sconosciuti morti in diverse località del fronte italiano. Ad effettuare la designazione, il 28 ottobre 1921, nel corso di una toccante cerimonia nella basilica di Aquileia, era stata la madre di uno dei circa 650.000 militari morti durante la Grande Guerra.
La bara prescelta, inserita successivamente in una cassa speciale, fu posta su un carro ferroviario (con affusto di cannone) che faceva parte di un treno speciale. Dopo aver attraversato mezza Italia, fra continue ali di folla, il treno arrivò a Roma il 2 novembre 1921.
Il 4 novembre successivo, caricata su un affusto di cannone, la bara del Milite ignoto fu trasportata all’Altare della Patria, dove fu sepolta, accompagnata dal saluto militare.
Concomitanti alla grande commemorazione di Roma si ebbero eventi solenni anche in tante altre città d’Italia: il 4 novembre 1921 era stato dichiarato festivo in tutta Italia e dedicato alla “celebrazione delle onoranze al soldato ignoto”.
Anche a Castel Bolognese si svolse una partecipatissima commemorazione, una cui cronaca fu riportata su Il Lamone del 13 novembre 1921:

“Commemorazione del milite ignoto. La Società Reduci Patrie Battaglie con pubblico manifesto si era presa l’iniziativa della commemorazione del Milite Ignoto. 
Venerdì mattina 4 novembre nella Piazza Bernardi si è formato il corteo al quale ha partecipato un numero insperato di cittadini e moltissime signore e signorine. Hanno partecipato i Reduci e le scuole elementari con bandiere, un numeroso gruppo di ex combattenti con corona.
I repubblicani in gruppo serrato si sono uniti al corteo portando una corona di alloro e foglie di quercia con nastro avente la seguente scritta: “I repubblicani a tutti i caduti nella guerra d’Italia 1915-1918”.
E’ stata una manifestazione semplice, assolutamente scevra di ogni carattere ufficiale e perciò oltremodo commovente.
E’ la prima volta che il paese ha ricordato in modo degno e lodevole i suoi numerosi caduti. I combattenti suonarono a distesa il campanone della torre”.

Il fatto che fossero stati i combattenti a suonare la campana grossa della torre civica e non la persona preposta a farlo, è spiegato da quanto riporta la cronologia pubblicata sul volume Il movimento cattolico a Castelbolognese (1861-1945), che aggiunge dettagli alla cerimonia castellana:

“4 novembre 1921. Onoranze al soldato ignoto in S. Petronio: attorno al tumulo drappello di carabinieri in alta uniforme. Segue il corteo al cimitero accompagnato dal suono delle campane di tutte le chiese, mentre fa silenzio il campanone del Municipio. Alcuni giovani di ritorno dal corteo si muniscono a viva forza delle chiavi della torre e salgono a suonare il campanone”.

Dall’anno successivo, e per lungo tempo, il Milite ignoto diveniva simbolo esclusivo della propaganda fascista.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Milite_Ignoto_(Italia)

Il Lamone, 13 novembre 1921

Il movimento cattolico a Castelbolognese (1861-1945), Castel Bolognese, 1983

https://www.lastampa.it/politica/2021/11/01/news/cento_anni_di_storia_e_di_libri_per_celebrare_l_uomo_che_unisce_senza_dividere_un_secolo_di_storia_per_il_milite_ignoto-371779/

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia (a cura di), 4 novembre 1921: anche Castel Bolognese rese omaggio al milite ignoto, in https://www.castelbolognese.org

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La chiamarono “Spagnola”: ma venne dal mare https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/la-chiamarono-spagnola-ma-venne-dal-mare/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/la-chiamarono-spagnola-ma-venne-dal-mare/#comments Wed, 03 Jun 2020 22:30:22 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=8379 Un promemoria che non andava dimenticato (neanche a Castel Bolognese) di Angelo Nataloni Poco più di cento anni fa la Grande Guerra stava per finire, ma un’altra era pronta ad incominciare: più subdola, più insidiosa, più difficile da combattere e in grado di fare più morti delle cannonate e degli …

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Un promemoria che non andava dimenticato (neanche a Castel Bolognese)

di Angelo Nataloni

Poco più di cento anni fa la Grande Guerra stava per finire, ma un’altra era pronta ad incominciare: più subdola, più insidiosa, più difficile da combattere e in grado di fare più morti delle cannonate e degli assalti ai reticolati. Contagerà e ammazzerà popolazioni già provate, indebolite e affamate. Sarà chiamata “influenza spagnola” o la “grande influenza”. Più atroce della peste del 1348, più assassina dell’Acquired Immune Deficiency Syndrome: AIDS (si dice abbia ucciso più persone in 24 settimane che l’AIDS in 24 anni) o di qualsiasi altra pandemia di cui si abbia memoria. Pur tuttavia, come vedremo più avanti, fu però sminuita durante la sua devastante diffusione e poi fatta cadere nell’oblio.

Ma andiamo con ordine. L’11 marzo 1918 in un sovraffollato campo di addestramento in Kansas (Stati Uniti) vengono ricoverati 107 pazienti per un attacco di influenza violentissima di cui non si conoscono le cause (sarà il primo focolaio ufficialmente riconosciuto) (1). In un tempo brevissimo, l’infezione si propaga a 26.000 persone alloggiate nelle baracche. Gli scampati vengono mandati a combattere in Europa sui vari fronti e diventano portatori sani del virus che si diffonde velocemente in tutto il mondo. La prima a parlarne fu la stampa iberica sia perché 100.000 madrileni si ammalano a maggio, tra i quali il re Alfonso XIII, sia perché essendo la Spagna neutrale durante la Prima Guerra Mondiale, la sua stampa non è soggetta alla censura di guerra. Negli altri Paesi il violento diffondersi dell’influenza viene deliberatamente tenuto occultato dai mezzi d’informazione, che semmai ne parlano come di un’epidemia circoscritta alla penisola iberica. Ecco quindi spiegato il nome tutto sommato errato di “influenza spagnola”. Del resto, anche il termine “influenza” è originario della Spagna: davanti alle febbri alte e alle polmoniti che portavano alla morte, gli scienziati medioevali iberici non trovarono altra spiegazione che parlare di “influenza del Diablo”. Dal canto loro, gli stessi spagnoli pensano invece che la nuova malattia arrivi dalla Francia e la chiamano “influenza francese”.
In trincea le baracche sono il terreno favorevole per il propagamento dell’epidemia. Particolarmente colpite sono da subito le truppe neozelandesi ed australiane in Gran Bretagna. Nell’esercito austriaco (Figura 1) l’incidenza della mortalità sarà quasi tripla rispetto all’esercito italiano: gli austriaci, impegnati su diversi fronti, sono esposti a più focolai. La loro dieta a base di carne (quando c’è), sebbene appaia più energetica di quella del nostro esercito, è invece carente di vitamine che noi italiani assumiamo grazie a maggiori quantità di frutta e verdura e che oggi sappiamo siano indispensabili a formare le difese immunitarie.

Sarà comunque un episodio complesso che durerà più di un anno tra il marzo del 1918 e l’estate del 1919, con delle ricadute durante il 1920 e il 1921. Tre fasi hanno scadenzato la pandemia iniziale: una prima, caratterizzata da un’elevata morbilità, con carattere moderato, ma molto contagiosa anche se relativamente “benigna”, che perdurerà dal marzo al luglio del 1918. I principali sintomi dell’infezione sono simili a quelli di altre malattie influenzali:
-insorgenza improvvisa della malattia;
-pronunciata sensazione di malattia in tutto il corpo, come mal di testa e dolori muscolari, mal di Schiena;
-stanchezza ed esaurimento, incapacità di concentrazione, apatia, brividi;
-tosse secca o tosse convulsa, talvolta accompagnata da grave irritazione della gola;
-febbre, con la temperatura che supera i 40 °C per un giorno o due;
-durata della malattia in media di tre giorni (meno frequentemente cinque o più giorni).
Nei casi più gravi, la polmonite si è verificata sotto forma di polmonite primaria da virus dell’influenza o sotto forma di polmonite secondaria da super-infezioni batteriche, a volte accompagnata da febbre emorragica in rapido sviluppo e da una colorazione nero-bluastra (cianosi) della pelle, risultante dalla mancanza di ossigeno. In pratica i polmoni si riempiono di liquido, diventano rigidi portando alla insufficienza respiratoria e conseguentemente alla morte in pochi giorni. A differenza di oggi non esisteva la ventilazione meccanica polmonare.

La seconda fase si diffonderà dall’Europa in tutto il mondo a partire dal mese di agosto 1918 e sarà quella devastante. Si tratta certamente della stessa influenza perché chi ha superato la prima ne risulterà immune, ma il ceppo è mutato in forma più micidiale con un tasso di letalità decuplicato. I primi sintomi sono sempre quelli classici appena citati, ma le complicazioni polmonari si moltiplicano e colpiscono soprattutto i giovani adulti (15-45 anni).
Una terza ondata interesserà di nuovo molti Paesi tra il febbraio e l’estate del 1919. Ma risulterà meno letale: probabilmente aveva subito una mutazione rapida verso una forma meno grave, un evento comune nei virus patogeni, poiché gli ospiti dei ceppi più pericolosi tendono a estinguersi.
I sopravvissuti sono contrassegnati da grave affaticamento ed esaurimento cronico, spossatezza prolungata, facilmente unita a depressione. Coloro che superano anche la polmonite dovranno affrontare una lunga e ardua convalescenza. A causa dell’infezione influenzale, molte persone soffriranno di disfunzioni neurologiche per il resto della loro vita.

Contagerà circa 500 milioni di persone (il 30% della popolazione mondiale che allora era 1 miliardo e 600 milioni). Il bilancio di vittime sarà terribile. Diversi studi lo collocano tra i 50 e i 100 milioni di morti (cica il 6% della popolazione) con enormi diversità da Paese a Paese (Figura 2). L’Asia pagherà il prezzo più alto con 30 milioni di morti, di cui 18 milioni in India: un impatto ancora incerto resta tuttora quello relativo alla Cina e al mondo ottomano, allora in completo degrado. In Europa, Russia compresa, si conteranno ufficialmente più di 3 milioni di morti di cui 250.000 in Francia e 700.000 in Italia, ma è più probabile 1.000.000 (2) (molti più della guerra stessa). Dilagherà in quasi ogni parte del mondo, dall’Artico alle remote isole del Pacifico (solo poche isole sperdute come Sant’Elena o le Samoa americane sfuggiranno al flagello).
In Italia il primo allarme viene lanciato a Sossano, provincia di Vicenza, in pieno agosto 1918, quando un capitano medico, dirigente del Servizio Sanitario dei reparti d’assalto, invita il sindaco a chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo. Scatta l’emergenza anche se si capisce in ritardo che non si tratta di tifo, ma della ben più terribile “Spagnola”. Milano è una tra le città più colpite: già nel settembre 1918 si registrano 850 decessi, 3.000 in ottobre, 800 in novembre, 900 a dicembre per un totale di 5.500 vittime in venti settimane. Le cifre del contagio in Italia sono impressionanti, una vera strage. Nel solo mese di ottobre, quello di maggiore diffusione e virulenza, muoiono oltre 240.000 persone. In settembre i decessi erano stati 78.000. A novembre passeranno a 120.000. Gli effetti appaiono devastanti nel Lazio, in Puglia e in Sicilia. La “Spagnola” colpisce più gli uomini delle donne anche se statisticamente le più vulnerabili di tutti sono le donne incinte con un tasso di mortalità compreso tra il 23% e il 71%. Non ci sono medici, il regime alimentare è poverissimo soprattutto di vitamine, essendo quasi tutta la frutta e la verdura destinata al fronte. Talvolta si muore ancora prima che venga formulata la diagnosi. Il sovraffollamento dei locali abitativi, dove si vive anche in venti di tre generazione, contribuisce alla diffusione della malattia. Per esempio, l’indice della mortalità tra i profughi sarà superiore quello della popolazione residente.
Al fronte si tace, se non altro perché siamo nel pieno dell’organizzazione della controffensiva del Piave. Ma fin da subito si presenta in maniera molto virulenta e il pericolo di contagio fa sì che i soldati ammalati siano trattati alla stregua di appestati, così come appare da questa testimonianza (un po’ sgrammaticata) tratta dal diario del soldato Silvio Piani di Imola, 7° Reggimento degli Alpini:

