Santandrea Archives - La Storia di Castel Bolognese https://www.castelbolognese.org/tag/santandrea/ Thu, 25 Nov 2021 14:49:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 Mario Santandrea (1891-1994) https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/mario-santandrea-1891-1994/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/mario-santandrea-1891-1994/#comments Sat, 21 Sep 2019 15:38:02 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=7288 Mario Santandrea è stato un personaggio importante del ‘900 sia per Castel Bolognese che per Bologna. Farmacista storico di Bologna, ma non solo: fu impegnato politicamente nel PSI (fin dal 1909) e “civilmente” nell’Ordine dei Farmacisti di Bologna e nella Banca Operaia; fu giornalista sportivo e durante la sosta del …

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Mario Santandrea è stato un personaggio importante del ‘900 sia per Castel Bolognese che per Bologna. Farmacista storico di Bologna, ma non solo: fu impegnato politicamente nel PSI (fin dal 1909) e “civilmente” nell’Ordine dei Farmacisti di Bologna e nella Banca Operaia; fu giornalista sportivo e durante la sosta del Fronte a Castel Bolognese, con altri castellani residenti a Bologna, si prodigò per le sorti del suo paese natale. Ed eccezionale è stata la durata della sua vita: nato a Castel Bolognese il 21 gennaio 1891, morì a Bologna il 9 settembre 1994. Fino a pochi giorni prima era andato al lavoro nella sua farmacia di Bologna. In occasione del centesimo compleanno il Comune di Bologna gli conferì il Nettuno d’Oro. Essendo stato Mario Santandrea un personaggio poliedrico, lo ricordiamo con vari testi: un profilo biografico ricavato da un testo letto da Luigi Arbizzani alla cerimonia di consegna del Nettuno d’Oro, un ricordo della sua attività di farmacista, un articolo che gli dedicò il Guerin Sportivo e una testimonianza di Santandrea relativamente al periodo fascista e alle persecuzioni subite. La pagina è arricchita da numerose fotografie, per la maggior parte forniteci molti anni fa dal figlio Giorgio Santandrea (scomparso all’inizio del 2019), e da due tracce audio: una relativa al funerale civile in piazza a Castel Bolognese nel 1994 e l’altra con la voce di Mario Santandrea stesso, che con Edmondo Fabbri e Gino Corioni parla in diretta della squadra del Bologna calcio (A.S.)

Profilo biografico

(sintesi di un testo di Luigi Arbizzani; tratto da Castelbolognese notizie, maggio 1991)

L’immagine più lontana che è negli occhi di Mario Santandrea è lo scintillio provocato sull’acciottolato dagli zoccoli dei cavalli di una pattuglia di cavalleria pesante giunta a Castelbolognese, da Faenza, dopo che i Castellani hanno assaltato le bancarelle del pane, in un giorno di fine aprile 1898 nel corso dei “tumulti per la fame”.
Negli anni della formazione, a cavallo del secolo, mentre studia con profitto nella natia Castelbolognese, poi in Abruzzo e, quindi, all’Università di Bologna, sceglie decisamente impegno politico, passione sportiva e impegno professionale.
Nel 1909 si iscrive al Partito Socialista Italiano. Fa parte della redazione del periodico “II Senio”, giornale quindicinale della Vallata, stampato a Castelbolognese, che vede la luce il 23 luglio 1911, un po’ anticlericale e decisamente contro la guerra di Libia voluta da Giovanni Giolitti.
Nel 1909 nel paese natio fonda “L’Unione Sportiva” ciclistica e, nel 1913, è uno degli animatori del “Castelbolognese Football Club”.
I genitori hanno una piccola azienda per la lavorazione degli stracci di lana ed, inoltre, per la lavorazione del tartaro. Il “cremone di tartaro” era un lassativo a quel tempo usatissimo. Da qui, forse, scaturisce il suo interesse per la chimica farmaceutica.
Consegue il Diploma di laurea in Chimica e Farmacia.
Durante il l° conflitto è impegnato nell’Ospedale Contumaciale di S. Donà di Piave, poi a Modena in un laboratorio di analisi chimica.
Dopo gli anni turbolenti del primo dopoguerra, viene eletto consigliere comunale di Castelbolognese il 17 ottobre 1920. Avendo conquistato il Partito Socialista, per la prima volta, la maggioranza, diviene assessore all’igiene. (Questa stessa amministrazione liberamente eletta, è però costretta alle dimissioni nell’agosto 1922 dagli squadristi che invadono la sede municipale).
Sempre nel 1920 [probabilmente era nel 1919, ndr) comprò la Farmacia del Corso a Bologna dove, nel tempo, conquistando la simpatia dell’intero quartiere della città, diventa per tutti “il farmacista”.
Il 29 maggio [1922], nel pomeriggio, la Farmacia di Via Santo Stefano viene invasa da una squadra “in camicia nera, cinturone e stivali con manganelli in mano e pugnali alla cintura”. Ferito al capo, che ha protetto con le mani, e contuso alle reni, Santandrea riesce a sfuggire.
Non ha la solidarietà dell’Ordine dei farmacisti, diretto se non da pro-fascisti, da persone intimorite e paurose.
Durante gli anni della dittatura fascista conserva tutte le amicizie politiche e continua rapporti con diversi perseguitati dai fascisti. Suo ospite è il clinico professor Nino Samaja, israelita, che diviene poi socialista e, dopo la Liberazione, vice sindaco di Bologna, accanto al sindaco della liberazione Giuseppe Dozza.
Rafforza la passione per lo sport e il giornalismo sportivo.
Dal 1922 diviene corrispondente del “Guerin Meschino”. Fra il 1923 e il 1924 arbitra nel Campionato Emiliano di IV Divisione. Consegue uno scoop giornalistico, quando su “II Resto del Carlino” del 10 agosto 1925 scrive la cronaca del “match” fra il “Bologna” e il “Genoa”, giocato a porte chiuse a Milano, che consente la conquista del primo scudetto ai rosso-bleu.
Nella seconda metà degli anni 30 è tutore sportivo del giovane castellano Edmondo Fabbri, che poi diverrà calciatore e, più tardi commissario tecnico della Nazionale di calcio.
Nel 1939 conosce l’ingegnere Gianguido Borghese (che diverrà dopo la Liberazione di Bologna, Prefetto designato dal Comitato di Liberazione Nazionale) con il quale allaccia rapporti che si infittiscono nel tempo che prelude alla lotta di liberazione contro il nazifascismo.
Quando, nell’inverno 1944, l’VIII Armata inglese si attesta sull’argine destro del fiume Senio, Castelbolognese si viene a trovare lungo la linea del fronte tedesco che ha l’estremo limite nell’argine sinistro. I cittadini di Castelbolognese restano nel loro abitato, scendendo nelle cantine o in rifugi creati per potere salvarsi dalle schegge delle granate, dalle bombe aeree, in una condizione di permanente pericolo e che si aggrava giornalmente per via delle ristrettezze imposte dalla guerra e per i disagi del freddo e delle malattie. Accogliendo nella propria abitazione ogni Castellano che raggiungeva fortunosamente Bologna, con una continua e grande ansia per la moglie, i figli e i nipoti che sono a Castelbolognese.
Dalla triste condizione dei Castellani, per iniziativa di persone mosse da intenti patriottici ed umanitari, viene chiesto una specie di protettorato e soccorsi alimentari e sanitari alla città di Bologna, avendo Castelbolognese rotto ogni collegamento con Ravenna.
Mario Santandrea assieme ad esponenti di quel Comune, compie i passi determinanti verso le autorità bolognesi in carica, perché organizzino soccorsi in viveri, medicinali ed altri generi di prima necessità; organizza egli stesso il reperimento di farmaci urgentemente indispensabili, e provvede alla mobilitazione per i trasporti a mezzo della Croce Rossa e con l’aiuto dei frati Domenicani.
In 13 viaggi, durante tre mesi sono fatti arrivare a Castelbolognese 8 q.li di concentrato di pomodoro, 6 q.li di formaggio grana, 22 q.li di zucchero, 14 q.li di latte condensato, 62 q.li di riso, 5 q.li di pasta, 15 q.li di sale, 1 q.le di candele e un sacco di fiammiferi (queste due ultime derrate, indispensabili per la vita dei castellani costretti nei rifugi sotterranei e nelle cantine). Aiutò il prof. Paolo Bentivoglio dell’Associazione dei ciechi a soccorrere un gruppo di ragazze cieche che erano rifugiate nella canonica di Biancanigo anch’essa sulla linea del fronte.
Castelbolognese di questo soccorso necessario e indispensabile per soccorrere i malati, gli sarà grato e, dopo la Liberazione, gli renderà merito pubblicamente.
Dopo la liberazione di Bologna, ha l’incarico dal Comitato di Liberazione di Bologna di ricostituire l’Ordine dei farmacisti soppresso dai fascisti, del quale diviene poi il Presidente per 18 anni.
Sempre dal 1945 è consigliere della Banca Operaia di Bologna, della quale dieci anni dopo diviene vice-Presidente e poi, presidente nel 1969. Si è dimesso cinque anni fa, a 95 anni.
Da molti anni, ancora oggi, è componente attivo della Commissione toponomastica del Comune di Bologna.

Album fotografico (ove non altrimenti specificato le fotografie provengono dall’Archivio di Giorgio Santandrea)

Mario Santandrea farmacista

(da un testo dattiloscritto distribuito in Farmacia del Corso redatto da Giorgio Santandrea)

Laureatosi in Farmacia all’Università di Bologna il 27 maggio 1915 con una tesi dal titolo “L’azione del bromuro di selenio sui magnesio-alchili”, Mario Santandrea dovette attendere la fine della Prima guerra mondiale per poter esercitare la professione. Nel 1919 acquistò dal dott. Baratti l’antichissima “Spezieria da S. Biagio” (probabilmente “fondata” nel 1408) sita in via Santo Stefano a Bologna. Ne mutò il nome in “Farmacia del Corso”, ma conservò integro l’arredamento settecentesco.
Con la Liberazione, i farmacisti Bolognesi gli conferirono l’incarico di ricostruire l’Ordine Professionale, soppresso negli anni del “regime” e di dare ad esso una sede adeguata. Egli scelse per il nuovo Ordine una via del centro storico bolognese: Via Garibaldi, in un palazzo patrizio cinquecentesco, al piano nobile dello stesso.
Tuttora l’Ordine dei farmacisti di Bologna, è lì situato: ricordiamo che le riunioni e i convegni si svolgono in un magnifico e capientissimo salone il cui soffitto è meravigliosamente affrescato da Nicolò dell’Abate (pittore bolognese seicentesco) con scene di vita di Ercole.
Attento alla professione, il Dott. Mario Santandrea negli anni cinquanta realizzò il primo distintivo dei farmacisti, che porta la scritta “Ordine dei Farmacisti Bologna”, per permettere alla clientela di identificare immediatamente i farmacisti e di distinguerli dai pratici, allora molto numerosi. Vi è raffigurato un serpente che beve da una coppa bianca in campo blu.
Ancora oggi il titolare e i collaboratori della Farmacia del Corso portano quel distintivo, non per distinguersi dagli altri farmacisti italiani, che usano quello Fofi realizzato in un secondo tempo, ma per mantenere la memoria storica dell'”idea” del primo distintivo italiano. Durante la sua presidenza in seno all’ordine professionale, durata ben diciotto anni (fino al 1963), egli organizzò il quarto Congresso U.T.I.F.A.R. ancora ricordato per il grande consenso riscosso.
Mario Santandrea è stato il capostipite di una dinastia di sette laureati in farmacia nella stessa famiglia, un record nazionale stabilito negli anni ‘80. Si laurearono in farmacia i suoi quattro figli Dory, Laura, Marino (scomparso prematuramente) e Giorgio (scomparso nel 2019) e i di lui figli Paolo e Luca (attuale titolare della Farmacia del Corso).

