Personaggi Archives - La Storia di Castel Bolognese https://www.castelbolognese.org/category/biografie-personaggi/personaggi/ Wed, 04 Feb 2026 19:47:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.4 Ricordo di Luigi Bacchilega, violinista al Teatro Comunale di Bologna e compositore della Canta di Castel Bolognese https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/ricordo-di-luigi-bacchilega-violinista-al-teatro-comunale-di-bologna-e-compositore-della-canta-di-castel-bolognese/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/ricordo-di-luigi-bacchilega-violinista-al-teatro-comunale-di-bologna-e-compositore-della-canta-di-castel-bolognese/#respond Sat, 08 Nov 2025 22:41:21 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=12819 a cura di Andrea Soglia Luigi Bacchilega, per gli amici castellani affettuosamente “Gigiola”, era nato a Castel Bolognese il 28 giugno 1905 da Domenico (bracciante) e Antonia Budini. Violinista al Teatro Comunale di Bologna, morì a Imola, sua città di adozione, nell’agosto del 1988. Nel 1976 aveva contribuito alla “Canta …

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a cura di Andrea Soglia

Luigi Bacchilega, per gli amici castellani affettuosamente “Gigiola”, era nato a Castel Bolognese il 28 giugno 1905 da Domenico (bracciante) e Antonia Budini. Violinista al Teatro Comunale di Bologna, morì a Imola, sua città di adozione, nell’agosto del 1988. Nel 1976 aveva contribuito alla “Canta di Castel Bolognese” componendone la musica che affiancava il testo dialettale scritto da Ubaldo Galli e Fausto Ferlini. Partecipò alla prima esecuzione della Canta, assieme al chitarrista Giorgio Zotti, accompagnando col il suo violino il tenore Domenico Drei.
Su La Torre dell’ottobre del 1988 comparve un breve ricordo di “Gigiola”, che qui vi proponiamo:

“Si è spento nel mese di agosto all’età di 83 anni il Prof. Luigi Bacchilega, residente ad Imola ma molto legato a Castelbolognese suo paese d’origine. Nato da umile famiglia dimostrò ben presto una grande predisposizione per la musica (violino e chitarra); studiò al Conservatorio di Bologna (dal 1922 al 1929, ndr), si diplomò ed ebbe una lunga carriera piena di soddisfazioni come violinista, nell’Orchestra stabile del Teatro di Bologna. Anche dopo la pensione e quasi fino alla morte continuò a dare lezioni private di violino e chitarra, ad esibirsi ai matrimoni, feste di S. Antonio ed altre occasioni.
A Castelbolognese non aveva amici solo fra gli anziani ma anche fra i giovani: era un piacevolissimo conversatore anche per i ricordi ben vivi che aveva di fatti e personaggi della Castello di una volta”.

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Ricordando Dino Biffi: una pagina di storia del movimento cattolico a Castel Bolognese https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/ricordando-dino-biffi-una-pagina-di-storia-del-movimento-cattolico-a-castel-bolognese/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/ricordando-dino-biffi-una-pagina-di-storia-del-movimento-cattolico-a-castel-bolognese/#respond Sun, 01 Dec 2024 22:28:08 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=12079 (introduzione) Il 5 novembre 2024 è scomparso l’ex sindaco Reginaldo Dalpane, primo cittadino dal 1956 al 1964. Sembra giusto ravvivare il ricordo del suo predecessore, il cav. Dino Biffi, deceduto il 24 ottobre 1985 nel nostro (rimpianto) Ospedale Civile dopo breve degenza. La sua figura è ingiustamente dimenticata e sconosciuta …

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(introduzione) Il 5 novembre 2024 è scomparso l’ex sindaco Reginaldo Dalpane, primo cittadino dal 1956 al 1964. Sembra giusto ravvivare il ricordo del suo predecessore, il cav. Dino Biffi, deceduto il 24 ottobre 1985 nel nostro (rimpianto) Ospedale Civile dopo breve degenza. La sua figura è ingiustamente dimenticata e sconosciuta ai più. Nato a Castel Bolognese il 10 febbraio 1907 da antica famiglia castellana di tradizione cattolica, Dino Biffi fu giovanissimo presidente dell’Azione Cattolica locale negli anni difficili del fascismo, che non conquistò mai la sua adesione. Nel secondo dopoguerra, ritornato dalla prigionia in Germania, aderì alla Democrazia Cristiana e fu Sindaco della prima Amministrazione bianca di Castelbolognese dal 1951 al 1956. Fu anche giocatore, allenatore e presidente del glorioso Castel Bolognese Football Club. Ricordiamo Dino Biffi riproponendo, da Vita Castellana n. 5-6-7 del 1985, le testimonianze di chi lo conobbe da vicino e fu al suo fianco in lunghi anni di militanza politica. (A.S.)