“Dopo un paio di settimane mi è venuta la febbre, eravamo in 2, ci anno portato alospedale da campo n. 305. Si anno messo nella camera mortuaria. Perché cera fuori delle febbre che si moriva in 2 giorni. Una rete senza materazzo con uno sporco cusino senza federa, e poi ci anno chiusi dentro a chiave. A me la febbre mi stava passando, ma al mio povero amico ci omemtava. Alla notte mi chiamava che voleva un po’ daqua, eravamo senza luce, o provato di acendere fiammiferi per vedere se ce nera, non ne ò trovato, o provato a batere nella porta ma nessuno mi a risposto. Ci sono andato li vicino e poi ciò detto – aqua non ce né – . Lui mi a risposto – adesso chiamo mamma – Dopo circa unora non a più detto nulla. Mi a fatto tanto piangere, era un mio amico, della mia classe di 19 anni. Quando alla mattina sono venuti à aprire la porta anno preso su il morto e poi sono andati a sepelirlo. Io senza dire nulla sono scapato e poi guardavo dietro che avevo paura che mi venissero a prendere. Il mio reparto era distante 2 chilometri, o fatto tutta una corsa. Alla mattina dopo sono tornato in trincea”.

Non riuscendo a trovare una cura efficace, l’unica precauzione (potendo) è rappresentata dall’immediata quarantena e dall’uso delle mascherine come documentato dalle tante foto dell’epoca (Figure 3-6). Vecchi e nuovi rimedi finiscono per incrociarsi. Superstizione e scienza si accavallano, ovviamente senza risultati. C’è chi consiglia come cura il tabacco da fiuto, chi impacchi di aceto bollente, chi zucchero nel latte bollente. Chi ancora birra, cognac francese, dentifrici e acqua di colonia (Figure 7 e 8).

Ma in Italia come ci comportammo? I dati di diffusione e mortalità ci dicono che riuscirono a proteggersi di più le popolazioni che erano state informate in modo corretto e tempestivo e che avevano assunto precocemente determinati comportamenti, come l’evitare raduni o l’adottare specifici accorgimenti igienici e di protezione, come per l’appunto le mascherine. Non potendo introdurre il distanziamento sociale in trincea (probabilmente molto gradito) e neppure il “lockdown”, in virtù del fatto che la produzione industriale era quasi a completo supporto della guerra, né tantomeno garantire una copertura sanitaria, dato che le risorse mediche erano riservate allo sforzo bellico, non restarono molte frecce al Governo italiano. Ma anche gli altri Paesi europei in guerra non fecero certo di meglio (tutti i Paesi belligeranti tesero a minimizzarla e a dare solo poche indicazioni comportamentali di massima). Alla popolazione civile le nostre autorità politiche rifiutarono di dare istruzioni generali, rimandando ai prefetti o ai Comuni il compito di chiudere scuole, teatri, cinema, negozi o sospendere eventi sportivi e vietare le commemorazioni ai defunti (Figura 9). Vari sindaci raccomandarono tra l’altro di non prestare libri, di non andare dal barbiere, di lavarsi spesso le mani con acqua e sapone, di arieggiare e ventilare case, laboratori, officine e uffici, di non portare a casa gli abiti da lavoro, di evitare gli agglomeramenti delle persone per le strade, nei veicoli e nei locali chiusi, di non frequentare gli ammalati, di evitare strette di mano! Insomma nulla di nuovo.

In pratica il Paese si fermò per mancanza di personale. Il numero dei malati era tale che le scuole non potevano più funzionare, le fabbriche giravano a rilento e nei campi i contadini si contavano appena. Le misure d’igiene, come la disinfezione dei treni, non venivano eseguite per mancanza di disinfettanti.

Per quanto riguarda nello specifico di Castel Bolognese le notizie riguardanti la “Spagnola” sono poche. Non dobbiamo mai dimenticare che la guerra e la povertà erano in quel momento i problemi più percepiti. Scrive don Garavini nelle memorie parrocchiali:
“Verso la fine della guerra, un po’ in conseguenza delle privazioni causate dal periodo critico e forse anche importata dalle truppe combattenti di così varie nazioni, in breve si diffuse nella nostra regione un’influenza epidemica detta “la Spagnola”. In molti casi era mortale; anzi i decessi avvenivano anche improvvisamente: certe persone si afflosciavano a terra e morivano in un baleno. Il morbo colpiva indistintamente tutte le età. Ne fu vittima anche una ventiduenne Figlia della Carità, addetta al servizio del nostro ospedale, morta il 16 ottobre 1918. Si chiamava suor Luisa al secolo Gentile Tramandoni. Per ordine dell’autorità sanitaria si presero subito rigorose misure profilattiche per circoscrivere l’epidemia e debellarla. Nelle chiese si dovevano spesso disinfettare il pavimento, i banchi e specialmente le grate dei confessionali con irrorazioni di creolina e lisoformio. Dopo qualche mese il morbo che in parecchi casi si mostrava anche in forma leggera, fortunatamente scomparve sollevando un po’ gli animi di tutti”.
Così come altrove anche alcuni soldati castellani contrassero il virus o morbo come lo chiamavano. E almeno due di loro morirono, debilitati dalle fatiche della trincea: Giuseppe Morini (figura 10), deceduto il 23 ottobre 1918 a Bologna, e Domenico Lanzoni (figura 11), spirato il 14 novembre 1918. Più fortunato il futuro scrittore Francesco Serantini che riuscì a guarire pur essendo stato in gravi condizioni.
Certamente morirono anche tanti civili di cui però abbiamo perso memoria e i cui nomi riaffiorano rileggendo le vecchie lapidi come la sorella di mio nonno Orsolina Minardi (Figura 12) di 20 anni, Domenico Borzatta di 28 anni (figura 13), Anna Galeati di 20 anni (figura 14) e, probabilmente, anche Giovanna Guidi di 53 anni, morta nel 1920 (figura 15). Grazie ad Alberto Mingotti (che si ringrazia per la segnalazione) scopriamo la storia della sua prozia Bartolomea Cimatti, deceduta a 23 anni nel 1918 (figure 16 e 17). E ancora morirono Maria Bassi, di 24 anni e Carolina Santandrea in Sangiorgi di 37 anni come testimoniano i due luttini conservati nell’archivio di Andrea Soglia.

Allora come ora si poteva contare sostanzialmente solo su mascherine e salubrità degli ambienti favorendo il riciclo dell’aria. Tuttavia non si rimase completamente inattivi, neppure sul fronte terapeutico e ci fu chi tentò di curare i malati di “Spagnola” con trasfusioni di sangue prelevato dalle persone guarite. L’analisi delle pubblicazione dei casi clinici fa rilevare che i pazienti affetti da trattati in questa maniera, hanno manifestato una riduzione importante del rischio di morte. Insomma già 100 anni fa si sosteneva che il plasma umano di convalescenti poteva essere un trattamento efficace, tempestivo e ampiamente disponibile.