Mario Santandrea giornalista sportivo

(da un Guerin Sportivo di fine 1990)

Auguri mitico Sam

Mario Santandrea, corrispondente del nostro giornale dal 1922 al 1955, sta per tagliare il traguardo dei cento anni. Lavora sodo e ricorda tutto: è il prototipo del “guerinetto”

di Paolo Facchinetti

Lo aspetto col fotografo all’interno della sua farmacia. C’è profumo di spezie, e non di medicinali. La Farmacia del Corso, in via Santo Stefano, a Bologna, è la più antica della città. E’ datata 1400, nacque appunto come emporio di spezie. Ancora oggi ci sono scaffali d’epoca finemente intarsiali, con sculture in bronzo incastonate; antichi vasetti ben disposti lungo tutte le pareti testimoniano la sacralità del luogo. Lui, il vecchio “Sam”, mi appare a! di là della porta a vetri. Arriva con passo deciso, la figura ben diritta, il volto allegro. Non riesce a entrare fintanto che non ha esaurito la serie dei saluti di rito ogni mattina: amici occasionali, l’ex ministro Preti che è andato a comprare il giornale all’edicola all’angolo, vecchi conoscenti. Entra, il mitico “Sam”, e mi rapisce portandomi nel retro.
Mi rapisce e ml travolge con un maremoto di ricordi. E’ lucidissimo, dinamico, ben disposto. Pare un ottantenne da invidiare, per come si conserva. E invece è prossimo ai 100: li compirà il 21 gennaio del 1991. Vive a due passi con la moglie di 92, ogni mattina alle 9, puntuale, si siede alla cassa. E si fa l’orario pieno. Stacca alle 19.30. “Sam”, per tutto questo, è già un ‘eccezione. Lo è doppiamente, per me, in quanto scopro che è sicuramente il decano del cronisti del Guerin Sportivo. Si chiama Mario Santandrea (da qui Sa.m.), cominciò a scrivere per il Guerino nel 1922, cioè 68 anni fa. Ha smesso nel 1955 perché, troppo preso dal suo lavoro, non poteva più sostenere il peso della “corrispondenza”. Per 33 anni cioè ha scritto per il Guerino. Una costanza del genere, sommata alla eccezionalità del secolo di vita, andava premiata. Per questo ho voluto incontrare Sam e testimoniargli l’affetto del Guerin Sportivo in maniera tangibile: una statuetta raffigurante l’antico guerriero armato di una penna d’argento era quanto di meno potessi offrire a un personaggio simile.
Credo che il dott. Santandrea ne sia stato sinceramente toccato. Dei due però, forse, il più emozionato ero io, nella circostanza. Sono uno storico del Guerino per averlo frugato dalle prime alle ultime annate: incontrare una “prova” vivente del mitico Guerino dei Carlin, dei Colombo, degli Slawitz mi ha sinceramente commosso. Sono personaggi come Santandrea che hanno costruito giorno dopo giorno il mito del Guerino; il prestigio di cui oggi gode questa testata ha le radici nel lavoro costante e oscuro di gente come Sam: oscuro perché allora nessuno si firmava per esteso: facevano giornalismo per il gusto dello scrivere, dello stuzzicare, del pungere, del polemizzare e del raccontare. Sentite come cominciò “Sam”.
“Ero lettore accanito del Guerino, mi colpiva quello stile scanzonato voluto da Carlin. Un giorno restai folgorato da una frase: “perché i pisan veder Lucca non ponno…”. Questo è Dante, i pisani non possono vedere Lucca perché in mezzo ci sono i monti. Il Guerino invece aveva trasferito Dante nello sport: in questo senso i pisani non potevano vedere i lucchesi, per via del tifo per le rispettive squadre! Mi diedi da fare dunque, scrissi a Carlin, e lui mi fece seduta stante corrispondente da Bologna”. Giornalista solo per amore della letteratura? “No, naturalmente. La tessera di corrispondente mi dava diritto ad andare in tribuna a vedere le partite, e questo era un vantaggio mica da poco!”.
Racconta. E vorrebbe raccontare tutto. Nato a Castelbolognese (dunque, romagnolo), iscritto a! partito socialista fin dal 1909, abitò per anni ad Atri in Abruzzo da uno zio che aveva combattuto a Mentana (!!!) con Garibaldi. Ginnasio a Faenza, università a Bologna. Laurea in farmacia e grande passione per il football. Da qui l’esigenza di andare a vedere le partite del Bologna possibilmente gratis e la smania di collaborare a quel giornale anomalo che era il Guerino (“Ogni tanto mi arrivava un vaglia, ma i soldi non erano importanti”). Cominciò a mandare noterelle bolognesi nel 1922: un anno critico, l’anno della spaccatura della Federcalcio. “A Bologna, mentre la Virtus della Federazione Calcistica cedeva il passo al Bologna proveniente dalla meteora della Confederazione, incominciava la gara delle società torinesi in lotta coi bolognesi per la successione al periodo egemonico del Genoa del dopoguerra. Chi scriveva da Bologna su un giornale di Torino (e il Guerino allora era torinese) era guardato con sospetto, considerato una quinta colonna, accusato di tradimento. Il motto di spirito veniva preso per oro colato, l’esaltazione dell’avversario, invece di essere considerata come valorizzazione della propria squadra, era ritenuta disfattista, provocava l’insulto”. Così Sam lavorava a Bologna, da “nemico”. Da cronista ha vissuto lutti i grandi trionfi del Bologna, il magico Bologna. C’era il giorno della finale a porte chiuse (sollecitata dal Guerino) col Genoa nel 1925, c’era in occasione di tutti gli altri scudetti e dei trionfi internazionali dello squadrone rossoblu.
Sam è ancora appassionato, raccontando si esalta e mi esalta. Vorrei ascoltarlo per un giorno intero. Non posso perché mi reclama questo Guerino meno pimpante, meno scanzonato di quello di allora ma terribilmente più complicato. Saluto Sam ma è un arrivederci. L’anno prossimo il Guerin Sportivo compirà 80 anni: pochi a confronto con i 100 del dott. Santandrea ma è sempre una ragguardevole età. Faremo una grande festa. E Sam sarà il primo degli invitati.

Testimonianza di Mario Santandrea

(da LUCIANO BERGONZINI, LA RESISTENZA A BOLOGNA TESTIMONIANZE E DOCUMENTI, VOLUME I, Istituto per la Storia di Bologna 1967)

Mi iscrissi al partito socialista quando ero studente liceale, a Faenza, dove conobbi Pietro Nenni, più giovane di me di un mese, che spesso parlava in pubblico per il partito repubblicano. Io vivevo con la mia famiglia a Castelbolognese dove risiedeva il medico Umberto Brunelli, presidente nazionale dei Medici condotti e candidato socialista nel collegio di Lugo, che mi fu maestro di ideali politici e dirittura morale.
Nel 1920 il partito socialista si era ingigantito a dismisura e Nenni, che durante la guerra aveva diretto “Il Giornale del Mattino” quotidiano di ispirazione radicale, in contrapposto al conservatore “Il Resto del Carlino” e al cattolico “L’Avvenire d’Italia”, era passato al partito socialista, dove allora predominava la corrente massimalista di Bordiga, Serrati, Lazzari, Bombacci ecc. e durante un viaggio che Giacinto Menotti Serrati aveva compiuto in Russia, aveva assunto la direzione dell’”Avanti!”.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 molti comuni del nord e anche del centro furono conquistati dai socialisti. Vigeva la legge maggioritaria che attribuiva i quattro quinti dei seggi alla lista che aveva raccolto il maggior numero di voti e un quinto a quella che seguiva in graduatoria; nessun seggio a tutte le altre. A Castelbolognese noi superammo di pochi voti la lista clerico-moderata ed io fui nominato assessore, ma solo supplente, perché la mia residenza a Bologna, dove avevo acquistato una farmacia, mi consentiva solo sporadiche trasferte.
A Bologna, essendo stato eletto in parlamento Francesco Zanardi, la lista d’ispirazione massimalista che doveva eleggere a sindaco il ferroviere Gnudi, vinse con una notevole maggioranza; ma nel pomeriggio della domenica 21 novembre, durante l’insediamento avvennero i noti fatti per i quali fu ferito a morte in aula consiliare l’avvocato Giulio Giordani della minoranza, che non era iscritto al fascio di combattimento, ma rappresentava i reduci di guerra. Sulla sua stessa posizione era allora l’avvocato Aldo Oviglio che aveva perduto per conseguenze belliche l’unico figlio maschio, Galeazzo.
Il Giordani abitava al n. 18 di via Guerrazzi, a 40 metri dalla mia farmacia, aveva per moglie una maestra, due figli e si serviva, come medico di famiglia, del dott. Alfredo Forti, abitante in via San Petronio Vecchio 47, il quale aveva sposato la figlia di Olindo Guerrini. Allora ben pochi medici disponevano del telefono e le chiamate dei clienti venivano portate nelle farmacie dove i medici recapitanti avevano un loro casellario. Il dott. Forti aveva da molti anni il recapito nella mia farmacia e i Giordani erano assidui clienti, perciò provai un sincero dolore per la morte dell’avvocato e fui facile profeta nel dedurre che per i fascisti quel morto sarebbe stato una carta importante per il loro gioco. E non solo a Bologna, ma in tutta l’Italia.
A Castelbolognese c’erano solo quattro fascisti, ma costituivano una minaccia permanente perché in ogni occasione importavano squadracce da altre località. Uno dei quattro, che era uno studente in lettere, godeva di una borsa di studio per la quale era necessario superare gli esami con un minimo di 21/30. In una riunione della Giunta Comunale nella quale si esaminava il documento rilasciato dalla segreteria dell’Università, osservai che in tutte le materie aveva riportato 30. Poiché il foglio recava tracce di abrasioni fui incaricato di accertarne l’autenticità che mi fu confermata dal segretario della Facoltà, il quale, però, aggiunse che erano stati cancellati i voti scritti in tutte lettere ed erano rimasti i 30 che, preceduti da una barra, significavano i trentesimi. La borsa fu egualmente concessa, ma il soggetto, che poi divenne insegnante ed ebbe un processo penale per attenzioni verso una sua allieva, seppe del mio sondaggio ed iniziò una serie di rappresaglie nei miei confronti. Una sera il fratello di lui nella penombra del viale della stazione mi aizzò contro un cane mentre mi cantava alle spalle stornelli di minaccia. Qualche anno dopo, nello stesso viale, fu massacrato a randellate il ferroviere Adelmo Ballardini di ritorno dal lavoro e lasciò una vedova con tre teneri bambini. Alle fine del 1920 quel tale mandò in farmacia alcuni fascisti bolognesi i quali mi chiesero se avevo approvato l’uccisione di Giordani. Non mi fu difficile dimostrare il contrario perché la vedova Giordani continuava a servirsi da me e mi dimostrava la sua cordiale amicizia. Una seconda spedizione giunse pochi mesi dopo e stavolta mi fu necessaria la leale testimonianza della signora, alla quale li indirizzai; ma l’ingresso in farmacia era stato alquanto burrascoso. Egli allora non si diede per vinto e l’occasione non tardò a venire. Nel maggio 1922, circa cinque mesi, cioè, prima della cosiddetta “marcia su Roma”, arrivarono a Bologna le squadre ferraresi di Italo Balbo che si accamparono in pieno centro, sotto le Logge del Pavaglione, dal portico delle fioraie fino a piazza Galvani. Lungo tutto quel tratto di portico fecero una distesa di paglia e sopra buttarono delle coperte e trasformarono il portico in un vero e proprio accampamento. Dovevano essere circa un centinaio ed erano chiamati la “Colonna di Balbo”, però Balbo venne solo in principio e poi se ne andò. Avevano la camicia nera, il fez, portavano un cinturone nero col teschio, ed erano armati di pistola, pugnali, bombe a mano e manganello. Andavano in giro per la città, giorno e notte, alla ricerca di “sovversivi”, poi alcuni si ritiravano a dormire nel loro “accampamento”, mentre altri andavano nelle case dei loro camerati bolognesi a dormire in un vero letto, tanto il loro scopo era solo quello di fare una dimostrazione di forza, favoriti, del resto, com’erano, dall’atteggiamento del governo Facta tendente a non fare nulla che “irritasse” i fascisti: il prefetto di Bologna aveva avuto l’ordine di “ignorarli” come se il Pavaglione, trasformato in un accampamento di uomini armati, fosse un fatto che passasse inosservato nella città.
Il mio persecutore non perdette quella occasione e un giorno portò quelli della squadra di Balbo fino alla soglia della mia farmacia. Era il pomeriggio del 29 maggio e con me, al banco, ma sull’altro lato, la dottoressa Genesini stava preparando una ricetta mentre alla cassa si trovava la signorina Bergamini. Entrarono sbattendo la bussola di via Santo Stefano; erano in camicia nera, cinturone e stivali, senza elmetto, con manganelli in mano e pugnali alla cintura; qualcuno stringeva in pugno una bomba a mano austriaca col manico di legno, la così detta “ballerina”. Mi resi conto delle loro intenzioni e mi preparavo a giustificarmi quando il primo della fila disse: “il dottor Santandrea?” e senza attendere la risposta mi assestò una manganellata in mezzo alla fronte; fortuna volle che istintivamente alzassi la mano destra per cui riportai due fratture del metacarpo, ma attutii notevolmente il colpo alla testa. Fui lesto a riparare nel retro; ma intanto un altro, afferrato un pesante vaso di gres, che conteneva unguento mercuriale, me lo scagliò con forza colpendomi alle reni. Attraverso il cortile che da nell’ingresso di via Guerrazzi fuggii in strada per riparare nella mia abitazione e intanto sentivo le grida di spavento delle due donne e il fracasso delle cose sulle quali si sfogavano a manganellate coloro ai quali ero sfuggito solo perché non conoscevano il passaggio su via Guerrazzi. Ruppero tutto: i vetri delle bussole, delle vetrine, i vasi che si trovavano a portata di mano; le urla delle due ragazze li dissuasero dal superare il banco e far uso delle bombe a mano. L’oculista prof. Xilo, che aveva ambulatorio e appartamento sopra la farmacia, fu lesto a portar via la famiglia. Lo stesso pomeriggio mia moglie mi accompagnò a Castelbolognese in casa dei miei genitori e dei miei cinque fratelli e il giorno dopo andai a Faenza per la radiografia della mano. Il radiologo prof. Volturno Utili commentò: “Si vede che lei ha delle colpe se l’hanno punito a questo modo”. Si riferiva anche alla contusione alle reni che mi faceva soffrire più di quella alla mano; una ferita al cuoio capelluto si rimarginò subito.
La farmacia rimase chiusa finché non furono sostituiti i vetri; davanti allo scempio la gente aveva perfino timore di sostare, tirava diritto senza una parola di deplorazione. Persino l’“Ordine dei Farmacisti”, al quale feci rapporto scritto mi rispose con una lettera che conservo: l’offesa alla Farmacia, al professionista intento al suo lavoro non lo riguardava. Fui interrogato dal Procuratore del Re e venne un perito a fare l’inventario dei danni. I miei, ritenendo che il pericolo maggiore mi potesse venire dai fascisti di Castelbolognese, che intanto erano cresciuti di numero e distribuivano senza misericordia manganellate e olio di ricino, vollero che io non mi muovessi da Bologna e per molti mesi non potei trovarmi con mia madre. Fu allora che mi mimetizzai dedicandomi alla mia inveterata passione sportiva. Fui dirigente del Comitato Emiliano del Calcio, feci l’arbitro e cominciai a scrivere per il “Guerin Sportivo”. La tessera del giornale mi consentiva l’accesso alla tribuna stampa e alle mie spalle sedevano tronfi i gerarchi in divisa. I colleghi professionisti che avevano in tasca la tessera non esprimevano però alcuna simpatia per il regime. Avevo conservato tutte le mie amicizie politiche e ospitai nella mia farmacia il clinico prof. Nino Samaja, romagnolo come me, e israelita, che aderì al partito socialista alla vigilia della liberazione, ma era stato sempre anarchico e veniva mandato nel carcere di S. Giovanni in Monte alla vigilia di ogni parata fascista. Con lui tutti i giorni veniva da me il suo aiuto dott. Dante Gagliardi, il quale, come feci io, non si iscrisse al sindacato fascista sorto dopo l’abolizione degli Ordini professionali.
Nel processo per l’uccisione di Giordani fu coinvolto il ginecologo socialista e già assessore dell’amministrazione Zanardi prof. Bidone, il quale aveva un fratello farmacista a Tortona; la figlia di questi, laureanda in farmacia, ebbe da me la dichiarazione della pratica professionale dopo il rifiuto che le avevano fatto altre farmacie. Un caso analogo toccò al dott. Leonello Grossi, direttore della Farmacia Cooperativa, fondata da Zanardi, in via Oberdan, nella sede della società Operaia, quella stessa che custodì nel suo cortile la lapide a Guglielmo Oberdan con la famosa epigrafe di Carducci che ora è murata all’ingresso del primo cortile di Palazzo d’Accursio. Grossi era stato deputato socialista del III Collegio uninominale di Bologna (la zona di Levante – San Ruffillo) e sua moglie, la farmacista Azzurra Ugolini, nativa di Forlì, produceva dei preparati di cosmesi infantile col nome brevettato (che esiste tuttora) di “Euderma”, che venivano venduti dal dott. De Mercurio titolare di farmacia e presidente dell’Ordine e poi segretario del sindacato fascista; ma quando seppe che i coniugi Grossi partivano per il confino politico di Lipari non volle più tenere quei prodotti come se fosse stata merce infetta ed io, anche per aiutare i due colleghi impossibilitati ad esercitare la professione, mi prestai a tenere il deposito di vendita.
Come ho detto, lo sport mi servì per mimetizzarmi; eppure ogni tanto mi capitava qualche cosa che serviva a sviare dalla mia farmacia certa pavida clientela. Così quando su di un foglietto “La Pedata”, scritto da fanatici sostenitori del “Bologna F.C.” e diretto da Rodolfo Minelli, comparve un’aperta minaccia con tanto di nome e cognome perché, scrivendo sul “Guerin Sportivo”, che usciva a Torino ed era considerato il portavoce della “Juventus”, ero ritenuto un nemico del “Bologna” che invece sostenevo ed esaltavo, fu scritto: “Sarebbe ora di rompergli i vasi che rimasero intatti l’altra volta”.
Nella mia farmacia veniva quasi quotidianamente il pediatra prof. Pietro Busacchi e fu per suo consiglio che acquistai le prime bilance pesa-bambini; spesso, ordinandomi di mandarne una a casa di un suo cliente, si spiegava: “È un fasciatone, ma quando si tratta del suo bambino ricorre a me”, e sorrideva colla sua bella faccia di apostolo sull’alta distinta figura. Nel 1939 per mezzo del prof. Gregorio Kelescian conobbi l’ing. Gianguido Borghese e cominciò così il periodo che portò alla Resistenza, durante il quale operai in contatto coi vecchi socialisti e in particolare con Paolo Fabbri che era uno dei più qualificati esponenti socialisti nel movimento di liberazione.

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Le “speranze troncate” dell’aspirante medico Enzo Brunetti (1893-1922) https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/le-speranze-troncate-dellaspirante-medico-enzo-brunetti-1893-1922/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/le-speranze-troncate-dellaspirante-medico-enzo-brunetti-1893-1922/#comments Tue, 26 Jun 2018 17:30:24 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=6454 di Andrea Soglia con la collaborazione dell’Archivio Storico Popolare di Medicina (BO) Enzo Brunetti nasce a Castel Bolognese l’1 dicembre 1893 da Oreste e Domenica Martini. Il padre, originario di Faenza, è titolare della condotta veterinaria di Castel Bolognese sin dal 1890 mentre la madre è nativa di Tossignano e …

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di Andrea Soglia
con la collaborazione dell’Archivio Storico Popolare di Medicina (BO)

Enzo Brunetti (si ringrazia Cristina Villa per la fotografia)

Enzo Brunetti nasce a Castel Bolognese l’1 dicembre 1893 da Oreste e Domenica Martini. Il padre, originario di Faenza, è titolare della condotta veterinaria di Castel Bolognese sin dal 1890 mentre la madre è nativa di Tossignano e discende, per linea materna, da un’antica e notabile famiglia di quel paese: la nonna di Enzo, infatti, è Marianna Agnoli, figlia del segretario comunale Giuseppe e nipote del parroco don Gaetano.
Oreste Brunetti è impegnato civilmente e politicamente non solo a Castel Bolognese ma anche nella natia Faenza, dove nel 1894 svolge le mansioni di assessore in rappresentanza della lista radicale.
Poco o nulla sappiamo dell’infanzia di Enzo. La vita dei coniugi Brunetti era stata allietata dalla nascita di altri tre figli: Iolanda (1895), Lea (1898) e Gino (1907, che sarà veterinario come il padre). Enzo partecipa attivamente alla vita castellana ed è uno dei pionieri dell’associazionismo sportivo: nel 1909, con alcuni amici di varia estrazione politica (fra cui Mario Santandrea e Gianni Piancastelli), fonda l’Unione Sportiva Castel Bolognese, associazione che si interessa soprattutto di ciclismo e turismo (ed Enzo è immancabilmente socio anche del Touring Club Italiano). Enzo, che aderisce ben presto agli ideali socialisti (probabilmente sull’esempio del dottor Umberto Brunelli, successivamente deputato), ha buoni amici in paese e i diversi ideali politico-sociali non sembrano dare adito ad attriti di particolare rilievo: il gruppo di amici sembra anzi animato da uno scanzonato clima goliardico ed Enzo, descritto da Ribelle Cavallazzi come “sempre pronto a far baccano”, non sembra essere deriso per l’aspetto fisico, ma è solo amabilmente preso in giro per la sua “erre moscia”.
Enzo si iscrive al Liceo Torricelli della vicina Faenza e nell’anno scolastico 1912-1913 consegue la licenza liceale. L’anno successivo si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna. Mentre sta per cominciare il secondo anno di Università scoppia la Prima guerra mondiale, a seguito dei fatti di Sarajevo. Nell’agitazione interventista, come ha testimoniato Nello Garavini, Enzo Brunetti aderisce alle posizioni di un socialista molto più famoso: Benito Mussolini. Il futuro Duce si distacca ben presto dalla linea ufficiale del Partito Socialista, votata all’assoluto neutralismo e diventa uno dei maggiori sostenitori dell’intervento italiano. Enzo Brunetti sembra essere l’unico socialista castellano ad essere fermamente schierato per la partecipazione dell’Italia alla guerra; pochi altri saranno i castellani di idealità internazionaliste a dichiararsi interventisti in dissonanza con i loro compagni: fra essi si ricordano gli anarchici Oreste Zanelli, Francesco Budini, Antonio Raccagna, Aurelio Villa e Ribelle Cavallazzi, quest’ultimo poi pentito di questa scelta. Fra i ragazzi castellani più favorevoli all’intervento si distingue il repubblicano Gianni Piancastelli, che con Enzo, suo intimo amico, aveva a lungo disquisito sull’argomento e che nel suo diario così ricordava: “Fedele ai principi professati – principi liberali-democratici con tendenza al Repubblicanesimo Mazziniano – propagandai per l’entrata dell’Italia nel conflitto Europeo per trionfo dei principi di libertà dei popoli ed a tutela dei suoi interessi. Il 25 marzo 1915 inscritto al Gruppo Rivoluzionario Interventista di Cbolognese”.

Corso Garibaldi (attuale via Emilia interna) in festa durante la sagra di Pentecoste nel 1914 circa. Da sinistra Enzo Brunetti, Mario Santandrea (col giornale), Francesco Serantini (panama in testa) e Guido Santandrea. Sulla destra si intravede l’insegna della storia osteria di Badò.

La sezione giovanile Arti e Mestieri della Unione Sportiva Castel Bolognese, che fece omaggio della Coppa Ginori all’ultimo classificato della Coppa Val Senio 1912. Da sinistra (prima fila in alto): Vincenzo Minardi, Alessandro Scardovi, Pasquale Piancastelli, Enzo Brunetti, Gianni Piancastelli. Seconda fila: Arnaldo Morelli, Francesco Tosi, Cecchino Santandrea, Gianni Tampieri, Cecchino Caroli, Francesco Morini, Armando Bellosi, Gianitèn Zecchini, Mario Galeati. Terza fila: Giovanni Martini, Rosolino Zaccherini, Luigi Dall’Oppio, Sante Garofani.

Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, Piancastelli, che poteva essere esonerato dal servizio militare in quanto dipendente delle Ferrovie dello Stato, si arruolò volontario. Enzo non risulta essere partito volontario, ma ben presto viene chiamato alle armi e nel luglio del 1915 risulta inquadrato nella sezione sanità della 28a Divisione. Del periodo della Grande Guerra ci rimangono alcune lettere, reperite sul mercato antiquario, indirizzate al ragionier Sante Tosi, presidente del Comitato di Assistenza Civile di Castel Bolognese, la ricevuta di un vaglia postale conservato nell’Archivio delle Opere Pie e alcuni brevi messaggi di saluto inviati al settimanale faentino repubblicano “Il Lamone”. Possiamo seguire così con le sue parole il suo impegno nel soccorso ai feriti e nella cura dei malati durante la Guerra, il suo forte afflato teso alla vittoria finale contro l’odiato nemico e la sua particolare attenzione per l’attività del Comitato di Assistenza Civile al quale deciderà di devolvere, sin dal maggio del 1916, una giornata della sua paga per ogni mese di conflitto, una sorta di fioretto laico anticipatore di un futuro impegno civico.

15 luglio 1915 – Austria Italiana
Carissimo Tosi […]. Se la sorte vorrà rimandarmi sano e salvo al nostro paesello natio, sarò ben lieto di raccontarle le ansie ed i piaceri di questa vita tanto diversa dall’usuale, ma bella perché sorretta dall’entusiasmo e dal sapere che sto compiendo il più alto dei miei doveri. Un solo dolore però ancora ò: quello di essere ancora inoperoso, né avere ancora potuto esclamare “Finalmente anch’io modestamente coopero alla grandezza del mio paese”, ma spero poterlo al più presto dire.
[…] Colgo questa occasione per porgere a lei, membro autorevole, anzi anima del Comitato castellano di preparazione civile le congratulazioni per il felice esito della sottoscrizione Pro famiglie dei richiamati, indice stupendo del mutato spirito castellano. […]

25 luglio 1915
Carissimo Tosi, mentre attendo l’ordine di ritornare ai posti avanzati di medicazione per compiere la pietosa opera mia rispondo alla sua gratissima del 21 corr. consegnatami or ora. Finalmente da qualche giorno la nervosa attesa che per me già troppo si protraeva è finita! Non più qualche chilometro ma qualche centinaio di metri appena mi separano dai sospirati campi di battaglia. Ogni giorno coi miei uomini parto per i luoghi più avanzati a ritirare coloro che già parte del loro sangue ànno per la grandezza d’Italia e più di tutto per il bene dell’umanità versato, mentre gli srappel e le pallottole mi fischiano attorno costringendomi ad abbassarmi e ad interrompere la marcia. Perché l’opera nostra pur non svolgendosi proprio in mezzo ai combattenti, si svolge in mezzo ad un continuo pericolo ritirando noi i feriti da quei posti di medicazione che si trovano ad appena un centinaio di metri dalla linea di fuoco e trasportandoli alla sezione per mezzo di ambulanze da dove rimedicati vengono mandati agli ospedaletti da campo. Il primo giorno provai un po’ di impressione ora però più, anzi i miei compagni si lamentano perché troppo incurante del pericolo. Io rispondo che il pericolo è dappertutto e che la nostra vita più che alle precauzioni è affidata alla sorte, quindi meglio è essere impavidi che timorosi e dico che nullo è il nostro pericolo in confronto di quello che corrono i nostri fratelli combattenti costretti tante volte ad avanzare in mezzo ai fuochi delle nostre artiglierie e di quelle del nemico e ciononostante contenti ed allegri. […]

2 agosto 1915
Carissimo Tosi […]. Grazie dei suoi consigli affettuosi che non so se purtroppo potrò più seguire perché da qualche giorno non più alla cura dei feriti, ma dei malati la nostra sezione è stata addetta. Del resto le audacie dei giorni scorsi da me fatte sono nulla in confronto di quelle dei nostri valorosi soldati […]. Esse non furono a me comandate se non dalla mia coscienza e dal mio entusiasmo, dalla mia volontà di collaborare in tutti i modi con tutti i mezzi a lenire il dolore di coloro che con tanto entusiasmo combattono, che con tanto valore muoiono, perché se io avessi voluto soltanto fare quanto i miei ufficiali mi avevano comandato avrei potuto starmene tranquillamente a dirigere i miei quattro uomini nelle operazioni di carico e scarico. Ma io non avevo invocato questi gloriosi campi di battaglia per fare solo questo. E perciò mi prodigai in tutti i modi il 26 u.s. in cui sotto il fuoco dell’artiglieria andai dal posto di medicazione del … fanteria alla sede della mia sezione a ritirare alcuni oggetti di medicazione di cui si era rimasti completamente sforniti. Ora con la stessa coscienza e con lo stesso coraggio mi prodigo alla cura dei malati. Sono nel reparto dei più gravi cioè dove maggiore è il lavoro e collaboro col mio tenente Dott. Melloni […] Trovarmi con Melloni mi sembra di trovarmi con lei o con mio padre. […]

9 ottobre 1915 – Dall’Isonzo
Carissimo Tosi, la vita di assoluto riposo prescrittami dai medici curanti à trasformato la vita che ora qui a Romans conduco in una specie di villeggiatura. […] Ma fra pochi giorni lieto sarò di ritornare alla vita attiva, di rendermi di nuovo utile verso chi parte del suo sangue à per l’Italia nostra versato. […]

16 maggio 1916 (vaglia postale)
Carissimo Tosi, grazie della Relazione morale e finanziaria che gentilmente mi è stata comunicata. Accogliendo pur io l’invito che in essa il Comitato lancia alla popolazione e come prova tangibile della mia piena approvazione e solidarietà mi impegno con la presente di versare per tutto il tempo della guerra l’importo ogni mese di una giornata della mia paga. […]

25 luglio 1916 – Padova
Carissimo Tosi […] le mie condizioni di salute […] lentamente per le cure assidue del giovane quanto bravo Dr. Anau e per la quiete ed il riposo nella quale ora vivo migliorano. Come già babbo le avrà detto, sia pure a malincuore, sarò però purtroppo costretto buttare nella migliore delle ipotesi per un po’ di tempo acqua nel mio ardente entusiasmo e nella mia volontà di fare essendomi necessario un po’ di riposo. Contro questa soluzione io già avevo lottato allorquando il mio Capitano, impressionato del mio deperimento organico, mi faceva il 2 luglio inviare all’Ospedale dopo avermi fatto visitare di autorità e se oggi l’accetto l’accetto soltanto perché il medico curante mi à convinto della necessità di essa e mi à prospettato anche la possibilità qualora non l’accettassi di serie conseguenze per il mio domani. Così a giorni verrò a Castello, in quel Castello però dove non avrò più la fortuna di vedere amici carissimi, che la morte anzitempo à voluto strappare, quali Angelo Dall’Oppio e Publio Budini […]

Da Il Lamone 17 febbraio 1918
Enzo Brunetti aspirante medico sottoscrive per il Lamone con immutata fede nella Vittoria.

Da Il Lamone 30 giugno 1918
Nel 3° anniversario della nostra guerra che ci sorprende in una fiduciosa vigilia d’armi il nostro pensiero volge grato ai caduti di ieri e di oggi sulla tomba dei quali riaffermiamo il giuramento di vendicarli e di vincerli. Saluti a tutti gli amici e combattenti, il giornale regolarmente ora mi giunge. Grazie. Salute mia fisica e morale sempre ottima.
Ten. Enzo Brunetti

Da Il Lamone 15 settembre 1918
Aspirante medico Enzo Brunetti contracambia i saluti e gli auguri ai cugini G[iuseppe] Placci R[epubblica] Argentina e G[ino] Contavalli e saluta i parenti e gli amici tutti combattenti auspicando vittoria alle armi del Diritto e con immutata fede saluta indistintamente.

Una delle cartoline spedite da Enzo Brunetti a Sante Tosi (collezione Andrea Soglia)


13 ottobre 1918

Carissimo Tosi, stia sicuro, non ci lascieremo adescare. Il nemico non può sperare nella vittoria morale; esso è perduto militarmente e soprattutto moralmente. Le sue ultime barbarie ànno accresciuto l’odio nostro; con lui ormai i nostri soldati sanno che non si può venire a patti. O accettare o continuare nella lotta! Questo è l’ultimatum del soldato nostro. Tergiversare, sperare, non può più. Egli deve cedere. Noi siamo vincitori. 41 mesi di guerra ci ànno temprato a tutto. Abbiamo lottato, abbiamo avuto fede quando la lotta e la fede parevano follie, oggi che la vittoria sta per baciarci non ci lascieremo adescare. No! No! Caporetto è lontano ormai. Abbiamo applaudito a Wilson, ma abbiamo altrettanto fortemente applaudito a Diaz. Quando i nostri tutori ci avranno detto che il nostro nemico è lo stesso di prima, noi incomincieremo la marcia travolgente con l’arma che teniamo ben stretta in mano e che ci servirà ad imporre la pace nostra. Perché ormai il duello è giunto alla fine, ormai il nemico è crivellato di ferite e si deve arrendere a discrezione. Nessun altra resa il soldato nostro ammette. […]
Non impazienza dunque, non illusioni, a casa ritorneremo, fra le vostre braccia correremo, ma ritorneremo e correremo per non più lasciarvi. […]

Da Il Lamone 1 dicembre 1918
Gli avvenimenti grandiosi di questi giorni che imperano ogni aspettativa, ogni speranza non mi hanno permesso finora di contracambiare il tuo affettuoso saluto del 30 corrente ed i tuoi auguri. Io sto benissimo, sono allegro non solo per la strepitosa vittoria nostra, ma anche perché esso ha determinato la capitolazione germanica.
“Le jour de la gloire est arrivè” e con lui è giunta anche l’ora di Mazzini oggi più che mai vivo.
Aspirante Enzo Brunetti