Di lì a poco la guerra terminerà su tutti i fronti e subito dopo la “Spagnola” subirà un meccanismo di totale rimozione, occultata alla memoria dei popoli, in particolare da quelli europei, troppo impegnati ad occupare tutto lo spazio della memoria con i ricordi della conflitto appena concluso. Non si vuole più parlare di morte o almeno si preferisce ricordare soltanto le morti eroiche. C’è anche da dire che l’oblio si spiega con la sua apparizione atipica nella specifica storia delle epidemie e della salute. A quel tempo, soprattutto il mondo occidentale era nel bel mezzo di una transizione epidemiologica: si stava passando da una mortalità di origine principalmente infettiva (tubercolosi, dissenteria, morbillo, ecc.) a una mortalità per malattie degenerative (cancro, morbo di Alzheimer, ecc.). Con le regole d’igiene, dell’asepsi e delle nuove vaccinazioni ci si convinse di aver arrestato le grandi epidemie ancora estremamente mortali nel XIX secolo. Tuttavia, le autorità mediche e politiche si erano trovate impotenti di fronte all’epidemia di influenza. Non vollero quindi mantenere vivo il ricordo di un evento che fu per loro un completo fallimento.
Si è dovuto attendere la fine del XX secolo per far riemergere l’influenza del 1918-19 in termini di riferimento epidemico.
Sulla sua origine, sulle cause della sua virulenza e sul perché abbia colpito principalmente i giovani le ipotesi sono tuttora non unanimi e proprio di recente è uscita una nuova ricerca (Short KR, Kedzierska K, van de Sandt CE. Back to the future: lessons learned from the 1918 influenza pandemic) che ha compiuto una metaanalisi degli studi al riguardo. Solo oggi, infatti, (anche se non c’è consenso universale) possiamo classificare il virus influenzale della “Spagnola” come di tipo A, lo stesso che si evolve provocando la classica influenza stagionale. Gli studi condotti su campioni risalenti all’epoca della “Spagnola” dimostrerebbero che il virus avrebbe avuto origine prima del 1918 quando un virus H1 umano acquisì la neuraminidasi aviaria N1 e i geni delle proteine interne. Tutti gli 8 segmenti genetici sarebbero derivati da un virus aviario che, compiendo un “salto di specie”, si sarebbe adattato all’uomo acquisendo anche una eccezionale capacità di trasmettersi da persona a persona. Purtroppo l’atipicità dei sintomi fece sì che all’inizio a molti malati non fosse neanche diagnosticata una influenza, ma qualche altra malattia contagiosa. Le perdite di sangue dal naso e dalla bocca, che oggi sappiamo essere dovute alle complicazioni polmonari, fuorviarono molti medici. E, infatti, molti morti, se non la maggioranza, furono causate da queste emorragie polmonari. Certamente in molti casi la causa di decesso fu una polmonite batterica secondaria, come d’altronde avviene in molte influenze. Un gruppo di ricercatori, recuperando il virus dai corpi di vittime congelate, ha scoperto che la trasfezione negli animali causa una rapida insufficienza respiratoria progressiva e la morte attraverso una vera e propria “tempesta di citochine”. Sappiamo che queste sostanze sono normalmente prodotte dalle nostre difese immunitarie, ma un rilascio sproporzionato può causare una reazione immunitaria polmonare eccessiva e di conseguenza determinarne quelle complicanze letali che abbiamo visto. Giovani in buona salute e con un sistema immunitario molto robusto possono avere tempeste di citochine più facilmente di persone con un sistema immunitario debole, come per esempio gli anziani. E in effetti la maggioranza dei morti di “Spagnola” si contò in adulti sotto i 65 anni e più della metà tra i 20 e i 40 anni.
Una volta ritrovato e ricostruito il virus responsabile della “Spagnola” le proprietà che lo hanno reso così devastante sono state meglio comprese. Studi più recenti basati principalmente su referti medici originali del periodo della pandemia, hanno rilevato che l’infezione virale non era molto più aggressiva di altre influenze precedenti, ma che le circostanze speciali (guerra, malnutrizione, campi medici e ospedali sovraffollati, scarsa igiene) contribuirono ad una superinfezione batterica. Quando una persona infetta starnutisce o tossisce, più di mezzo milione di particelle virali possono essere diffuse nelle vicinanze. Gli alloggi sovraffollati e i massicci movimenti delle truppe impegnate in guerra affrettarono la pandemia e accelerarono la trasmissione e la mutazione del virus, provocando un tasso di mortalità probabilmente più alto del dovuto (3). Una maggiore letalità acuita anche dalla modalità in cui si viveva nel periodo bellico: nella vita civile la selezione naturale favorisce i ceppi di virus miti. Quelli che si ammalavano seriamente rimanevano a casa e coloro che erano solo lievemente malati continuavano con le loro vite, diffondendo una malattia non grave. Nelle trincee la selezione  naturale risultava invertita: i soldati che avevano contratto una forma leggera rimasero dov’erano, mentre i malati gravi venivano inviati su treni affollati verso ospedali da campo altrettanto affollati, diffondendo il virus più letale. Insomma, una concatenazione di cause tali che la malattia ridusse talmente tanto l’aspettativa di vita di inizio XX secolo che, nel primo anno dal diffondersi della pandemia, risultava diminuita di circa 12 anni.
Nonostante la diffusa convinzione che le pandemie non guardino in faccia a nessuno e che colpiscano ricchi e poveri in ugual modo, purtroppo questa è solo una mezza verità: le classi più povere erano anche le più fragili considerando le condizioni di vita, nutrizione, igiene e salute. Alcuni studi hanno addirittura individuato una correlazione positiva tra il tasso di mortalità per “Spagnola” e analfabetismo. Tuttavia, paradossalmente, anche “l’influenza spagnola” ebbe un bicchiere mezzo pieno: la virulenza della malattia determinò la scomparsa delle pandemie influenzali per i successivi 40 anni a causa dell’immunizzazione di gran parte della popolazione sopravvissuta.
Forse alla luce di quanto sopra, partendo da peste, vaiolo e colera fino alla “Spagnola”, diventano più comprensibili le recenti epidemie di AIDS, mucca pazza e SARS (Severe Acute Respiratory Ryndrome). In sintesi un microorganismo è la condizione necessaria, ma non sufficiente, alla manifestazione di una malattia infettiva. Affinché questa si manifesti è necessario qualcosa d’altro. Questo qualcosa è dovuto a cause socio-ambientali (psicologiche, relazionali, affettive, sessuali, lavorative, economiche, igieniche, spirituali). Alcune hanno un maggiore impatto sulle ineguaglianze nella salute come il reddito, l’educazione, la sicurezza, la casa, l’ambiente di lavoro, la socializzazione e i trasporti, altre hanno un’influenza più ristretta come i singoli stili di vita.
A questo punto però chi si aspettasse un parallelismo tra “influenza spagnola” e Coronavirus o COVID-19, come oramai tutti hanno imparato a conoscerlo, resterà deluso. Fatta eccezione per i sintomi dell’influenza o le complicazioni polmonari, i paragoni si fermano lì, tanto i contesti, i tempi, le terapie e le proporzioni (almeno per ora) sono distanti. Le valutazioni e le statistiche cliniche per essere credibili non possono fondarsi solo su qualche mese.
Tuttavia, in conclusione occorre fare almeno una considerazione. La storia è contraddistinta da due insidie opposte: fare del passato tabula rasa o avere il passato come unico orizzonte. La memoria collettiva è un processo selettivo. È un costrutto individuale e collegiale in cui le crisi equivalgono a periodi d’insegnamento che, se interiorizzati, ci aiutano a vivere meglio quelle successive. Ma chi non tiene conto della storia è destinato a ripetere gli stessi errori.

BIBLIOGRAFIA

1. Norme igieniche individuali. La Stampa, 4 ottobre 1918
2. Tognotti E. La spagnola in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo. Franco Angeli Editore, Milano, 2002
3. Johnson NPAS, Muller J. Updating the accounts: global mortality of the 1918-1920 – Spanish influenza pandemic. Bull Hist Med 2002; 76 (1): 105-115
4. Crosby AW. America’s forgotten pandemic: the influenza of 1918. Cambridge University Press, New York (USA) 2003
5. Pittalis E. La Grande Guerra di Giovanni (l’Italia al fronte: 1915-1918). Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 2006
6. Nataloni A, Soglia A. Castellani oltre il Piave: la memoria e il ricordo. Edizione EDIT Faenza, 2006
7. Short KR, Kedzierska K, van de Sandt CE. Back to the future: lessons learned from the 1918 influenza pandemic. Front Cell Infect Microbiol 2018; 8 (8): 343.
8. Nataloni A, Zanotti B. La chiamarono spagnola, ma venne dal mare: un promemoria che non andava dimenticato. Journal Progress in Neuroscience, Topics, suppl. 1, 23-30, 2020
9. Grandi P. Il lazzaretto di Castel Bolognese, La storia di Castel Bolognese, www.castelbolognese.org. 2020

NOTE

(1) Albert Mitchell, cuoco di una compagnia dell’esercito, si recò all’infermeria di Camp Funston nel Kansas (un campo satellite di Fort Riley), lamentandosi di un leggero mal di testa, un lieve mal di gola, perdita di appetito, dolore muscoli e febbre di basso grado. Sebbene gran parte degli storici più accreditati, come Alfred W. Crosby e John Barry, hanno convenuto che la “Spagnola” abbia avuto origine in America, altri hanno ipotizzato che l’influenza sia nata in Asia orientale. In particolare Claude Hannoun (principale esperto dell’epidemia per l’Istituto Pasteur di Parigi) ha affermato che probabilmente si trattava di un virus proveniente dalla Cina, mutato negli Stati Uniti, vicino a Boston, per poi diffondersi in Europa. Ma certezze non ne avremo mai.
(2) La numerosità e la forbice devono necessariamente essere presi con beneficio d’inventario. La pandemia si è diffusa in anni in cui gli strumenti di raccolta dati per calcoli epidemiologici e di statistica medica erano tendenzialmente incoerenti e di dubbia validità, accuratezza e solidità.
(3) Per questi motivi la mortalità fu minore nei Paesi neutrali proprio come la Spagna.

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I “non caduti” per la Patria: la Grande Guerra continuò ad uccidere tanti giovani anche vari anni dopo la sua fine https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/i-non-caduti-per-la-patria-la-grande-guerra-continuo-ad-uccidere-tanti-giovani-anche-vari-anni-dopo-la-sua-fine/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/i-non-caduti-per-la-patria-la-grande-guerra-continuo-ad-uccidere-tanti-giovani-anche-vari-anni-dopo-la-sua-fine/#respond Sun, 08 Jul 2018 15:28:37 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=6481 di Andrea Soglia I loro nomi non sono scolpiti sulle lapidi dedicate ai caduti nella chiesa di San Sebastiano e non compaiono nel “volumone” dedicato all’Emilia-Romagna della serie “Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918, Albo d’oro”. Eppure erano ritornati dal fronte stremati dal lungo servizio e con la salute fisica …

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di Andrea Soglia

I loro nomi non sono scolpiti sulle lapidi dedicate ai caduti nella chiesa di San Sebastiano e non compaiono nel “volumone” dedicato all’Emilia-Romagna della serie “Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918, Albo d’oro”. Eppure erano ritornati dal fronte stremati dal lungo servizio e con la salute fisica definitivamente compromessa. Sarebbero rientrati a pieno diritto nell’elenco dei caduti per la Patria, per malattie contratte durante la guerra, se fossero morti entro l’anno 1919. E invece sono morti pochi mesi o pochi anni dopo, trascorsi senz’altro in modo sofferto e quindi, per una beffa del destino, rientrano fra quelli che potremmo definire i “non caduti” per la Patria.
Di alcuni di loro si era parlato nel volume “Castellani oltre il Piave”; di altri abbiamo trovato notizia solo successivamente, soprattutto tramite alcune memorie funebri emerse nell’archivio di Pier Paolo Sangiorgi (e qui ribadiamo ulteriormente l’importanza di conservare queste testimonianze storiche che purtroppo molti tendono a distruggere). Non ci resta che raccontare brevemente le loro storie e, quando possibile, dare loro un volto. Siamo comunque consapevoli che tante altre storie ci saranno sfuggite, ma quelle reperite sembrano ampiamente sufficienti a documentare il fatto che anche a Castel Bolognese la Grande Guerra continuò ad uccidere giovani vari anni dopo la sua fine e a gettare nel lutto numerose famiglie che spesso rimanevano pure senza la loro guida e non si vedevano nemmeno riconosciuta una pensione di guerra perché i loro congiunti erano morti “troppo tardi”.

Giuseppe Frontali era nato a Casola Valsenio il 23 luglio 1876 e viveva nella parrocchia di Biancanigo. La memoria funebre ci racconta che “travolto nei vortici della guerra, fu intrepido soldato e valoroso e, quando dopo la vittoria poté dal fronte ritornare fra le domestiche mura, rivedere la vecchia madre, riabbracciare l’adorata consorte, i figli diletti, un’onda di gioia brillò nel suo volto. Ma qual gioia mai quaggiù è duratura? Le lunghe veglie, le molteplici sofferenze della guerra ne avevano fiaccato la fibra virile: la sua fronte più non apparve serena, il suo labbro più non sorrise finché un’emorragia cerebrale il 24 novembre 1919 lo travolse nella vita seconda“. Pur essendo morto nel 1919 evidentemente la causa della sua morte non fu ritenuta dipendente dal servizio: era un’epoca in cui non si poneva la giusta attenzione ai traumi psichici e alle loro devastanti conseguenze sul fisico di una persona.

Giuseppe Pompignoli era nato a Castel Bolognese l’8 marzo 1876. Viveva nella parrocchia di Biancanigo. Morì a 44 anni. Ecco cosa ci tramanda la memoria funebre: “Nella ancor verde età di 44 anni, fra lo schianto della sposa Maria Montanari e di cinque teneri figli, Giuseppe Pompignoli dopo lunga e penosa malattia sopportata con cristiana rassegnazione, munito dei conforti religiosi della Fede, è spirato serenamente all’alba del 28 febbraio 1920. Operaio onesto ed intelligente amò il lavoro e visse solo per la sua famiglia alla quale lascia il retaggio di un nome intemerato. Egli pure fu di quelli che diedero il loro braccio alla Patria nella lunga ed aspra guerra Europea“. Pur non essendoci un esplicito riferimento ad una malattia contratta durante il servizio militare, viene molto facile pensare ad una correlazione fra la prematura scomparsa e le fatiche di guerra.