L’inebriante vittoria, il tanto sospirato ritorno a casa, il diffuso clima di entusiasmo sembrano per un attimo non aver mutato lo spirito di qualche anno prima. Gli amici sembrano essere rimasti gli amici di sempre, ma qualcuno non è sopravvissuto all’ecatombe: Tullio Bolognini, promessa letteraria e calcistica è morto per ferite nel dicembre del 1917, Gianni Piancastelli, uno dei più intimi amici di Enzo, è spirato nel febbraio 1917 per una malattia contratta al fronte. Enzo gli aveva dedicato dapprima un accorato articolo apparso su Il Lamone nell’immediatezza della morte e poi un altro scritto pubblicato ad inizio 1918 nella collana dedicata a “I caduti per la patria: i figli di Romagna per la madre Italia”.
Nella primavera del 1919 viene fondata la Società “Sempre Giovani”, sodalizio castellano che organizzava prevalentemente feste da ballo affinché i soci trovassero l’anima gemella. Sembra tornare per un attimo lo spirito goliardico prebellico che ben si coglie in due numeri unici curati dalla Società. Anche Enzo ne fa parte, e con lui tanti amici di un tempo che, proprio in quel periodo, aiutano Mario Santandrea, laureatosi appena prima della partenza per la guerra, ad acquistare la “Farmacia del Corso” a Bologna, prestandogli non poco denaro per raggiungere la somma necessaria allo scopo.
Mario Santandrea, socialista dal 1909, di due anni più grande di Enzo, era rimasto allineato alla posizione neutralista del partito. Nel Dopoguerra anche Enzo rientra nei ranghi: non segue Mussolini nell’avventura fascista e rimane fedele all’ideale socialista. Nel 1922 il giornale “Il Socialista” scriverà che egli aveva tenuto alta la sua fede politica “anche quando interventista convinto fece tutta la guerra e ne soffrì le pene e il rimorso, quando ripreso il suo posto fra di noi fu esempio di abnegazione e di martirio in quest’ora travagliata”.
Con Mario Santandrea ed altri compagni, Enzo Brunetti, che ha ripreso a frequentare l’Università, comincia infatti in paese un intenso periodo di impegno politico che sfocia nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920, vinte dal Partito Socialista per una manciata di voti sul Partito Popolare dopo una campagna elettorale molto aspra, giocata soprattutto nelle campagne dove i socialisti contestano ai popolari di aver soffiato “a piene gole sul braciere della guerra”. Il nuovo sindaco è Alfredo Morini e fanno parte della giunta Giovanni Biancini (Badò), Orazio Borzatta, il maestro Vincenzo Panazza e Mario Tampieri, con assessori supplenti Arturo Malmesi e Mario Santandrea. Il periodo postelettorale continua ad essere teso, dapprima con ricorsi dei popolari per far annullare il voto e poi con polemiche spesso sterili fra socialisti e popolari e contestazioni di questi ultimi relativamente al bilancio, alla chiusura dell’orfanotrofio femminile ed altri aspetti amministrativi.
Il clima nazionale acuisce ovunque la distanza fra i due partiti di massa e favorisce le prepotenze della minoranza fascista. A Castel Bolognese quest’ultima è costituita da soli quattro elementi, che si fanno sempre più rumorosi, prepotenti e violenti. Ne fanno parte i fratelli Parini, uno dei quali è Vico, anche lui studente (di lettere), che a fine guerra aveva dedicato parecchi scritti agli amici caduti al fronte e fa parte della Società “Sempre Giovani”. Ma tanti amici, oramai, non sono più considerati amici, tutt’altro, e i quattro elementi (che troveranno progressivamente sempre più sodali) si tramutano ben presto in aguzzini.
A farne le spese, fra i primi, è proprio Enzo Brunetti, diventato segretario della sezione castellana del Partito Socialista. Sembra essere considerato una figura di riferimento della nuova amministrazione anche se non ne fa parte, e gli viene anche rinfacciata la sua precedente posizione interventista considerata contraddittoria nella lotta politica in corso: è quindi ancor di più una figura da colpire duramente. Nel giro di tre mesi viene preso di mira due volte tramite pesantissimi articoli pubblicati su “L’Assalto“, il settimanale della Federazione Provinciale Fascista di Bologna nei quali si inveisce e minaccia senza pietà anche l’intera amministrazione socialista castellana. Enzo viene schernito volgarmente ed irriso per il suo aspetto fisico con parole che ancora oggi suscitano orrore, dapprima sul numero del 15 ottobre 1921: “Mentre alcuni cittadini per bocca di due corrispondenti muovono delle critiche ai socialisti, l’amministrazione locale, la più bestia, la più vanitosa, la più cretina prepara la rovina del paese. […] Enzo Brunetti il più brutto, che abbia procreato utero di donna, atrofizzato nella testa e nei santi cordoni, suggerisce ed impone. Panazza la più genuina figura di zar comanda e minaccia, Biancini che vorrebbe parere l’ultimo dei pagliacci, è il più falso, il più ambizioso, il più ignorante […]. Così Castelbolognese deve essere governato da queste teste, ripiene d’imbecillità, d’ignoranza e di finzione da tutte queste rape, che riunite assieme non valgono neppure una cicca” e poi sul numero del 21 gennaio 1922: “Enzo Brunetti il mentecatto, l’incosciente, il pagliaccio girato e rigirato dai locali amministratori per coprire tante loro ritirate ha avuto una prima lezione. L’ispiratore del manifesto, il duce d’una squadra di arditi del popolo posta alla ricerca dei Parini, la bestiaccia che i socialisti hanno digerito nel loro ventre di struzzo, l’altro giorno è caduto in disgrazia. Benchè bollato a fuoco, benchè richiesto dal Parini d’una prova della sua audacia, lo scimmione ha piegato il capo e si è preso tutta la tempesta. L’ex onorevole Brunelli, presente al fatto, si limitò a temporale finito ad iniettare una fialetta di spirito sul corpo anormale del vilissimo Enzo, ma neppure questo valse a rinfrancarlo!”

La notizia dell’aggressione di Enzo Brunetti pubblicata su l’Avanti!, edizione di Bologna, del 20 aprile 1922

Il passaggio dagli insulti al manganello e alle vie di fatto non tarda ad arrivare. La sera del 17 aprile 1922, mentre si sta recando tranquillamente a teatro con le sorelle ed alcuni conoscenti, viene improvvisamente aggredito davanti al Caffè Centrale e ripetutamente bastonato. L’intervento delle sorelle e degli altri presenti evita il peggio, ma Enzo riporta comunque alcune contusioni ad un braccio e due ferite lacero contuse alla testa che vengono dichiarate guaribili in 10 giorni. Gli aggressori sono immediatamente identificati: sono i fratelli Parini e il cavalier Spezzafumo, uno squadrista itinerante, privo di qualsiasi scrupolo, che agiva pressoché indisturbato in tutta la regione dando man forte ai vari gruppi fascisti locali. I colpevoli la fanno franca: i fratelli Parini, che godevano dell’amicizia dei Carabinieri, non vengono nemmeno ricercati, mentre Spezzafumo viene momentaneamente arrestato perché trovato in possesso di una rivoltella, ma già il 4 maggio è presente all’apertura della sezione del Fascio di Combattimento di Castel Bolognese, di cui viene nominato primo reggente, e ben presto assurgerà nuovamente agli onori della cronaca per altre imprese squadriste in quel di Rimini. Su questo personaggio fioriranno successivamente leggende di ogni tipo (se ne occuperà anche Indro Montanelli), che rendono quasi impossibile identificarlo con certezza, tant’è che verrebbe quasi da considerarlo un personaggio letterario dannunziano, se non ci fossero giunte le cronache delle sue nefandezze.
La vile aggressione ad Enzo viene universalmente condannata, anche da alcuni fascisti locali ancora non infervorati come i Parini. Non si unisce all’indignazione corale “L’Assalto”, che in un delirante articolo del 22 aprile attribuisce le colpe dell’accaduto ad un’improbabile provocazione della parte lesa e chiude con un inquietante avvertimento: “Sappiamo tutto Enzone, e se non cessi di parlare in certi circoli e in certe case di sovversivi, ci vedrai più energici alla prova”.
E’ facile immaginare lo stato d’animo di Enzo, che non può che sentirsi in balia degli eventi e privo di una vera protezione, non solo a Castel Bolognese ma anche a Bologna, dove deve ancora terminare gli studi ed è molto vicino alla agognata laurea. Anche a Bologna svolge attività politica e frequenta la sezione del Partito Socialista, l’Unione Giovanile Socialista ed è iscritto al Gruppo studenti socialisti. Questo non può che procurargli che guai anche nella città felsinea dove è sicuramente “attenzionato” dagli avversari politici, che probabilmente riescono anche a sabotarlo nella sua carriera universitaria, magari sobillati da Vico Parini, che anche lui sta ultimando gli studi a Bologna.
Che Vico avesse a Bologna amici potenti e molto pericolosi è documentato anche dalla vicenda accaduta a Mario Santandrea, molto simile a quella di Enzo. Reo di aver controllato, nelle sue vesti di assessore, l’autenticità di un documento contenente i voti universitari del Parini (che godeva di una borsa di studio assegnata dal Comune con l’obbligo di mantenere una determinata media scolastica), Santandrea si era attirato facilmente continue intimidazioni sia in paese, sia nella sua farmacia di Bologna, visitata per due volte dai fascisti bolognesi “ispirati” dal Parini e alle cui contestazioni Santandrea era riuscito ad addurre valide giustificazioni. Non gli è possibile, però, opporsi all’assalto di una squadraccia della “Colonna Balbo”, condotta fino alla sua farmacia dal Parini: è il pomeriggio del 29 maggio 1922. Identificato dai suoi aggressori, Santandrea dapprima viene raggiunto repentinamente da una manganellata alla fronte, parecchio attutita dal fatto che egli alza la mano destra a protezione del volto, riportando due fratture del metacarpo e poi viene colpito da un pesante vaso di gres alle reni mentre sta fuggendo sul retro. Sgattaiolato fuori da un’altra uscita, sconosciuta agli aggressori, riesce a riparare nella sua abitazione mentre la farmacia viene devastata. Accompagnato dalla moglie a Castel Bolognese, presso i genitori e i fratelli, Mario ritorna ben presto a Bologna, convinto dai familiari che i maggiori pericoli li avrebbe corsi a Castello.
Oramai è una escalation di cui non si intravede la fine e questo clima non può che prostrare fortemente Enzo, che a differenza di Mario non ha nemmeno la sicurezza data da una posizione professionale solida. Infatti anche la laurea sembra allontanarsi di qualche tempo, probabilmente a causa sia del grande stress accumulato sia di qualche sabotaggio fascista di ispirazione castellana, e ciò lo getta nel più profondo sconforto. Ai primi di giugno si trova a Castel Bolognese e prima di ripartire per l’ultima volta per Bologna, ha già maturato e messo per iscritto l’idea di porre fine alla sua giovane vita.
Il 9 giugno 1922 Libero Zanardi, studente universitario, giornalista ed attivista socialista, figlio dell’ex sindaco di Bologna Francesco, muore di peritonite a 22 anni all’Ospedale di Rimini, città dove si era rifugiato a seguito delle numerose bastonature subite dai fascisti, trascurando un’appendicite. Francesco Zanardi accorre da Roma, dove si era dovuto trasferire perché bandito da Bologna, e “l’ignobile Spezzafumo poté giungere all’estremo sacrilegio di minacciare ed ingiuriare sconciamente l’on. Zanardi mentre era al capezzale del suo figlio morente!” e con altri fa “del chiasso sotto le finestre dell’Ospedale”. I funerali di Libero “si trasformarono in una grande manifestazione politica antifascista, alla quale presero parte migliaia di bolognesi con bandiere e mazzi di fiori rossi”; il corteo funebre, partito da Rimini, attraversa tutta la Romagna: “A S. Arcangelo sono ancora fiori, i fiori purpurei della Romagna generosa, che comprimono il tetto del convoglio ormai stracarico. A Savignano e Castel Bolognese, è la stessa folla che sembra quasi tra paese e paese ininterrotta”. Anche la Sezione socialista di Castel Bolognese invia un messaggio di condoglianze alla famiglia; noi immaginiamo che Enzo conoscesse personalmente Libero tramite il Gruppo studenti socialisti. Di sicuro Enzo presenzia o al passaggio del corteo funebre da Castel Bolognese o ai funerali direttamente a Bologna. Probabilmente questa ulteriore tremenda vicenda lo convince vieppiù a mettere in pratica il proposito del suicidio.
E’ la mattina del 27 giugno 1922. Enzo Brunetti si reca ai Giardini Margherita e ingoia 10 pastiglie di sublimato corrosivo. Verso le 11,30 viene rinvenuto su una panchina del parco in preda a violenti dolori al ventre. Viene trasportato in carrozza all’ospedale Sant’Orsola dove ha la forza di dichiarare di aver ingerito il sublimato e dove i medici gli praticano d’urgenza una lavanda gastrica. E’ tutto inutile, alle ore 17 Enzo Brunetti cessa di vivere “dopo inaudite sofferenze, e a fine di lunga e straziante agonia”. Non solo si è suicidato, ma ha scelto consapevolmente un veleno letale che però non determina una morte istantanea. La dose massiccia di sublimato gli provoca effetti probabilmente simili a quelli descritti da un dizionario di anatomia ottocentesco: “il sublimato, e in generale tutti i Sali mercuriali, hanno un sapore acre, metallico, stitico. Suscitano un senso di costrizione alla gola, ansietà, singhiozzi, soffocazione, acerbi dolori allo stomaco ed a tutto il tubo intestinale, sete ardente, implacabile nausea, vomiti d’un liquido non di rado sanguinolento, […] diarrea, talvolta dissenteria, frequenti voglie di orinare, con impossibilità di riuscirvi; lipotimie, sudori freddi, crampi agli arti, una sensibilità universale, convulsioni, colle quali la morte pone termine a questa orribile scena di ambasce”.
Risultano vane anche le sentite parole che i compagni bolognesi pubblicano su l’“Avanti!” mentre Enzo è tra la vita e la morte: ”La notizia del tragico passo tentato dal carissimo compagno Brunetti, ci addolora profondamente. Noi non possiamo e non vogliamo indagare sulle cause che lo hanno spinto alla determinazione disperata, ma siamo certi che esse saranno facilmente rimediabili e che il passo sia stato consigliato solo da un momento di profondo sconforto. Offriamo quindi sin d’ora al compagno carissimo tutto il nostro appoggio incondizionato, pronti ad aiutarlo in qualsiasi evenienza con tutti i mezzi a nostra disposizione, ben lieti se egli vorrà domani disporre illimitatamente di noi.
E mentre formuliamo l’augurio di averlo presto tra noi a combattere con tutto l’entusiasmo della sua fede e del suo ingegno la santa battaglia dei lavoratori, inviamo alla famiglia angosciata i sensi del nostro profondo cordoglio”.

La morte di Enzo suscita un unanime cordoglio non solo nei suoi compagni, ma anche nei suoi avversari politici, fascisti esclusi ovviamente. E’ molto significativo quanto scrive Il Diario, periodico cattolico imolese (dalle cui colonne erano partiti numerosi attacchi all’amministrazione socialista), dell’1 luglio: “La tragica fine del giovane, che per la sua intelligenza e bontà di cuore si faceva apprezzare anche dagli avversari, ha portato la desolazione nella sua famiglia alla quale inviamo le nostre sentite condoglianze”. Condoglianze arrivano anche dalle colonne de Il Lamone, dal Gruppo universitario socialista di Bologna, dalla Sezione socialista e dall’Unione giovanile socialista di Bologna. A Castel Bolognese, oltre alla famiglia, pubblicano manifesti il Castel Bolognese Football Club, la Società “Sempre giovani” ed il Partito socialista. Il dottor Umberto Brunelli e Alfredo Bolognini offrono rispettivamente 50 e 20 lire alla Fondazione Libero Zanardi per onorare la memoria di un’”altra fervente giovinezza tragicamente troncata”. Anche i suoi professori e i suoi compagni di Università sono profondamente colpiti, primi fra tutti il prof. Bartolo Nigrisoli (che proprio la sera in cui muore Enzo riceve la comunicazione ufficiale della nomina a titolare della Cattedra di Clinica chirurgica), il prof. Poggi e il prof. Nino Samaja.
Questura, Il Resto del Carlino e L’Avvenire d’Italia sciacallano, facendo girare e pubblicando la “notizia” che Enzo si fosse suicidato perché aveva assicurato la famiglia di essersi già laureato mentre in realtà doveva sostenere ancora alcuni esami importanti. La notizia viene indirettamente smentita proprio dalla famiglia che pubblica il necrologio su Il Resto del Carlino anteponendo al nome di Enzo il titolo di “studente laureando in medicina”. Lo stesso Carlino precisa poi la “notizia” fornendo la testimonianza di alcuni colleghi di Enzo, che dicono che egli doveva sostenere proprio in quei giorni alcuni esami, che lo avrebbero molto avvicinato alla laurea, ai quali non si sarebbe presentato a causa del forte esaurimento nervoso di cui soffriva e che si era accentuato nell’ultimo periodo. Riteniamo che non potesse essere altrimenti, visti gli avvenimenti che lo avevano coinvolto.
In proposito l’“Avanti!” – intitolando Povero Cristo – scrive che “Decisamente l’atmosfera è carica di delitto. […] La mente degli uomini si esercita in una specie di sadismo macabro […] solo così ci si può spiegare come nell’anno di grazia millenovecentoventidue si possano disinvoltamente compiere le più scellerate profanazioni della morte, e, a segnare il passo all’affamata e infamante torma di corvi, sia l’insegna del prete”.
Mentre prepara il funerale, la famiglia Brunetti trova fra le carte racchiuse nel tavolo dello studio di Enzo a Castel Bolognese una lettera che annunciava il suicidio, quasi sicuramente lasciata da Enzo durante l’ultima sua visita. In essa, a quanto pare, si doleva di aver deluso le aspettative dei familiari che speravano nella laurea già nella vicina sessione d’esami. Le cronache dei funerali ne riportano alcuni passi, letti dal dottor Umberto Brunelli durante il discorso funebre, che risultano essere il suo testamento morale: “Muoio in pace con tutti gli uomini che ho amato degli affetti più puri, nel modo più soave. Seppellitemi nel cimitero del nostro Castello accanto a nonna Marianna e a tanti amici. Nella mia bara modesta mettete una cosa sola: un mazzo di garofani rossi”.
Il funerale si svolge il 29 giugno, con partenza alle ore 8 dall’Ospedale Sant’Orsola in direzione di Porta Mazzini e ritrovo a Castel Bolognese alle ore 10 presso il passaggio a livello della ferrovia di Riolo sulla via Emilia (nei pressi dell’attuale stazione dei Carabinieri). Ad attendere la salma, come racconta l’Avanti!, “c’era tutta la popolazione. Con grande commozione il corteo si formò e sfilò per la cittadina in lutto. Tutti i partiti proletari facevano ala alla bara. Nessun segno coreografico ruppe il ritmo solenne e silenzioso dell’ora dolorosa. Il saluto alla salma fu dato con sobria e austera parola dal compagno onorevole Brunelli”.
Non sfila nessuna bandiera rossa (i “segni coreografici” a cui si riferisce l’Avanti!) perché, come testimoniato da Emidio Ponzi, i fascisti, non paghi della morte di Enzo, si erano radunati per assaltare il corteo funebre nel caso queste comparissero. A rendere omaggio al compagno scomparso le corone dei repubblicani, dei gruppi anarchici, dei giovani socialisti, del partito socialista, del gruppo universitario socialista, e ancora, quelle della famiglia, delle amiche della famiglia, professori e assistenti del Sant’Orsola, Società “Sempre Giovani”, Castel Bolognese F. C., studenti di medicina e chirurgia, famiglia Bertondini, Mario e Maria Santandrea e altre non segnalate.
“Il Socialista” del 2 luglio scriverà che tutto il paese “nell’ultimo saluto gli dimostrò la sua imperitura riconoscenza per averlo sempre visto a capo di ogni opera di umanità, di beneficenza, di pietà, raro esempio di disinteressato altruismo, di sconfinata bontà”.
Enzo viene omaggiato coi garofani rossi messi nella sua bara e sepolto in un loculo non molto distante dalla tomba della nonna Marianna Agnoli, morta nel 1910.
Nel maggio del 1924 muore a 60 anni anche il padre Oreste dopo “lunga e penosa malattia”, “debellato anzi tempo specie dal dolore della tragica fine del figlio Enzo”. Pochi mesi dopo il resto della famiglia si trasferisce a Faenza.
Già nell’agosto del 1922 le squadracce fasciste chiamate dai paesi limitrofi erano penetrate in municipio costringendo con la forza alle dimissioni l’amministrazione socialista. L’assessore Giovanni Biancini, unico presente in Comune in quel momento, deve leggere dal balcone la lettera di dimissioni. E’ la fine della legalità democratica. Le bastonature e le somministrazioni di olio di ricino (spesso miscelato con olio lubrificante) diventano quasi quotidiane. Perderanno la vita Adelmo Ballardini e Giovanni Ravaioli, vittime di furiosi pestaggi: di loro si è ricordata la toponomastica castellana del secondo dopoguerra.
I lunghi anni di dittatura e le tragedie della successiva guerra fanno ben presto scemare “l’imperitura riconoscenza” per le opere di Enzo. La sua storia viene sostanzialmente dimenticata, complici l’assenza della famiglia dal paese e un certo qual pregiudizio verso i suicidi ancora oggi piuttosto diffuso, e viene solo accennata con poche sparute righe in un paio di pubblicazioni curate dallo storico paesano Pietro Costa.
La tomba di Enzo, dopo la morte delle sorelle e del fratello, viene abbandonata per lungo tempo e finisce per essere curata per molti anni da Maria Montanari, mamma di Ubaldo Bagnaresi, che ha una parente sepolta a fianco di Enzo e che si impietosisce leggendo la tragica storia che la lapide racconta con queste brevi parole:

Ad Enzo Brunetti
laureando in medicina e chirurgia
che
nel doloroso contrasto
fra le più alte e pure idealità
e la triste realtà della vita
volle a soli 29 anni
tragicamente troncare le speranze
riposte nella sua bontà e nella sua intelligenza
la famiglia
straziata nel più caro de’ suoi affetti
pose

Il “doloroso contrasto fra le più alte e pure idealità e la triste realtà della vita” tronca le aspirazioni e l’esistenza di Enzo che, ne siamo certi, sarebbe diventato un nuovo “medico dei poveri”, sulla scia e l’esempio dei grandi concittadini Umberto Brunelli ed Antonio Dal Prato.

La tomba di Enzo Brunetti al cimitero di Castel Bolognese. In occasione della pubblicazione di questo articolo la tomba è stata ripulita ed Enzo è stato omaggiato con un mazzetto di garofani rossi e l’accensione di un lumino (foto di Alessia Bruni del 24 giugno 2018)

La tomba di Marianna Agnoli, nonna di Enzo Brunetti, nel cimitero di Castel Bolognese (foto di Andrea Soglia)

FONTI: Il Lamone (numeri del 6 aprile 1890, 10 giugno 1894; 18 e 25 febbraio 1917; 17 febbraio, 30 giugno, 3 e 25 agosto, 15 settembre, 6 ottobre e 1 dicembre 1918; 5, 19 e 26 febbraio, 5 e 19 marzo, 23 aprile e 2 luglio 1922; 25 maggio 1924); La Castelleide (numero unico del 10 marzo 1919); L’Assillo (numero unico del 20 aprile 1919); L’Assalto (numeri del 15 ottobre 1921, 21 gennaio e 22 aprile 1922); Il Socialista (numeri del 19 febbraio e 2 luglio 1922); La Romagna Socialista (numeri del 22 aprile e 13 maggio 1922); Il Diario (numero dell’1 luglio 1922); Avanti!, edizione di Bologna (numeri del 20 aprile, 11, 28,29 e 30 giugno, 1 e 6 luglio 1922); Avanti! (numero del 10 giugno 1922); L’Avvenire d’Italia (numeri del 29 e 30 giugno e 2 luglio 1922); Il Resto del Carlino (numeri del 28, 29 e 30 giugno e 1 luglio 1922); Annuario della Regia università di Bologna (anni 1913-14, 1914-15, 1915-16); Archivio privato Andrea Soglia; Archivio Storico Popolare di Medicina (BO); Archivio storico Opere Pie Raggruppate di Castel Bolognese, scatola n. 30; Testimonianza orale di Giorgio Santandrea (figlio di Mario), relativamente all’acquisto della Farmacia del Corso, rilasciata ad Andrea Soglia nel 2005.
BIBLIOGRAFIA: Elio Bambi (a cura di), Calcio castellano, Castelbolognese, Grafica Artigiana, 1974; Castelbolognese dal fascismo alla liberazione, Imola, Galeati, 1975; Pietro Costa, Comune e popolo a Castelbolognese, 1859-1922, Imola, Galeati, 1980; Il movimento cattolico a Castelbolognese: 1861-1945: guida alla mostra, Castelbolognese, 1983; Castelbolognese nelle immagini del passato, Imola, Galeati, 1983; Nello Garavini, Testimonianze: anarchismo e antifascismo vissuti e visti da un angolo della Romagna, Imola, La mandragora, 2010; Angelo Nataloni, Andrea Soglia, Castellani oltre il Piave: la memoria e il ricordo, Faenza, Edit Faenza, 2006; Pier Paolo Sangiorgi (a cura di), Saluti da Castel Bolognese: cent’anni di storia paesana attraverso le cartoline, Castel Bolognese, Itaca, 2000; Oddo Diversi, Il territorio di Castelbolognese, Imola, Galeati, 1972 Luciano Bergonzini, La Resistenza a Bologna: testimonianze e documenti, vol. 1, Bologna, Istituto per la storia di Bologna, 1967; Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese, 1919-1945, vol. 5, Bologna, 1998; Il Vero amico, 6 agosto 1858.
SITOGRAFIA: www.ellers.unimi.it/cronacheautoptiche_infermiera.html (consultato il 20 giugno 2018); www.castelbolognese.org