Andrea Casadio era nato a Castel Bolognese il 3 giugno 1900. Viveva nella parrocchia di Biancanigo. Morì ad appena 20 anni. La memoria funebre così recita: “Venti primavere ti aleggiarono sulla candida fronte senza lasciarti un sorriso ottimo Andrea. Dei campi assiduo lavoratore, fra il fragore delle armi ardito soldato e valoroso, grande nei nobili affetti di figlio e di fratello, per l’indole aperta e soave agli amici carissimo, spento all’ultimo crisma l’11 luglio 1920“.

Francesco Valdrè era nato a Castel Bolognese il 10 dicembre 1899. Viveva nella parrocchia di Biancanigo. Morì a 21 anni. Ecco il testo della memoria funebre: “Pace eterna all’ottimo Valdrè Francesco passato nella vita seconda all’alba del 17 febbraio 1921 di sua età vigesimoprimo. Fra le domestiche mura all’ombra di religiosi attenti genitori fin dai teneri anni visse fra i compagni modello di cristiane virtù mai vittima dell’impura fiamma del secolo carattere adamantino il bene operò non intimidito da umani riguardi neppure dinanzi allo scherno. Nelle fatiche dell’immane guerra Europea colpito da lento inesorabile morbo come tenero fiore non resistente alla furia della bufera rassegnato sereno piegò il capo all’ora suprema l’intime sofferenze celando col sorriso ai trepidanti genitori. Anima eletta or godi nell’eterno riso ai mesti genitori, sorelle, parenti impetra benefica virtù di conforti“.

Serafino Morsiani (Serafè d’Casana), era nato a Castel Bolognese il 18 (?) giugno 1882. Viveva nella parrocchia del Borello. Morì il 27 febbraio 1921 a 38 anni per i vari stenti patiti durante la prigionia e dai quali non riuscì a riprendersi nemmeno a guerra finita. Lasciò una vedova e cinque figli, uno dei quali nato postumo.

Vittorio Onestini, nato a Casalfiumanese il 23 luglio 1897 morì a 24 anni il 22 giugno 1921. Dopo la guerra faceva il ferroviere e risiedeva nella parrocchia di Casalecchio dove il padre svolgeva la professione di mugnaio. E’ sepolto nel cimitero di Castel Bolognese e il testo della lapide posta sulla sua tomba ci racconta la sua storia: “A imperituro ricordo di Onestini Vittorio, cittadino e soldato, che seppe compiere il proprio dovere, salda esistenza recisa da morbo inesorabile contratto alla fronte, rapito giovanissimo all’affetto inconsolabile dei genitori, dei parenti, degli amici e di tutti i buoni“.

Giulio Rossi, bersagliere come il fratello eroe e medaglia d’oro Francesco Rossi, era nato a Bertinoro l’8 giugno 1893. Tornato dalla prigionia fortemente minato nel fisico, morì trentasettenne il 5 dicembre 1930. Risiedeva nella parrocchia di Casalecchio.

Chiudiamo con la storia di Giuseppe Ricciardelli, della parrocchia di Campiano, morto il 21 febbraio 1920 a 39 anni. La riteniamo emblematica relativamente a quanto accadeva nelle campagne del cosiddetto “fronte interno”. A quanto ci è dato dedurre dalla sua memoria funebre, egli non partecipò alla Grande Guerra, alla quale presero parte, però, cinque suoi fratelli, due dei quali, Gaetano ed Enrico, morirono nel 1916. Giuseppe rimase da solo nel lavoro dei campi e cercò di sopperire all’assenza dei fratelli sottoponendosi ad immani sforzi. Così racconta la memoria funebre: “La sera del 21 febbraio, dopo breve malattia, la falce inesorabile della morte recideva la cara esistenza di Giuseppe Ricciardelli. Era buono, bello e forte; ammirato per l’assiduità nel lavoro dei campi, per i modi gentili e per la squisitezza del suo animo. Oh! quanto aveva faticato durante i dolorosi anni di guerra, ne’ quali i cinque fratelli trovavansi alla fronte“.
Una delle tante vittime indirette della Grande Guerra di cui la “grande storia” non parlerà mai.

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo: Andrea Soglia, I “non caduti” per la Patria: la Grande Guerra continuò ad uccidere tanti giovani anche vari anni dopo la sua fine, in https://www.castelbolognese.org

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Gianni Piancastelli (1892-1917) https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/gianni-piancastelli-1892-1917/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/gianni-piancastelli-1892-1917/#comments Sat, 26 May 2018 22:04:13 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=6411 di Enzo Brunetti “In valoroso crepuscolo di vita – tolto – a la tenue illusione di vita – che lentamente fiorendo declinava”. Così per la sua tomba un altro glorioso caduto: Tullio Bolognini. E nessuna espressione migliore poteva ritrarci il nostro morto. GIANNI PIANCASTELLI, nato a Castelbolognese il 22 maggio …

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di Enzo Brunetti

Gianni Piancastelli

“In valoroso crepuscolo di vita – tolto – a la tenue illusione di vita – che lentamente fiorendo declinava”.
Così per la sua tomba un altro glorioso caduto: Tullio Bolognini. E nessuna espressione migliore poteva ritrarci il nostro morto.
GIANNI PIANCASTELLI, nato a Castelbolognese il 22 maggio 1892 da Francesco e da Orsolina Galeati, che lo educarono all’amore della patria e del dovere, è morto a soli 24 anni nella cameretta, dove i suoi sogni erano nati, dove egli li aveva dapprima accarezzati nel silenzio, poi apertamente espressi, lontano da quel campi di battaglia, in cui aveva cercato misurarsi contro l’odiato nemico.
Anima veramente romagnola, dopo essersi conquistato con forza di volontà e serietà di studi un posto onorevole nelle ferrovie dello Stato, attese ad allargare le sue cognizioni ed a farsi una soda cultura politica studiando Mazzini, di cui profondamente si innamorò, e gli altri grandi pensatori moderni; attese a rompere le sue membra a tutti gli esercizi sportivi, e a portare un po’ di vita nella morta gora del paese natio, dando la sua adesione e la sua opera a tutte quelle iniziative che ebbero lo scopo di risvegliare il torpido ambiente ed irrobustire le giovani generazioni
La grande ora che ancora viviamo lo sorprese soldato nel 6° genio ferrovieri a Torino. E fino dai primi giorni “fedele ai principi professati, principi liberali, democratici, con tendenza al repubblicanesimo mazziniano” (come egli à scritto nel suo diario), “propagandò per l’entrata dell’Italia a fianco dell’Intesa per solidarietà contro gli aggrediti ed in difesa dei suoi interessi”.
Le sue lettere agli amici nei dieci mesi della nostra neutralità furono talora acerbe polemiche, altre volte inni agli aggrediti, sempre incitamento a prepararsi al grande cimento. E quando finalmente l’intervento nostro non fu più un dubbio, egli chiese immediatamente il suo posto, non potendo stare lontano dai fratelli che si schieravano dallo Stelvio al mare in attesa di avanzare.
Il 13 maggio infatti egli lasciava Torino, dopo avermi scritto queste parole: “Caro Enzo, a conclusione delle nostre discussioni, delle nostre diatribe parto domani notte volontariamente per il fronte Nord-Est, dove fra poco si compirà il destino d’Italia a scorno di Giolitti e dei suoi ascari! Finalmente! Oh! non puoi credere con quanta gioia, con quanta fede, con quanto coraggio, con quanta speranza ti do questa notizia! E’ stata una decisione fulminea: stamane solo ò fatto e riuscito a tutto! … Evviva! Ho mantenuta fede al mio giuramento! Ora a te e con te quelli che potendo vogliono la guerra redentrice!” E la sera del 1° giugno già dormiva in Ala redenta, ove passò i primi mesi alla fronte, compiendo scrupolosamente il suo dovere, ma col cuore non del tutto contento.
E non poteva certo essere contento lui, che aveva abbandonato gli ozi e gli agi della grande guarnigione per menare le mani, e si vedeva invece costretto a vivere “quasi inoperoso, escluso completamente dalla grande battaglia, dubbioso sopratutto di poter avere il sospirato battesimo del fuoco”. E questo stato d’animo traspare in tutte le sue lettere, specialmente in quelle agli amici che, più di lui fortunati, già si erano battuti e qualcuno aveva anche arrossato col suo sangue i campi di battaglia. Egli lavorava dalla mattina alla sera e dopo il lavoro, stanco, andava a letto, ma non dormiva: pensava! Pensava a casa sua, dove non erano rimasti che i due vecchi genitori, perché gli altri suoi quattro fratelli erano come lui alla fronte; pensava alla donna amata, che finalmente poteva far sua per sempre; pensava agli amici, ma sopratutto pensava a trovare una soluzione che l’avesse accontentato, non scontentando i suoi cari..
E questo duello durò fino al 15 settembre del ‘15, fino a quando cioè la sua forza di volontà seppe fare per un istante tacere tutti gli altri affetti più intimi, per ascoltare soltanto quello della Patria. “Il segreto!! Eccolo” a me scriveva il 25 settembre. “ Sono al 7° Fanteria ad un corso di aspiranti ufficiali! Due mesi, poi potrò condurre il mio plotone all’assalto! Sono finalmente contento, anche perché la mia Peppina, la mia famiglia mi ànno dato il loro plauso !”.
E cominciò la sua vita attiva di guerra, vita piena di disagi, di fatica e di lavoro, che ben presto fiaccò la sua salute, ma che egli superava con.la sua forza di volontà, e con il suo entusiasmo. “Mi tormenta – a me scriveva il 15 ottobre – una forte tosse che non vuole andarsene nonostante le mie specialità medicinali. Però niente paura ed avanti sempre fin dove potrò arrivare”. Il 15 novembre finì felicemente il corso, il 13 dicembre raggiunse la 5a compagnia del 58° fanteria (brigata Abruzzi), che presidiava allora Passo Cereda, coperto di boschi e di nevi perenni. E lì continuò la sua vita di lupo, mentre le sue condizioni di salute si aggravavano sempre più, anche perché egli, mantenendo fede ancora una volta alla sua parola, teneva tutto nascosto, e compiva scrupolosamente il suo servizio per non creare sospetti nei superiori e colleghi, che non voleva abbandonare, perché li amava svisceratamente come i suoi soldati, e perché si sentiva finalmente a pieno contento di poter dirsi soldato e soldato nel senso più nobile, più completo della parola.
Ai primi di gennaio del ‘16 però, dovette darsi malato: era ormai troppo tardi!
La sua esistenza era già minata e per sempre; inutili perciò le cure della scienza e della famiglia. Egli era votato alla morte ed alla morte più brutta, triste per un soldato come lui, che tante volte l’aveva sfidata con quella serenità che à solo chi è cosciente del proprio dovere, come dimostrano queste parole che egli scriveva il 25 ottobre del ‘15 a suo padre, alla vigilia del battesimo del fuoco: “Domani andrò in linea, dove avrò finalmente il sospirato battesimo del fuoco. Io ve l’annunzio col cuore pieno di angoscia per il timore dell’ignoto, ma con lo spirito, con la mente calma, sapendo di andare a compiere il mio dovere di Italiano e di Uomo Civile. E, so muoio durante la lotta, sappiate che ne sarò contento e felice non perché non porti affetto sincero a voi, alla mamma, alla mia famiglia, ma perché Iddio non poteva concedermi di morire di una morte più bella, per una causa più santa!”.
E dal 25 gennaio 1916, nel convalescenziario di Iseo, cominciò la sua lenta agonia, quell’agonia che, oltre a togliergli ogni illusione di vita, gli fece svanire tutti i sogni. Io lo ricordo nel bianco lettuccio della sua cameretta adorna de’ bei quadri di suo zio. Era là col capo reclinato, col viso scarno, muto, immobile, triste! Non appena però gli giungeva una lettera dalla fronte di qualche amico o la notizia di una nostra vittoria tutto si trasformava: balzava dal letto con i suoi occhioni luccicanti, pieni di gioia, che non era completa, soltanto perché non poteva dire “io c’ero!”. Mai però un lamento, mai una maledizione per le sue condizioni! Sempre egli accompagnò col pensiero e con l’augurio le sorti della patria nostra e tutte le sue lettere ai fratelli, agli amici erano piene di fede, di incitamento, di augurio nella vittoria.
Morì la sera del 10 febbraio 1917. Tutto il paese senza distinzione di classi e di partiti, si raccolse intorno alla sua bara, che copri di fiori, e con una manifestazione che fu davvero apoteosi espresse il suo compianto, la sua gratitudine, il suo orgoglio, la sua venerazione.