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia (con la collaborazione dell’Archivio Storico Popolare di Medicina, BO), Le “speranze troncate” dell’aspirante medico Enzo Brunetti (1893-1922), in https://www.castelbolognese.org

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Il trebbo di Castel Bolognese del 13 marzo 1966 https://www.castelbolognese.org/miscellanea/vita-sociale/trebbo-castel-bolognese-del-13-marzo-1966/ https://www.castelbolognese.org/miscellanea/vita-sociale/trebbo-castel-bolognese-del-13-marzo-1966/#comments Sat, 18 Nov 2017 21:27:43 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=6156 testo tratto da La Piè, marzo-aprile 1966 Scriviamo a caratteri d’oro il Trebbo di Castelbolognese, la cittadina a noi prediletta perché consacrata dalla tradizione quale generoso asilo dove i viandanti sono dei graditi ospiti, quale nido di poeti e di eroi e dove la bandiera della libertà non è mai …

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testo tratto da La Piè, marzo-aprile 1966

Scriviamo a caratteri d’oro il Trebbo di Castelbolognese, la cittadina a noi prediletta perché consacrata dalla tradizione quale generoso asilo dove i viandanti sono dei graditi ospiti, quale nido di poeti e di eroi e dove la bandiera della libertà non è mai stata ammainata. Non avversi al moderno, rimangono i Castellani attaccati alle loro tradizioni, e proprio perché rimpiangono la loro Torre assassinata, guardano tutto ciò che rimane ancora di bello e di storico col fucile puntato e la baionetta innestata contro gli attentati alla composta armonia dei suoi palazzi, di chiese e di case, contro i patiti del grattacieli che sono riusciti, purtroppo, a rovinare tanti luoghi d’Italia, non esclusa la nostra Romagna.
Siamo stati ricevuti con signorile cortesia dal Sindaco Signor Nicodemo Montanari, che al saluto in vernacolo di Antonio Stanghellini rispondeva pure in vernacolo con altrettanta arguzia nel ricevere la pergamena ricordo, dipinta da Giannetto Malmerendi con la maestria che lo qualifica fra i maggiori artisti d’Italia.
Aldo Spallicci, forzatamente assente, non è forse stato mai tanto presente come lo era quel giorno nell’animo di tutti, desiderato, salutato con tanto affetto, e con lui la Signora Maria e la signorina Anna, sempre assidue partecipanti ai nostri raduni piadajôli. Ed a Spallicci è andato il più cordiale augurio di tutti, a lui artefice della rinascita e della meravigliosa affermazione delle caratteristiche più belle e nobili della Romagna. Al suo indirizzo hanno dedicato i piadajôli un particolare applauso per la sua conferma a Presidente dell’Associazione Nazionale Garibaldini, conferma per la quale il Presidente della Repubblica gli ha espresso il proprio vivo compiacimento, ed altrettanto hanno fatto molte personalità della politica e della cultura.
Centinaia di intervenuti da molte parti della Romagna e da altre regioni si sono trovati, dapprima in quella sala del Convento dei RR. Padri Cappuccini dove è allestita la magnifica Mostra d’arte Piancastelli; un insieme di opere di eccezionale bellezza, forse unica nel suo genere, allestita e custodita con grande amore e molta diligenza.
Dopo aver deposto una corona d’alloro al monumento che ricorda i Caduti per la Patria (le Vittime civili di guerra, ndr), e dopo lo scambio di saluti col Sindaco, questi ricambiava l’omaggio della pergamena con l’offerta di una medaglia d’oro-ricordo del Trebbo per l’On. Spallicci. Altra medaglia simile egli offriva alla poetessa Enrica Giarnieri Bolognini, nativa di Castello ma residente a Roma, che onora la sua Terra natale con una nobile attività letteraria e che, venuta a Castello in questa circostanza, declamava in Municipio, di fronte a molto pubblico plaudente, alcune sue liriche.

L’omaggio al Monumento alle Vittime civili di guerra. A destra sorregge la corona il “piadajolo” castellano Giuseppe Badiali (Archivio della Pro Loco, si ringrazia Paolo Grandi)

II sindaco di Castelbolognese affida ad Antonio Stanghellini la medaglia-ricordo del Trebbo offerta dal Municipio all’on. Spallicci. Sullo sfondo sono riconoscibili, a partire da sinistra, Oddo Diversi, Ubaldo Galli e Tonino Tronconi

Nicodemo Montanari e Antonio Stanghellini (Archivio della Pro Loco, si ringrazia Paolo Grandi)

Intervento di Antonio Stanghellini (Archivio della Pro Loco, si ringrazia Paolo Grandi)

Il sindaco Nicodemo Montanari consegna la medaglia-ricordo ad Enrica Giarnieri Bolognini (Archivio della Pro Loco, si ringrazia Paolo Grandi)

Enrica Giarnieri Bolognini mentre declama le sue liriche in aula consiliare. Dietro la poetessa è riconoscibile, con gli occhiali, Mario Santandrea

E’ stato, dal Municipio, gentilmente offerto un rinfresco, poi i piadajôli hanno consumato la colazione, ottimamente allestita nel noto Ristorante “Romagna” gestito dal forlivese “Elvino”. Si sono poi trasferiti nella grande Palestra dove hanno ascoltato e applaudito i poeti che hanno recitato composizioni in dialetto romagnolo. Ma prima hanno ceduto il posto alla poetessa Giarnieri, in qualità di ospite d’onore… in casa sua; allo scopo di rendere omaggio a Lei in occasione del suo momentaneo ritorno in patria, che ha volutamente coinciso col nostro Trebbo. E ad essa è stato consentito, eccezionalmente, di declamare versi suoi in lingua; il che ha fatto con vivace e appassionata voce, forse spinta particolarmente dall’argomento “castellano” delle sue liriche.
Le poetesse romagnole, cominciando dalia Signora Teresa Ricci Pazzaglia di Rimini, con le poesie: I scürs d’ la strèda e E Duturën, hanno dato l’avvio alle recitazioni in vernacolo. E’ seguita la Signora Maria Bertaccini Dogherìa di Forlì, con alcune delle sue poesie, sempre molto ricche di sentimento, la signorina Adriana Maria Belletti di Cesena con due poesie: Mërz, e Desidéri; la signora Giuseppina Baldini Subini di Cotignola, con: La vita dura, e Mama. Sono seguìti poi i signori uomini; primo il Dott. Giuseppe Pecci di Rimini, con: I do gazutïn; poi il vegliardo dall’anima di fanciullo: Edmondo Ferretti di Lugo, con: I nòstar dialèt; Gioacchino Viroli di Forlì, con: Sant’ énn fa; l’Avv. Giuseppe Casoni di Bologna, con: Sòta la lòna; il Dott. Vincenzo Strocchi di Faenza, con: Mo quand…, e Un surgatîn; Dario Paganelli di Forlì, con: Castelbulgnés; Ferruccio Tassinari di Dovadola, con: Rumâgna, e La biciclèta; il Dott. Domenico Penazzi di Bologna, con alcune delle sue trovate poetiche cariche di sano e vivace umorismo; Antonio Rossi di Cervia, con: A Bligny, e A Ravèna u’ n s’ trova piò un ravgnän; il Dott. Mario Santandrea di Castelbolognese, con: E mi Castel; il Dott. Domenico Minardi, pure di Castelbolognese, con: Matèna ‘d Nuvèmber, e Una fôla d’ una volta; Alberto Andreucci di Gatteo Mare, con: Daparmè, e Carità; Fausto Ferlini di Castelbolognese, con: La mi Torr, e Arcôrd ‘d Castèl vècc; Guido Magnani di Lugo, con: I du vcètt, e E suldadën. L’ infaticabile Ubaldo Galli, recitò da par suo alcune poesie di Spallicci, di Nettore Neri e di Enzo Guerra, e il Dott. Claudio Cerè di Imola, portò ancora una volta l’armonia della sua terra, già così bene espressa in tante poesie dall’indimenticabile padre suo; Ettore Baldini di Cotignola, con: La Buvëra, E Sbrazànt, e J’impiché; Alberto Bedeschi di Imola, con: A e sol, int’ i scalën, Turnénd da lavurë, e Riminiscënz; Leo Rimini di Faenza, con: Tramont, e Ricurd ‘d zuvantò; Giovanni Dongellini di Imola, con: Al côran e un môd ad dì, e Metereopatìa; Oddo Diversi di Castelbolognese, con: A man a man, e E Passador; Il nostro Prof. Federico Ravagli, la prima colonna, dop a l’Arzdôr, della Sucietë di Piadarül, non avendo potuto partecipare al Trebbo, aveva mandato una briosa poesia: Castelbulgnes; che fu letta, e cosi fu fatto per un’altra del forlivese Aurelio Orioli, residente a Parigi. Sorpresa piacevolissima, e fondata certezza della continuità dei nostri Trebbi è stata data dal fanciullo Valerio Brunetti che ha recitato una sua poesia intitolata: La Rumägna, e mi paés.
Giornata luminosa, indimenticabile.
Noi dobbiamo la più cordiale riconoscenza ai Castellani: Galli, Ferlini, Diversi, Minardi, Santandrea, Savelli, che si sono prodigati per l’ottima riuscita del Trebbo; alla Società Pro Loco di Castello, che ha donato a ciascun Piadajòlo una bellissima acquaforte, opera di Fausto Ferlini, raffigurante uno stilizzato panorama della vecchia “Castello”. Il fiorista Luigi Ricci, di Forlì, anche per questo Trebbo, come è oramai sua particolare cura dettata da molto buon gusto e da disinteressata amicizia verso i Piadajòli, ha riccamente ornato le tavole con svariate composizioni di fiori, ed i suonatori Giacomo Berardi e Corrado Fabbri hanno allietato il viaggio e altri momenti della giornata con le vecchie e sempre assai gradite arie che richiamano le care tradizioni romagnole.

Il cartoncino con il panorama del vecchio Castel Bolognese, opera di Fausto Ferlini, offerto dalla Pro Loco ai partecipanti al trebbo

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La tomba “salvata” del soldato Santandrea https://www.castelbolognese.org/storie-di-persone/la-tomba-salvata-del-soldato-santandrea/ https://www.castelbolognese.org/storie-di-persone/la-tomba-salvata-del-soldato-santandrea/#respond Tue, 10 Sep 2013 17:55:01 +0000 https://www.castelbolognese.org/uncategorized/la-tomba-abbandonata-del-soldato-santandrea/ di Andrea Soglia Proprio di fronte alla tomba del compianto Stefano Borghesi, una lapide, parzialmente leggibile, ci tramanda la storia del finanziere Giuseppe Santandrea (1890-1917), nato a Faenza da Giovanni e da Caterina Montuschi, ma per molti anni residente a Castel Bolognese: “Nella pace di questo avello la madre e …

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di Andrea Soglia

Proprio di fronte alla tomba del compianto Stefano Borghesi, una lapide, parzialmente leggibile, ci tramanda la storia del finanziere Giuseppe Santandrea (1890-1917), nato a Faenza da Giovanni e da Caterina Montuschi, ma per molti anni residente a Castel Bolognese:

“Nella pace di questo avello
la madre e i fratelli composero la salma
del soldato di Finanza
Giuseppe Santandrea
travolto miseramente
dalle acque del Canale Baiona di Ravenna
il 5 novembre 1917
dopo aver sfidato per lunghi mesi
i pericoli della dura trincea

e qui accanto vollero pure scolpite
il nome e le sembianze
del fratello Enrico mitragliere
disperso in combattimento
per associarli
nella preghiera e nel ricordo perenne”

Il ricordo perenne, in realtà, è stato per moltissimi anni sotto la spada di Damocle di un’impietosa eliminazione, come già segnalava il prof. Borghesi in un suo articolo del 2000, dove scriveva che sulla tomba “piuttosto consunta, oggi svolazza il famigerato cartello comunale che ne preavvisa l’eliminazione“.