Zona di guerra, aprile 1918.

Gianni Piancastelli ritratto dallo zio Giovanni Piancastelli (immagine tratta da: “Samantha De Santi, Valentino Donati, Giovanni Piancastelli, artista e collezionista (1845-1926), Faenza, Edit Faenza, 2001”

Testo tratto da I caduti per la patria: i figli di Romagna per la madre Italia, fascicolo 18 “Gianni Piancastelli, Tullio Lonzi, Augusto Farneti, Vittorio Magalotti, Forlì : Premiato stabilimento tipografico romagnolo, 1918

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Un caduto dimenticato: il ventenne Luigi Gaddoni di Biancanigo (1898-1918) https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/un-caduto-dimenticato-ventenne-luigi-gaddoni-biancanigo-1898-1918/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/un-caduto-dimenticato-ventenne-luigi-gaddoni-biancanigo-1898-1918/#respond Sun, 29 Apr 2018 21:49:05 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=6392 di Andrea Soglia A volte le storie di alcune persone sembrano essere destinate, per chissà quali sortilegi, ad essere dimenticate fin da subito e di conseguenza sfuggire anche alle ricerche storico-documentarie successive. E solo casualmente emergono dall’oblio, grazie a ritrovamenti fortuiti che consentono di rendere un po’ di giustizia ai …

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di Andrea Soglia

Luigi Gaddoni (1898-1918)

A volte le storie di alcune persone sembrano essere destinate, per chissà quali sortilegi, ad essere dimenticate fin da subito e di conseguenza sfuggire anche alle ricerche storico-documentarie successive. E solo casualmente emergono dall’oblio, grazie a ritrovamenti fortuiti che consentono di rendere un po’ di giustizia ai protagonisti delle singole storie.
E’ questo il caso del soldato automobilista della “Compagnia Piacenza” Luigi Gaddoni, nato a Castel Bolognese, frazione di Biancanigo (ed ivi residente, nella casa colonica detta “La Furlona”), il 18 gennaio 1898 da Giuseppe e Teresa Villa e morto ad Imola, nel Reparto Militare dell’Ospedale Civile, il 7 giugno 1918 ad appena 20 anni per una terribile malattia manifestatasi al fronte (tubercolosi ossea e meningite terminale, come si può leggere nel suo certificato di morte).
Il suo decesso, registrato puntualmente dell’Ufficio Anagrafe di Imola (atto n. 47, parte II, serie C) non fu mai comunicato all’Ufficio Anagrafe di Castel Bolognese dove, salvo indicazioni contrarie finora non emerse, risultava ancora residente col padre Giuseppe (la madre era morta nel 1900) che risulta trasferito ad Imola solo nel 1931. Anche gli stati delle anime della parrocchia di Biancanigo confermano che ancora nel 1925 Giuseppe Gaddoni con la figlia Antonia viveva ancora a “La Furlona” (sita dove adesso è presente la Casa di Accoglienza San Giuseppe e Santa Rita).
Per motivi al momento ignoti il suo nome non fu mai inciso sulle lapidi commemorative dei caduti della Grande Guerra poste nella Chiesa di San Sebastiano.

Memoria funebre di Luigi Gaddoni (collezione Pier Paolo Sangiorgi)

La storia di Luigi Gaddoni è emersa solo grazie al ritrovamento, nella collezione di Pier Paolo Sangiorgi, della memoria funebre distribuita a Biancanigo il 10 giugno 1918 in occasione della solenne commemorazione del ragazzo, spirato 3 giorni prima. Non smetteremo mai di sottolineare l’importanza di queste memorie funebri, purtroppo quasi mai conservatesi nel tempo, ricche di notizie e particolari sulle vite dei defunti.
La mancata registrazione del nome di Luigi Gaddoni nei registri di morte dell’anagrafe castellana e l’assenza del suo nome nelle lapidi hanno impedito anche che la sua storia fosse pubblicata nel volume “Castellani oltre il Piave” che particolare attenzione aveva dedicato, nel 2006, a tutti i soldati di Castel Bolognese che risultavano caduti in guerra.
Subito dopo la morte Luigi Gaddoni fu sepolto nel Cimitero del Piratello di Imola e traslato, il 19 ottobre 1932, presso quello di Zello, frazione nella quale viveva almeno una delle sue sorelle e dove si era trasferito anche il padre, morto il 4 maggio 1932.
Il nome di Luigi Gaddoni compare nella pubblicazione “Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918, Albo d’oro: Volume VII. Emilia (province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna)”, mentre non viene riportato in recenti pubblicazioni e banche dati dedicate ai caduti di Imola. Questo fatto, unito alla mancanza di notizie sul suo trasferimento in altro comune e alla prova documentaria che la sua commemorazione si svolse a Biancanigo e che la sua famiglia vi è rimasta fino al 1931, ci consente di dire che Luigi Gaddoni è a tutti gli effetti un caduto in guerra del comune di Castel Bolognese.
A 100 anni esatti di distanza questo breve studio vuol ricordare la sua figura e rendergli, con molto ritardo, un po’ di giustizia. Per rendergliela totalmente, forse, bisognerebbe che il suo nome fosse aggiunto agli altri 114 incisi (alcuni dei quali nemmeno del tutto propriamente) nelle lapidi commemorative della chiesa di San Sebastiano.

Il nome di Luigi Gaddoni nel volume VII de “Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918, Albo d’oro”

Cimitero di Zello. Tomba di Luigi Gaddoni e famiglia

Stato delle anime della parrocchia di Biancanigo, 1901-1902. La famiglia di Luigi Gaddoni abita a “La Furlona”

Stato delle anime della parrocchia di Biancanigo, 1925. Giuseppe Gaddoni e la figlia Antonia abitano ancora a “La Furlona”

Il certificato di morte di Luigi Gaddoni (dal sito familysearch.org)

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia, Un caduto dimenticato: il ventenne Luigi Gaddoni di Biancanigo (1898-1918), in https://www.castelbolognese.org

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https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale/un-caduto-dimenticato-ventenne-luigi-gaddoni-biancanigo-1898-1918/feed/ 0
Castel Bolognese e la Grande Guerra: elenco dei caduti https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale-elenco-caduti/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/prima-guerra-mondiale-elenco-caduti/#comments Tue, 10 Sep 2013 17:54:39 +0000 https://www.castelbolognese.org/uncategorized/castel-bolognese-e-la-prima-guerra-mondiale/ a cura di Andrea Soglia Scoppiata il 28 luglio 1914, la Prima Guerra Mondiale coinvolse l’Italia a partire dal 24 maggio 1915. A Castel Bolognese si ebbe, come primo effetto, un peggioramento delle condizioni economiche, già non buone, e ben presto cominciarono ad arrivare tristi notizie dal fronte. Nella seduta …

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a cura di Andrea Soglia

Scoppiata il 28 luglio 1914, la Prima Guerra Mondiale coinvolse l’Italia a partire dal 24 maggio 1915. A Castel Bolognese si ebbe, come primo effetto, un peggioramento delle condizioni economiche, già non buone, e ben presto cominciarono ad arrivare tristi notizie dal fronte. Nella seduta consiliare del 7 settembre 1915 si rese omaggio ai primi caduti.

Successivamente un manifesto pubblicato dagli amici annunciò la morte del volontario Francesco Budini, ritornato per arruolarsi dall’Argentina dove era emigrato. Fra i volontari castellani ricordiamo Angelo Monti, fatto prigioniero, Giacomo Tassinari, caduto al fronte, Tullio Bolognini, di leva, poi volontario al fronte, caduto, Giovanni Piancastelli, impiegato nelle Ferrovie, che rinunciato all’esonero per andare militare contrasse sotto alle armi una malattia che lo spense, Giovan Battista Bagnaresi, fatto prigioniero, Ugo Diversi, sessantenne, partito volontario ma respinto a causa dell’età avanzata.
Anche a Castel Bolognese, alla propaganda degli interventisti a favore della guerra, faceva riscontro un’attività pacifista svolta dagli anarchici e dai socialisti: i primi con diffusione di volantini e di altra stampa, con scritte sui muri, con aiuti ai perseguitati e ai soldati che non volevano tornare al fronte; i secondi con diffusione di stampa e con la parola in Consiglio Comunale. Inoltre molte altre persone, pur non essendo legate ad alcun partito, si proclamavano contrarie alla guerra.

Il perdurare del conflitto, i lutti che colpirono molte famiglie castellane, e le restrizioni alimentari portarono ad altissimo livello il disagio della popolazione e nel 1917 avvennero a Castel Bolognese, come nel resto d’Italia, varie dimostrazioni popolari. La più forte di esse avvenne il 19 agosto 1917: ci furono scontri fra i manifestanti (per la maggior parte donne) e le forze dell’ordine e undici donne furono arrestate (assieme a due giovani e un anziano estranei ai fatti) e altre sedici denunciate a piede libero. I castellani dimostrarono la loro avversione alla guerra anche in occasione del passaggio del re da Castel Bolognese, avvenuto nel settembre 1918: il re fu accolto freddamente, senza alcuna manifestazione di giubilo.

La guerra finalmente terminò con la firma dell’armistizio, il 4 novembre 1918, e appresa la notizia la cittadinanza organizzò manifestazioni di esultanza: suono di campane, servizio pubblico della banda, corteo con fiaccole e tanta folla proveniente anche dalla campagna, breve discorso dell’assessore anziano, Luigi Tacconi. Castel Bolognese, però, aveva pagato un alto tributo di sangue, con 115 caduti, numerosi mutilati e feriti.

Nel 1924 la Chiesa di San Sebastiano, dopo decenni di abbandono, venne acquistata dal n.h. avvocato Francesco Gottarelli, che la restaurò a proprie spese e la donò alla Comunità come monumento ai caduti, i cui nomi sono ricordati con due lapidi poste all’interno della chiesa.

L’elenco dei caduti sotto riportato è quello che, sostanzialmente, compare nelle lapidi poste all’interno della Chiesa di San Sebastiano. La compilazione di quell’elenco, però, non fu fatta con criteri rigidi ed uniformi, tant’è che in esso compaiono anche soldati nativi di Castel Bolognese ma non effettivamente residenti in comune al momento della Guerra (e nel contempo ne sono stati esclusi altri nella stessa situazione) ed inoltre sono stati inseriti alcuni nominativi di caduti le cui famiglie si erano trasferite a Castel Bolognese durante o appena dopo la Guerra. Ci siamo sentiti aggiungere all’elenco di 114 nomi, un 115esimo, quello di Luigi Gaddoni, che, non sappiamo per quali motivi, fu dimenticato. Per il resto non abbiamo voluto operare nessuna revisione, per mantenere intatta la volontà dei Castellani di allora, che vollero ricordare quei 114 soldati.
In occasione del centenario della fine della Grande Guerra, abbiamo aggiunto all’elenco il luogo di sepoltura (se conosciuto) dei nostri soldati, copie dei certificati di morte (quando disponibili, scaricati dal sito familysearch.org e consultabili cliccando sulle cause della morte) e tutte le fotografie disponibili, dando il volto a ben 99 caduti su 115. La maggior parte delle foto provengono dai volumi “Castellani oltre il Piave” e “Mario Cambiucci, un maestro romagnolo nella bufera della Grande Guerra”. Abbiamo aggiunto fotografie inedite fornite da Giovanni e Anna Masotti, Pier Paolo Sangiorgi, Marco Sangiorgi, Lodovico Santandrea, Andrea Soglia e Licia Tabanelli. Cliccare sulle fotografie per ingrandirle.

Caduti Guerra 1915-18

FOTO SOLDATO GRADO DATA DI NASCITA DATA-LUOGO DI MORTE
E SEPOLTURA
Anconelli Vincenzo soldato 02-03-1892 31-08-1917
quota cento (Gorizia)MORTO PER FERITE
Antonini Paolo Soldato 21-08-1899

19-09-1919
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese

Bacchilega Luigi
di Cassiano
Soldato 20-07-1891

23 -06-1915
combattimento di
S. Gotna

MORTO PER FERITE

Bacchilega Luigi
di Domenico
Soldato 29-07-1898

02-11-1918
Vignola

MORTO PER MALATTIA
sepolto  a
Castel Bolognese

Bartoli Eugenio Soldato 18-04-1894

27-11-1915
Settore di Tolmino
(S. Maria)

DISPERSO

Bassi Agostino Soldato 24-09-1892

21-03-1918
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
Sepolto a
Castel Bolognese

Bellosi Armando Soldato 03-12-1893

15-03-1926
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese

Beltrani Primo Soldato 28-08-1882

29-12-1916
7a sezione di sanità
di Voquinchi (?)

MORTO PER FERITE

Bettini Carlo Caporal maggiore 02-10-1892

14-10-1916
Monte San Marco

MORTO PER FERITE

Bolognini Tullio Sottotenente 25-07-1897

23-12-1917
Vecchio Piave

MORTO PER FERITE
sepolto a
Castel Bolognese

Borzatta Carlo Soldato 14-12-1897

05-09-1917
Monte San Gabriele

DISPERSO

Bubani Carlo Soldato 25-02-1892

16-06-1916
Monte Zoretto

MORTO PER FERITE

Budini Aldo Soldato 26-04-1895

22-09-1916
Cesena

MORTO PER FERITE
Sepolto a
Castel Bolognese

Budini Francesco Soldato volontario 10-01-1883

03-10-1915
Sasso di Mezzodì

MORTO PER FERITE

Buldrini Arcangelo Soldato 21-07-1876

24-04-1918
ospedale di guerra
n. 34 della CRI

MORTO PER MALATTIA
Sepolto nel
sacrario
militare
di Bassano
del Grappa

Cambiucci Mario Sottotenente 25-08-1896

29-05-1917
Carso

DISPERSO

Camorani Umberto Soldato 22-04-1893

05-07-1915
Isonzo

DISPERSO

Casadio Luigi Soldato 19-08-1895

21-10-1918
ospedaletto
da campo
n. 205

MORTO PER MALATTIA
Sepolto nel
Tempio
della Pace
a Padova

Casadio Vincenzo Soldato 07-01-1888

27-11-1915
Primo Reparto
Sommeggiato
Sez. Sanità I. S.

MORTO PER FERITE
sepolto
nel
Sacrario Militare
di Oslavia

Caselli Pietro Soldato 26-06-1896

03-10-1917
ospedale da campo
n. 04

MORTO PER FERITE
sepolto
nel Sacrario Militare
di Oslavia

Casetti Domenico Soldato 28-07-1883

25-07-1918
ospedaletto
da campo
n. 171

MORTO PER FERITE

Cattani Domenico Soldato 02-12-1896

27-10-1915
ospedaletto
da campo
n. 219

MORTO PER MALATTIA
sepolto nel
Sacrario di
Redipuglia

Cavallazzi Ribelle Soldato 25-04-1885

28-04-1919
Castel Bolognese

Sepolto a
Castel Bolognese

Centolani Giuseppe Soldato 27-08-1887

30-01-1918
Josefstadt (Boemia)

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
cimitero
dei prigionieri
di guerra
di Josefov

Ceroni Enrico Soldato 30-03-1885

04-02-1919
Vicenza

MORTO PER MALATTIA

Conti Francesco Soldato 18-10-1885

18-10-1918
ospedale
di riserva
di Bressanone

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto
nel cimitero
comunale di
San Candido

Costa Giovanni Soldato 24-01-1884

15-05-1917
Medio Isonzo

MORTO PER FERITE

Costa Nicola Soldato 06-12-1894

20-10-1917
ospedaletto
da campo
n. 124

MORTO PER FERITE
sepolto a Borello,
Castel Bolognese

Cristoferi Primo Soldato 09-03-1894

13-04-1916
Milano

MORTO PER FERITE

Dari Francesco Soldato 25-02-1894

06-11-1916
ospedale
da campo
n. 0103

MORTO PER MALATTIA
Sepolto nel
Sacrario Militare
della Santissima
Trinità di Schio

Diversi Cesare Soldato 14-07-1892

16-09-1919
Rimini

MORTO PER MALATTIA

Diversi Francesco Soldato 19-02-1890

27-11-1918
Barletta

MORTO PER MALATTIA
DOPO LA PRIGIONIA

Diversi Giuseppe Caporale 10-03-1885

16-05-1917
Cigini

MORTO PER FERITE
Sepolto
nel Sacrario
Militare
di Oslavia

Drei Giuseppe Soldato 21-04-1886

25-05-1916
S. Maria

MORTO PER FERITE

Drei Michele Soldato 31-12-1884

15-01-1918
Monte Asolone

MORTO PER FERITE

Errani Mario Soldato 25-03-1895

2 gennaio 1916
ospedaletto
da campo
n. 224

MORTO PER MALATTIA
Sepolto nel
Sacrario
di Udine

Ferniani Paolo Caporale 28-10-1898

18-06-1918
Piave

DISPERSO

Gaddoni Luigi Soldato 18-01-1898

07-06-1918
Imola

MORTO PER MALATTIA
sepolto a Zello, Imola

Gaddoni Roberto Soldato 02-10-1895

02-12-1915
Bra

MORTO PER MALATTIA

Galeati Guido Soldato volontario 05-03-1901

15-06-1918
Piave

MORTO PER FERITE

Gaudenzi Giuseppe Caporale 14-07-1891

15-05-1916
Podgora quota 240

MORTO PER FERITE
sepolto nel
Sacrario Militare
di Oslavia

Gaudenzi Sebastiano Soldato 02-07-1885

4 novembre 1916
Opacchiosella

MORTO PER FERITE

Geminiani Domenico Soldato 04-06-1886

16 novembre 1918
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Biancanigo

Geminiani Giovanni Soldato 24-06-1891

24-06-1919
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Biancanigo

Lanzoni Angelo Caporal maggiore 18-01-1888

29-01-1918
Klagenfurt

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
monumento ossario
cimitero comunale
di Klagenfurt

Lanzoni Antonio Soldato 30-05-1895

12-07-1916
ospedale
da campo
n. 0110

MORTO PER FERITE
sepolto
nel cimitero
di Casanola?

Lanzoni Domenico Caporal maggiore 06-03-1889

14-11-1918
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese

Letti Antonio Soldato 22-05-1892

25-05-1917
Monte Santo

MORTO PER FERITE

Linari Giuseppe Soldato 25-01-1883

23-05-1917
Carso

MORTO PER FERITE

Liverani Giuseppe Soldato 02-11-1889

8 maggio 1918
Sant’Apollonia,
Ponte di Legno

MORTO PER FERITE
sepolto
nell’ossario
del Tonale

Liverani Pompeo Soldato 07-12-1898

29-04-1917
Belluno

MORTO PER MALATTIA
sepolto nel sacrario
del Tempio di Mussoi
(Belluno)

Liverani Vincenzo Soldato 14-10-1890

02-03-1918
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese
(ossario comune)

Lolli Francesco Soldato 21-02-1890

08-12-1918
ospedale
da campo
n. 199

MORTO PER MALATTIA
sepolto nel
Sacrario di
Redipuglia

Manzoni Giuseppe Soldato 13-05-1897

24-10-1917
Medio Isonzo
(Caporetto?)

MORTO PER FERITE

Marabini Emilio Soldato 04-08-1886

14-08-1916
Vertoiba Superiore

MORTO PER FERITE

Marocchi Ernesto Soldato 02-10-1897

27 luglio 1919
Padova

MORTO PER MALATTIA
sepolto nel
Tempio
della Pace
a Padova

Martini Giovanni Allievo carabiniere 02-09-1893

19-12-1918
Cesena

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese

Masolini Giacomo Soldato 01-06-1877

19-10-1918
ospedale
da campo
n. 085

MORTO PER MALATTIA

Masotti Domenico Soldato 12-08-1898

02-01-1919
Torino

MORTO PER MALATTIA
sepolto nel
Sacrario
Gran Madre
di Dio
di Torino

Minardi Carlo Umberto Soldato 27-11-1886

13-12-1915
ospedale
da campo
n. 49

MORTO PER MALATTIA
sepolto nel
Sacrario
di Udine

Mingazzini Pasquale Soldato 25-05-1890

21-03-1919
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Biancanigo

Mingazzini Sante Soldato 13-11-1887

01-08-1916
Fabbrica Trevisani
Monfalcone

MORTO PER FERITE

Mingotti Domenico Soldato 17-03-1889

21 gennaio 1916
Lugo

MORTO PER MALATTIA
sepolto a Lugo?

Monti Francesco Soldato 01-11-1882

5 febbraio 1918
Cassel (Prussia)

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
Cimitero militare
italiano
di Colonia

Monti Paolo Soldato 20-09-1885

10 marzo 1918
Darmstadt

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
Cimitero militare
italiano
di Colonia

Montuschi Giovanni Soldato 01-01-1895

09-04-1917
Bernalda (MT)

MORTO PER MALATTIA

Morini Giacomo Soldato 03-10-1891

24 agosto 1917
Vik

MORTO PER FERITE

Morini Giuseppe Soldato 27-11-1893

23-10-1918
Bologna

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese

Morini Sebastiano Soldato 11-06-1888

11-12-1917
Monte Grappa,
località Valdorea

MORTO PER FERITE

Naldi Andrea Soldato 15-05-1896

28 giugno 1916
Monte Colombaro

MORTO PER FERITE

Opale Timoleone Soldato 30-03-1892

21-11-1917
monte Sisemol
(Casa Perti)

MORTO PER FERITE

Ortelli Angelo Soldato 17-10-1884

11-08-1916
Medio Isonzo

DISPERSO

Panieri Primo Soldato 29-02-1888

11-07-1915
alture Est di Massa

MORTO PER FERITE

Parini Alieto Caporale 24-03-1895

20-11-1915
Medio Isonzo
(Pennar)

MORTO PER FERITE

Piancastelli Giovanni Aspirante ufficiale 22-05-1892

10-02-1917
Castel Bolognese

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese

Pignoli Giuliano Soldato 20-03-1890

19-07-1915
Alture di Pogdora

MORTO PER FERITE

Pini Antonio Soldato 04-10-1897

27-12-1917
Kleinmunchen

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
Cimitero militare
italiano
di Wegscheid

Plazzi Carlo Soldato 22-09-1891

08-12-1915
2° reparto
someggiato
di sanità

MORTO PER FERITE

Plazzi Sebastiano Soldato 09-08-1892

17-05-1917
ospedale chirurgico
mobile
“Città di Milano”

MORTO PER FERITE
sepolto nel
Sacrario militare
di Oslavia

Pompignoli Angelo Soldato 19-02-1885

27-04-1918

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
cimitero militare
italiano di
Belgrado ?