Fortunatamente ciò non è avvenuto e il “famigerato cartello” è deperito assieme alla tomba, rimasta in un deplorevole stato fino all’autunno del 2021, quando finalmente hanno trovato un accoglimento i decennali e ripetuti appelli lanciati fin dal 2009 su questa pagina e anche sul periodico Sette Sere. La storia del lungo degrado e della dignitosa riqualificazione (con la nuova copertura in marmo del pozzetto della tomba e un parziale intervento sull’iscrizione) è documentata dalle fotografie (scattate nel 2004, 2015, 2019 e nel 2021) sotto riportate.
Il povero soldato Santandrea, come ci ricorda la lapide, dopo aver sfidato la morte nei lunghi mesi di trincea, perdeva la vita in un banale incidente avvenuto il 5 novembre 1917. La cronaca della disgrazia, costata la vita anche ad altri due soldati, veniva pubblicata sulla prima pagina de Il Resto del Carlino del 7 novembre 1917 (con un piccolo refuso sulla città di residenza di Santandrea, attribuita per errore ad altra persona, ndr):

Il Resto del Carlino, 7 novembre 1917

Mortale disgrazia a Porto Corsini
Tre soldati annegati

Ravenna, 6, sera

Lunedì mattina verso le ore 7 avveniva a Porto Corsini una raccrapicciante disgrazia nella quale trovavano la morte i tre soldati Arena Pietro, appuntato, la guardia di Finanza Santandrea Giuseppe, e il soldato di M. T. Masutti Giuseppe di Castelbolognese, aggregato al … fanteria.
In quell’ora, come al solito, otto soldati tra i quali i sunnominati saliti su di una barca condotta dal marinaio Montanari mossero dalla riva per recarsi nella pineta di Classe per tagliare della legna.
All’imboccatura del canale Baiona la barca un po’ per la fortissima corrente un po’ per gli incomposti movimenti prodotti dal muoversi degli uomini, cominciò a prendere acqua.
Il Montanari, conscio del pericolo gridò ai compagni di non muoversi e con sforzi disperati tentò di rompere la corrente per fare gettare la barca sulla riva.
Ma la manovra non gli riuscì, i sette suoi compagni prima che la barca affondasse dovettero gettarsi in acqua.
Il Montanari frattanto, riuscito a salire su un’altra barchetta corse in aiuto dei compagni e ne salvò quattro. L’Arena, il Santandrea e il Masutti non furono da lui ritrovati.
Il Montanari che aveva visto l’Arena dibattersi nell’acqua, sapendolo buon nuotatore, ritenne sul momento che non soltanto egli si fosse salvato, ma che si fosse adoprato a salvare qualche altro compagno.
Si suppone che l’Arena, quantunque impedito nei suoi movimenti dalla mantellina, ardito e generoso com’era, si sia adoprato per salvare i compagni, ma che questi avvinghiati a lui lo abbiano fatto miseramente annegare.
Il Comando di Porto Corsini appena informato della grave sciagura dispose che i palombari facessero delle ricerche ma tutto fu vano. I tre corpi dei periti non furono rintracciati neppure colle grandi reti a strascico che in tutta la giornata di ieri furono tenute in azione.”

L’acqua della Baiona restituì i cadaveri dei tre militari soltanto il 26 novembre 1917. Il giorno successivo, come ci racconta un articolo scritto recentemente da Enrico Baldini per Il Romagnolo, si procedette alla sepoltura. Giuseppe Masutti (nato a Caneva (PN) nel 1875) fu sepolto nel campo militare del cimitero di Ravenna e attualmente il suo nome compare sulle lapidi del nuovo Ossario. Il finanziere Pietro Arena (nato a Messina nel 1879) fu tumulato nella tomba della famiglia Maestrani-Pilotti, ancora oggi esistente. La salma di Giuseppe Santandrea venne provvisoriamente sepolta nella stessa tomba, in attesa del trasferimento nella vicina Castel Bolognese.
Il Circolo di Finanza di Ravenna realizzò poi nella tomba Maestrani un cippo in memoria dei suoi caduti: Arena, Santandrea ed un terzo, il cui nome è oramai illeggibile.

finanzieri_ravenna

Cimitero di Ravenna, tomba Maestrani-Pilotti. Particolare del cippo realizzato dal Circolo di Finanza di Ravenna in memoria dei suoi caduti. Al centro la fotografia di Pietro Arena, a destra quella di Giuseppe Santandrea (foto a cura di Enrico Baldini)

A fine ottobre del 1922, come si deduce dai registri del nostro cimitero, la salma di Santandrea fu traslata a Castel Bolognese.

La lapide al cimitero di Castel Bolognese, oltre a tramandarci le storie di Giuseppe Santandrea e del fratello Enrico (i cui nomi compaiono contemporaneamente nell’elenco dei caduti nella Grande Guerra di Castel Bolognese e di Faenza), non ricorda indirettamente anche l’appuntato Pietro Arena, morto nel tentativo di salvare il povero Santandrea?

Con la riqualificazione del 2021 possiamo finalmente dire che la tomba è salva, e che viene pienamente rispettata la Legge 7 marzo 2001, n. 78 “Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale”, che al punto 2 dell’articolo 1 cita anche “cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli“. La lapide non è posta in una zona dove all’epoca avvennero combattimenti, ma ricorda un episodio molto particolare avvenuto a Porto Corsini, che all’epoca era a tutti gli effetti zona di guerra e a forte rischio di bombardamento nemico, ed ha quindi tutte le carte in regola per rientrare nel patrimonio storico della Prima guerra mondiale.

A conferma del valore storico di quella lapide era arrivato anche quanto avvenuto il 24 maggio 2015, centenario dell’inizio della Grande Guerra, quando, a Marina di Ravenna, è stata scoperta una lapide a memoria degli 11 soldati morti fra il 1915 e il 1918 in quella località, e nell’elenco dei nomi è stato incluso anche quello di Giuseppe Santandrea. L’iniziativa è stata curata dalla Pro Loco di Marina di Ravenna e promossa da Pericle Stoppa, presidente della Capit ravennate, che era presente alla cerimonia di inaugurazione assieme a varie autorità, fra cui il vicesindaco di Ravenna, Giannantonio Mingozzi.

Anche altre tombe, seppur abbandonate, meritano di essere restaurate e valorizzate. E rallegrandoci per l’esito positivo dell’annosa vicenda della tomba Santandrea, ci permettiamo di concludere con quanto scriveva Stefano Borghesi nel 2000 e il suo appello: “a non smantellare indiscriminatamente le sepolture anche se in stato di abbandono. L’istituzione deve provvedere non all’eliminazione ma alla tutela, colta e reverente, che preservi il patrimonio funerario, il suo carico di significati e restituisca i segni disfatti di una storia che appartiene a tutti“.

Andrea Soglia

Pagina pubblicata nel dicembre 2009 e aggiornata l’1 novembre 2019 e il 24 ottobre 2021. Si ringrazia Enrico Baldini di Ravenna per la gentile collaborazione.

porto_corsini_1

La lapide inaugurata il 24 maggio 2015 a Marina di Ravenna. E’ stata murata all’esterno della sede della Lega Navale, prospiciente il porto-canale. (foto a cura di Enrico Baldini)

porto_corsini_2

Marina di Ravenna, 24 maggio 2015. Un momento della cerimonia di inaugurazione (foto a cura di Enrico Baldini)

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia, La tomba abbandonata del soldato Santandrea, in https://www.castelbolognese.org

Bibliografia:
Enrico Baldini, Grande Guerra, tre militari annegati nella Baiona, in Il Romagnolo, n. 158, novembre 2015

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Giovanni Santandrea (1859-1926) https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/anarchici/giovanni-santandrea-1859-1926/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/anarchici/giovanni-santandrea-1859-1926/#respond Tue, 10 Sep 2013 17:54:04 +0000 https://www.castelbolognese.org/uncategorized/giovanni-santandrea/ Nasce a Castel Bolognese (RA) il 3 agosto 1859 da Luigi e Maria Zaccarini, ferroviere. Frequenta la terza classe elementare. Aderisce in gioventù all’anarchismo, ed è uno dei più attivi militanti castellani della generazione della Prima Internazionale. Risulta essere già anarchico quando viene assunto nelle Ferrovie nel 1880. A Castel …

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Giovanni Santandrea (74812 byte)Nasce a Castel Bolognese (RA) il 3 agosto 1859 da Luigi e Maria Zaccarini, ferroviere. Frequenta la terza classe elementare. Aderisce in gioventù all’anarchismo, ed è uno dei più attivi militanti castellani della generazione della Prima Internazionale. Risulta essere già anarchico quando viene assunto nelle Ferrovie nel 1880. A Castel Bolognese gode di discreta influenza tra i suoi compagni, e le fonti di polizia già relativamente agli anni Ottanta lo definiscono “molto fanatico per il partito socialista-anarchico” di cui sarebbe “uno dei caporioni” a livello locale. È intimo degli anarchici castellani Raffaele Cavallazzi e Michele Fantini, del repubblicano e garibaldino Giovanni Emiliani e di Andrea Costa, e anche in seguito, quando dovrà allontanarsi dal paese per un lungo periodo, si manterrà in contatto con loro. Considerato dalle autorità “alquanto intelligente” anche se fornito di poca cultura, risulta essere un assiduo lavoratore che trae il sostentamento dal proprio lavoro e che “si comporta bene” verso la famiglia. Anarchico è anche uno dei due fratelli, Pietro, destinato a una sorte tragica: morirà suicida nel 1890 per evitare il servizio militare, e gli anarchici romagnoli ne faranno un simbolo delle loro campagne antimilitariste (cfr. “I Miserabili”, Imola, n.u., 5 ottobre 1890). Un terzo fratello, Domenico, è invece socialista. Dopo il suo ingresso nelle Ferrovie (inizialmente come facchino, poi come manovale e deviatore), S. svolge una intensa attività di propaganda, specialmente indirizzata ai suoi compagni di lavoro. Partecipa agli scioperi, aderisce al combattivo Sindacato Ferrovieri Italiani (SFI), autonomo dalla CGdL e in cui sono presenti numerosi anarchici e sindacalisti rivoluzionari, e ne diviene il responsabile locale. La sua attività lo rende inviso ai superiori e alle autorità, e per punizione a partire dal 1883 circa viene ripetutamente trasferito per lavoro in Stazioni diverse: a Villa Savio (RA), poi a Ravenna, a partire dal 1895 a Montemarciano (AN), infine a Rimini. Durante la permanenza a Ravenna il Prefetto segnala l’assiduità con la quale fin dal 1892 frequenta i più noti anarchici locali, tra i quali vengono citati Ludovico Nabruzzi, Antonio Lanzoni, Emanuele Dradi, Caio Ghirardini, Salvatore Cicognani. A causa dei trasferimenti della famiglia (è sposato con Filomena Maddalena Santandrea) quasi tutti i 7 figli, di cui quattro sono maschi e tre femmine, risultano nati in località diverse. Sotto l’influenza del padre e a contatto con i compagni che frequenta, i quattro figli maschi diverranno tutti anarchici in giovanissima età (si distingueranno per la loro attività militante soprattutto Giuseppe, Pietro e Libero, mentre Teo preferirà rimanere sempre ai margini del movimento, pur condividendone gli ideali). Riesce a tornare definitivamente a Castel Bolognese solo nel 1900. Continua a frequentare le riunioni e la compagnia degli anarchici, ma con gli anni riduce progressivamente la sua attività, e dal 1914 non è più considerato pericoloso. Dopo la Prima Guerra mondiale e l’avvento del fascismo la casa in cui vive è oggetto più volte di perquisizioni domiciliari da parte della forza pubblica, ma in dipendenza ormai più della presenza dei figli che della sua. Muore a Castel Bolognese il 29 settembre 1926.

FONTI: ACS, CPC, ad nomen; BLAB, Intervista a Giuseppe Santandrea (registrazione fonica) a cura di G. Landi, Castel Bolognese, 21 giugno 1984; ivi, Fondo Anarchici castellani.

BIBLIOGRAFIA: A. Taracchini, L’associazionismo anarchico a Castelbolognese, in Associazioni e personaggi nella storia di Castelbolognese, Imola, Galeati, 1980; Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945), Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1984.

 Gianpiero Landi

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