Ponzi Carlo Soldato 22-07-1887

06-04-1917
Fella Fleons

MORTO PER VALANGA
sepolto nel
Sacrario
di Udine

Prati Angelo Soldato 24-03-1894

6 agosto 1916
Gorizia

MORTO PER FERITE

Prati Raffaele Soldato 24-09-1888

20-07-1915
Medio Isonzo

DISPERSO

Prelati Mario Soldato 13-12-1895

15-09-1917
Altopiano di
Bainsizza

MORTO PER FERITE
sepolto nel
Sacrario
militare
di Oslavia

Rava Antonio Soldato 08-04-1895

10-02-1918
Meschede
(Germania)?

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
Sacrario
di Udine

Regoli Pietro Soldato 23-06-1890

23-10-1915
Monte Sabotino

DISPERSO

Ricci Bruto Caporale 09-11-1887

18-11-1917
Monte Monfenera

DISPERSO

Ricciardelli Enrico Soldato 25-09-1896

30-06-1916
Monte Colombara

DISPERSO

Ricciardelli Gaetano Soldato 07-08-1894

30 settembre 1916
Rovvel Volina
(Prussia)

MORTO IN PRIGIONIA

Rivalta Renato Soldato 19-05-1888

10 luglio 1915
ospedale
da campo
n. 024
in Cormons

MORTO PER FERITE
sepolto nel
Sacrario di
Redipuglia

Ronchi Enrico Caporale 16-01-1883

06-02-1918
Mauthausen

MORTO IN PRIGIONIA
sepolto nel
cimitero militare
italiano di
Mauthausen

Rossi Francesco Sergente 09-04-1888

04-12-1917
Monte Tondarecar

MORTO PER FERITE

Sabattani Francesco Soldato 23-08-1882

28-10-1916
Laguizza

MORTO PER FERITE

Sabattani Paolo Soldato 23-02-1890

19-11-1915
Udine

MORTO PER MALATTIA

Santandrea Enrico Soldato 07-10-1891 DISPERSO
(IN PRIGIONIA?)
Santandrea Giuseppe
di Giovanni
Guardia di finanza 05-03-1890

05-11-1917
Porto Corsini
(Ravenna)

MORTO PER ANNEGAMENTO
sepolto a
Castel Bolognese

Santandrea Giuseppe
di Angelo
Soldato 18-03-1890

11-11-1915
Monte San Michele

MORTO PER FERITE

Santandrea Vincenzo Soldato 06-08-1891

11-10-1916
Vertoiba

MORTO PER FERITE

Sassi Antonio Caporale 30-06-1887

19-06-1918
Montello

MORTO PER FERITE
sepolto nel
Sacrario del
Montello

Savini Luigi Soldato 31-03-1897

05-06-1917
Udine

MORTO PER MALATTIA
sepolto nel
Sacrario
di Udine

Solaroli Sante Soldato 07-05-1891

24-07-1915
ospedaletto
da campo
n. 105

MORTO PER FERITE
sepolto a
Castel Bolognese

Tabanelli Amelio Soldato 24-12-1896

15-08-1916
ospedaletto
da campo
n. 80

MORTO PER FERITE
sepolto a
Castel Bolognese

Tabanelli Claudio Soldato 24-10-1893

04-09-1917
Monte Santo

MORTO PER FERITE

Tabanelli Pietro Soldato 09-02-1895

21-10-1915
Settore di Tolmino

DISPERSO

Tampieri Domenico Soldato 18-04-1887

11-08-1916
14a sezione di sanità

MORTO PER FERITE
sepolto nel
Sacrario di
Redipuglia

Tarabusi Antonio Soldato 07-04-1888

11-10-1916
Vertoiba

MORTO PER FERITE

Tassinari Giacomo Tenente 27-07-1884

14-10-1918
Genova

MORTO PER MALATTIA
sepolto a
Castel Bolognese

Tonini Giuseppe Soldato 25-11-1894

22-09-1916
ospedaletto
da campo
n. 121

MORTO PER FERITE
Sepolto nel
Sacrario
militare
di Oslavia

Trerè Angelo Soldato 09-06-1897

20-05-1917
Carso

MORTO PER FERITE

Trerè Genoco Soldato 04-12-1896

27-06-1916
Monte Colombara

MORTO PER FERITE

Tronconi Domenico Soldato 09-12-1892

29-08-1916
ospedale chirurgico
mobile
“Città di Milano”

MORTO PER FERITE
Sepolto nel
Sacrario di
Redipuglia

Valli Giuseppe Soldato 17-10-1890

13-12-1915
Homs (Libia)

MORTO PER MALATTIA

Villa Pietro Caporal maggiore 06-11-1893 28-11-1917
MonteneraMORTO PER FERITE
Zaccaroni Battista Soldato 23-12-1897 15-06-1918
PiaveDISPERSO
Zanelli Domenico Soldato 03-03-1896

13-12-1917
ospedale
di guerra
n. 31 della CRI

MORTO PER FERITE
Sepolto nel
Tempio
della Pace
a Padova

Bibliografia:

  • Comune e popolo a Castelbolognese, 1859-1922 / Pietro Costa. – Imola : Galeati, 1980.”
  • Il territorio di Castelbolognese: raccolta di notizie e cronaca / a cura di Oddo Diversi. – Imola : Grafiche Galeati, 1972
  • Castellani oltre il Piave: la memoria e il ricordo / Angelo Nataloni, Andrea Soglia. – Faenza, Edit Faenza, 2006

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In ricordo di Aurelio Villa, un artigliere romagnolo sull’Isonzo https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/aurelio-villa-artigliere-isonzo/ https://www.castelbolognese.org/fatti-storici/xx-secolo/aurelio-villa-artigliere-isonzo/#respond Tue, 10 Sep 2013 17:53:05 +0000 https://www.castelbolognese.org/uncategorized/in-ricordo-di-aurelio-villa-un-artigliere-romagnolo-sullisonzo/ “Per non dimenticare” così recita la scarna, ma significativa epigrafe posta sul monumento che, sulla cima dell’Ortigara, ricorda i combattimenti che insanguinarono quella brulla montagna. “Per non dimenticare” è l’intento che ha spinto alla formulazione della Legge sulla Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale, entrata in vigore il 7 Marzo 2001, …

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“Per non dimenticare” così recita la scarna, ma significativa epigrafe posta sul monumento che, sulla cima dell’Ortigara, ricorda i combattimenti che insanguinarono quella brulla montagna. “Per non dimenticare” è l’intento che ha spinto alla formulazione della Legge sulla Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale, entrata in vigore il 7 Marzo 2001, con lo scopo di tutelare e proteggere quanto rimane a testimonianza del sacrificio e delle sofferenze di milioni di uomini sul nostro fronte.

Questa mia ricerca ha quindi inizio dal bisogno di recuperare una memoria storica oramai scomparsa proprio per non dimenticare: quella di Aurelio Villa, mio compaesano, artigliere sull’Isonzo durante la Grande Guerra. Aurelio Villa non è un personaggio noto e sarebbe vera presunzione pensare che il suo nome susciti, al di là di quelli che l’hanno conosciuto, ricordi ed emozioni. In fondo quello che fece allora Aurelio Villa, lo fecero molte migliaia di persone come lui. Ciononostante è giusto ricordarlo perchè le sue decorazioni sono anche quelle di molte “migliaia di anonimi” dei quali solo le croci, al di sopra del sussurrare del vento nei camposanti sparsi vicino ai campi di battaglia, raccontano un profondo messaggio a tutti coloro che, ancora oggi sono capaci di sentirlo e comprenderlo. Per facilitare il lettore e per meglio capire la sua storia di combattente, questo articolo raccoglie e miscela fatti di guerra (inerenti le zone di operazioni nelle quali fu appunto presente Aurelio Villa) alla sua avventura personale. Dunque, tanto per incominciare, gran parte del conflitto italo-austriaco venne condotto in trincea, sul Carso e sul l’Isonzo. I combattimenti risultarono, già all’inizio della guerra, nell’estate del ’15, cruenti e violentissimi. Il conflitto si combatteva già da un anno sugli altri fronti, ma l’impatto dei soldati dei due eserciti con la drammatica guerra di trincea fu traumatico ed in parte non previsto.

Fig. 1 - Resti di trincea e di caverne austriache sul fronte isontino

Fig. 1 – Resti di trincea e di caverne austriache sul fronte isontino

Fig. 2 - Resti di trincea e di caverne austriache sul fronte isontino

Fig. 2 – Resti di trincea e di caverne austriache sul fronte isontino

I soldati austro-ungarici avevano avuto poco più di un mese per apprestare trincee e ricoveri, ma la natura dei luoghi con le sue innumerevoli grotte e doline che costituivano altrettanti efficaci ricoveri, contribuì a rendere inespugnabili anche trincee abbozzate e opere difensive approssimative (Fig. 1 e 2). I reticolati si rilevarono, fin da subito, assieme al micidiale fuoco delle mitragliatrici, ostacoli invalicabili e fermarono l’impeto dei primi attacchi italiani, trasformando i soldati in lenti bersagli invischiati nelle masse ferrose. In quei momenti non valevano molto le cesoie e le pinze spuntate utilizzate, con disperato coraggio, da pattuglie votate alla morte, nè le cariche di esplosivo montate sui tubi di ferro, difficili da innescare, pericolose per gli stessi soldati che, esponendosi al fuoco nemico, avevano il compito di strisciare fin sotto le siepi di filo spinato. Soltanto i grossi calibri riuscivano ad avere ragione dei reticolati e delle trincee di sassi ma, soprattutto all’inizio, l’esercito italiano ne era praticamente sprovvisto. E così l’esito dell’assalto dipendeva dalla rapidità con cui le diverse ondate dei soldati all’attacco riuscivano ad avvicinarsi alla trincea nemica, sfruttando i momenti di disorientamento prodotti negli avversari dal bombardamento delle artiglierie. Nella maggioranza dei casi i difensori emergevano dai loro ricoveri in tempo per frenare l’avanzata avversaria, già rallentata dai reticolati che, anche colpiti, continuavano a costituire un intricato ostacolo. Allora, il fuoco difensivo, al riparo della trincea, sostenuto dai calibri campali e dalle mitragliatrici, di cui gli austriaci contrariamente agli italiani erano ben forniti, riusciva a fermare ogni attacco.

Fig. 3 – Mappa del settore del fronte Isontino dove combattè Aurelio Villa

Fig. 3 – Mappa del settore del fronte Isontino dove combattè Aurelio Villa

Nonostante i ritmi crudeli della guerra di trincea, la pressione degli attacchi italiani crebbe a partire dalla fine di giugno del ’15. I risultati di questa morsa si videro nel corso della seconda grande avanzata estiva (II^ battaglia dell’Isonzo), tra fine luglio ed inizio agosto del ’15. Per la cronaca questa vittoriosa battaglia, tra furibondi attacchi e contrattacchi, fruttò la conquista di tre ordini trincerati per una profondità di alcune centinaia di metri: gli spostamenti del fronte furono praticamente minimi, difficilmente rilevabili anche su una cartina di media scala (Fig. 3).

Fig. 4 – Aurelio Villa in abiti civili

Fig. 4 – Aurelio Villa in abiti civili

Fu in questo contesto che si trovò proiettato il Caporal Maggiore Aurelio Villa figlio di Battista (fiol de bazton) e di Maddalena Galeati, di professione negoziante (Fig. 4). Egli era nato a Castelbolognese, tranquillo paese romagnolo situato lungo la via Emilia, proprio a metà strada tra Faenza e Imola, il 2 ottobre 1895. Fu chiamato alle armi l’11 dicembre 1914, arruolato il 2 gennaio 1915 ed inizialmente assegnato al 38° Reggimento – Brigata Ravenna. Successivamente venne trasferito al III° Reggimento artiglieria da campagna, II^ Batteria comandata dal Capitano Conte Francesco Leopardi da Recanati (nipote del poeta) ed acquartierato nella Caserma di via Castelfidardo in Bologna (Fig. 5), da dove uscì con il grado di Caporal Maggiore. Allo scoppio delle ostilità (24 maggio 1915) unitamente alla sua batteria fu subito inviato nel teatro principale delle nostre operazioni belliche e partecipò alle prime battaglie sull’Isonzo: inizialmente aveva come ufficiale più alto in grado il Capitano Domenico Chirieleison che poi diventò Generale e Comandante di “Roma Città Aperta” sostituito, in seguito, dal Capitano Giovanni Amendola. Le iniziali conquiste italiane rimbalzarono sui giornali del Regno rendendo note all’opinione pubblica località quasi introvabili sulle cartine geografiche come Sagrado, Sdraussina, Castelnuovo, San Floriano, Lucinico, salutate come altrettante importanti conquiste, capaci di rincuorare le famiglie in attesa e tacitare un Governo eccessivamente scalpitante. E fu proprio per le sue gesta a Lucinico (in Fig.3 in basso a sinistra) che Aurelio Villa fu segnalato per una onorificenza (da un carteggio dell’epoca si apprende che gli Austriaci del Podgora avevano battezzato quegli artiglieri di Lucinico come quelli “della Batteria della morte”).

Le successive operazioni dell’esercito italiano, note come la terza e la quarta battaglia dell’Isonzo, non si discostarono molto dalle precedenti, nè per gli obiettivi, nè per i risultati, bensì per solamente per un ulteriore e vertiginoso aumento delle perdite (116.000 quelle italiane contro le 95.000 austro-ungariche. E così l’autunno del 1915 dopo i primi successi estivi (pochi metri pagati con un altissimo contributo in vite umane) si portò via tutte le illusioni di una facile vittoria. Alle operazioni del primo anno di guerra, seguì una lunga pausa invernale che si prolungò fino alla primavera del 1916. Il 15 maggio prese il via la famosa Strafexpedition a cui, dopo un primo successo iniziale, fece seguito il contrattacco italiano che aprì la strada alla sfondamento culminato, nei primi giorni di un caldissimo agosto, con la conquista di Gorizia.

Fig. 5 - Foto di gruppo. Aurelio Villa è il secondo in alto da sinistra

Fig. 5 – Foto di gruppo. Aurelio Villa è il secondo in alto da sinistra

E ancora una volta il Caporal Maggiore Aurelio Villa da Castelbolognese (Ravenna), nè di matricola 1084, si distinse nelle operazioni sulla riva destra dell’Isonzo tese a creare quella testa di ponte indispensabile per raggiungere Gorizia meritandosi un altro encomio che gli valse la Medaglia d’Argento al Valor Militare con l’annessovi soprassoldo di Lire 100 annue (poi fissate in Lire 250 con Decreto Legge del 10 febbraio 1918) per le seguenti motivazioni: “Quale puntatore diede mirabile prova di fermezza e coraggio. Ferito, rimase serenamente al suo posto di combattimento, finchè gli venivano meno le forze. In altra circostanza, coadiuvò efficacemente il proprio comandante di sezione nel trasportare un pezzo a braccia fuori dalla cannoniera, sotto il nutrito fuoco delle artiglierie e di mitragliatrici nemiche. Lucinico-Olivers 27 luglio 1915; Testa di ponte di Gorizia, 8 Agosto 1916 (Fig. 6)

Roma 30 giugno 1918 – Registrato alla Corte dei Conti il 30 ottobre 1917. Assolutamente non risolutiva dal punto di vista militare, pagata molto cara sul bilancio delle perdite, la presa di Gorizia portò un consistente contributo sul versante della propaganda e della coesione del fronte interno.

Fig. 6 – Attestato di conferimento al Caporal Maggiore Aurelio Villa della Medaglia d’Argento

Fig. 6 – Attestato di conferimento al Caporal Maggiore Aurelio Villa della Medaglia d’Argento

Dai giornali italiani trapelò, in quei giorni, un autentico, tangibile entusiasmo per la prima e comunque indiscutibile ed importante vittoria del Regio esercito sull’Austria-Ungheria: “Il nemico – si poteva leggere – era stato costretto a ritirarsi da posizioni difese con accanimento da mesi e considerate inespugnabili; una città irridenta ritornava al suo legittimo proprietario e la vittoria finale appare più vicina”. Tutto ciò parve compensare, sulle pagine dei giornali i costi ed i pesanti sacrifici di un anno di guerra. E la risonanza internazionale della vittoriosa battaglia per Gorizia concorse a far passare sotto silenzio lo scarso risultato tattico e strategico dell’azione e le sostanzialmente inefficaci successive offensive autunnali, scatenate da Cadorna con l’intento di rompere definitivamente la linea di resistenza austriaca sul Carso. Le tre spallate autunnali verso Trieste produssero solamente perdite consistenti, ma lasciarono sostanzialmente invariate le posizioni degli opposti schieramenti. Il 1916 si chiuse con l’eco del successo estivo, ma anche con la realtà di una nuova e sempre uguale guerra di trincea combattuta pressappoco negli stessi luoghi di quella precedente.

Durante i successivi anni di guerra, Aurelio Villa, sempre aggregato al III° Reggimento Artiglieria da campagna (Fig. 7 e Fig. 8), restò nelle zone Carsiche. Dopo Caporetto prese parte alla resistenza sul Piave fino alla battaglia del Tagliamento e fece parte dei sopravvissuti che, il 4 Novembre 1918, poterono salutare la Radiosa Vittoria, ma soprattutto videro la fine di una lunga e sanguinosa guerra.

 Fig. 7 - III° reggimento artiglieria da campagna sul fronte Isontino. In evidenza il cannone da 75 mod. 1911, uno dei pezzi in dotazione al Reggimento (collezione Marco Pasquali)

Fig. 7 – III° reggimento artiglieria da campagna sul fronte Isontino. In evidenza il cannone da 75 mod. 1911, uno dei pezzi in dotazione al Reggimento (collezione Marco Pasquali)

Fig. 8 – Aurelio Villa (al centro) in divisa militare insieme a due suoi commilitoni e compaesani

Fig. 8 – Aurelio Villa (al centro) in divisa militare insieme a due suoi commilitoni e compaesani

Fig. 9 – Attestato di conferimento al Caporal Maggiore Aurelio Villa della Croce al Merito di Guerra e relativa Medaglia

Fig. 9 – Attestato di conferimento al Caporal Maggiore Aurelio Villa della Croce al Merito di Guerra e relativa Medaglia

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In data 28 settembre 1918, Aurelio Villa venne insignito della Croce al Merito di Guerra (Fig. 9).
Il 14 novembre 1919 venne mandato in congedo illimitato con il grado di sergente e tornò nel natio paese. Dal medesimo foglio informativo si sa che ebbe un premio di smobilitazione di £ 250 + pacco vestiario (ritirato nel 1921); alla voce Campagne, ferite, decorazioni ed encomi, (Paragrafo G) sono riportate Una medaglia d’argento al valore; una croce al merito di guerra – Campagna Italo-Austriaca 1915-1919 con 4 stellette; un distintivo di ferita-militare ardito. Terminata la guerra riprese la sua attività di negoziante nel pastificio di famiglia fino a metà degli anni 60 non trascurando mai quella che per lui fu una vera passione, la caccia. Con decreto del 25 gennaio 1969 fu nominato Cavaliere dell’ordine di Vittorio Veneto (Fig. 10), insieme al fratello Francesco Villa (soldato semplice classe 1896), accanto al quale combattè, seppur in Reggimenti diversi, per lungo tempo.

Fig. 10 - Aurelio Villa nell’atto di ricevere l’Attestato di conferimento dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto e la Medaglia di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto

Fig. 10 – Aurelio Villa nell’atto di ricevere l’Attestato di conferimento dell’onorificenza di
Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto e la Medaglia di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto

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Il sergente Aurelio Villa, ragazzo del ‘95, personaggio tipico di quella Romagna idealista ed anarchica si è spento a Castelbolognese il 6 giugno 1970, dove è stato sepolto con funerale civile, così come aveva chiesto in perfetta coerenza con le sue idee.

Concludo da dove ho cominciato e memore di quel “Per non dimenticare” incomincio a “Ricordare”. In ogni caso spero, con questa piccola ricerca, di averlo riportato alla memoria di chi lo conobbe e di avergli fatto, comunque, un postumo piacere.

Pubblicazioni consultate

  • G.Giardino: Rievocazioni e riflessioni di guerra – 3° vol. Ed. Milano Mondadori (1929)
  • N.Pignato: Artiglieria e motorizzazione – Ed. Curcio Perdiodici (1970)
  • W. Schaumann: La Grande Guerra 1915-18 Storie ed itinerari – Ed. (1988)
  • U.Mattalia: Cronache della Grande Guerra – Ed. Gino Rossato Editore (1992)
  • L.Fabi:Uomini, Armi e Campi di Battaglia della Grande Guerra – Fronte italiano 1915-1918 – Ed. Mursia (1995)
  • A.Curami; A.Massignani; T.Berté; F.Cappellano; A.Rastelli: L’artiglieria italiana nella Grande Guerra – Ed. Gino Rossato Editore (1998)
  • A.Baruzzi: Quel giorno a Gorizia – Ed. Gaspari Editore (2001)

Ringraziamenti
Desidero ringraziare la nipote Cristina Villa per avermi gentilmente concesso di vedere e riprodurre i documenti attestanti quanto scritto (Foglio di Congedo Illimitato – Decreto Legge per il conferimento della Medaglia d’Argento – Decreto Legge per il conferimento della Croce al Merito di Guerra – Decreto Legge per la nomina a Cavaliere dell’ordine di Vittorio Veneto – Fotografie) e da lei preziosamente custoditi.

Angelo Nataloni

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