ARTEFICE DELL’AZIONE CATTOLICA

di Angelo Donati

Aveva appena quattordici anni Dino Biffi quando entrò a militare nelle file dell’Azione Cattolica di Castelbolognese, di cui fu uno degli artefici. Anche a Castello nel 1920, per impulso della federazione giovanile diocesana stimolata dal can. Angelo Bughetti, la gioventù cattolica fondò il Circolo «Pierino Del Piano». Nardo Zannoni ne fu per troppo breve tempo esemplare presidente e al suo fianco Dino svolse le funzioni di segretario.
Non è facile far rivivere le tensioni e le battaglie di quei lontani anni ’20, quando la crisi scoppiata nel primo tormentato dopoguerra sfociò nella conquista fascista dello Stato e nel progressivo consolidamento della ventennale dittatura. Anche per i cattolici e per l’autonomia delle loro iniziative non furono quelli anni facili, soprattutto nella Romagna tradizionalmente anticlericale e spiccatamente predisposta all’esplodere della passione politica. I circoli di gioventù cattolica sorti in Romagna nel 1920-21 furono malvisti da tutte le parti politiche, che non risparmiarono derisione e ostilità nei loro confronti.
Gli ideali e le speranze che animavano la gioventù cattolica di allora e che la inducevano a tradurre con tanto entusiasmo nell’azione i principi fondamentali dell’insegnamento cristiano non trovano alcun riscontro nei programmi delle attuali generazioni oppure sono rivissuti in un contesto storico e sociale completamente diverso. Allora non veniva inteso come retorico il motto «Preghiera-Azione-Sacrificio» inciso, accanto allo scudetto azzurro, sulla seta bianca della bandiera del Circolo offerta dalla mamma di Dino, la signora Giannina Biffi, la quale nei primi anni di vita del «Del Piano» ospitava nella sua casa i soci del Circolo ancora senza sede. Dino Biffi contribuì con grande zelo a tutte le iniziative religiose, culturali e ricreative del Circolo. Esse riuscirono ad aggregare decine e decine di fanciulli e di giovani, che diedero incremento al movimento cattolico locale.
Dopo la morte prematura di Nardo Zannoni nel 1928, Dino Biffi ebbe affidata la presidenza stessa del «Del Piano», rivelandosi ancora un perfetto organizzatore. Ma responsabilità davvero ardue dovevano attenderlo per tutelare l’autonomia del suo movimento in uno scontro, talora diretto, con le autorità e con i sostenitori del fascismo locale. All’inizio degli anni ’30 scoppiò un contrasto tra la Chiesa e il regime a proposito dell’autonomia delle organizzazioni cattoliche giovanili. Il fascismo, sempre più spinto nella logica totalitaria, pretendeva che tutta la gioventù fosse inquadrata unicamente nel suo apparato organizzativo. Prima che il contrasto venisse appianato, anche il Circolo «Del Piano» di Castelbolognese venne proposto per lo scioglimento. In un rapporto dei carabinieri veniva segnalato che il presidente in più occasioni aveva detto ai soci che non dovevano iscriversi alle organizzazioni fasciste. Questo Dino Biffi lo aveva affermato in coerenza con le sue convinzioni, che non lo portarono mai ad aderire al fascismo. La propaganda del regime non riuscì ad attirarlo, a differenza di tanti altri, neppure nel momento trionfale della conquista dell’Etiopia, che Dino non mancò di criticare.
Ma come tanti altri egli doveva subire le conseguenze dell’avventura fascista, quando la seconda guerra lo costrinse a rimanere per lunghi anni lontano dalla famiglia e dalla patria. Chiamato alle armi nel 1943, dopo l’8 settembre venne fatto prigioniero ad Atene dai tedeschi e deportato in Germania. Fece dure esperienze in diversi campi di concentramento in situazioni davvero drammatiche, come quando scampò fortunosamente, anche se ferito, ad uno spaventoso bombardamento che lo colse ad Amburgo insieme con altri compagni condannati ai lavori forzati. Il calvario doveva concludersi alla fine del 1945. Aveva respinto in precedenza l’offerta, sia pure allettante, del rimpatrio, rifiutando coraggiosamente la condizione di aderire alla Repubblica di Salò.
Il primo dopoguerra aveva visto Dino giovanissimo militante e protagonista nelle file dell’Azione Cattolica. Il secondo dopoguerra lo sollecitava a riproporre il suo impegno nel movimento politico dei cattolici che si raccoglievano con entusiasmo e speranza attorno alla Democrazia Cristiana, appena venuta alla luce dalle rovine del fascismo e della guerra. Quando nel 1951 i democratici cristiani di Castelbolognese ebbero per la prima volta l’occasione di eleggere tra le loro file la guida dell’Amministrazione locale, Dino Biffi venne chiamato per le sue qualità di uomo saggio ed esperto a ricoprire la carica di Sindaco.
La perdita dell’amico Dino mi ha profondamente turbato, perché con lui ho passato gli anni più belli della mia attività religiosa e culturale nel mio paese. Spero tuttavia che questo ricordo contribuisca a sottrarre all’oblio una pagina importante della storia dei cattolici di Castelbolognese.

NEL CALCIO CASTELLANO

di Ubaldo Galli

Con Dino abbiamo passato gli anni più belli del calcio castellano, dal 1923 al 1926 quando il Castelbolognese faceva il campionato cosiddetto «romagnolo», che era composto dal Castello, dall’Imolese, dal Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Lugo e Ravenna, con risultati eccezionali, ai quali il mio amico Dino ha dato un contributo fuori dell’ordinario. Nella squadra era una sicurezza. Il gioco lo teneva spesso impegnato nel pomeriggio della domenica e dovevi così rinunciare a partecipare alla «Benedizione» nella chiesa parrocchiale, con grande disappunto della madre. A questo proposito mi recavo io stesso dalla signora Giannina a chiedere il permesso per Dino a nome di tutta la squadra e solo a me lo concedeva, pur brontolando.
In un campionato, di cui non ricordo l’annata, nel girone di ritorno la coppia dei terzini Biffi II – Galli subì due soli gol e questo per merito, lo posso ben dire, di Dino che in quel periodo dimostrò di essere uno dei più validi calciatori non solo del Castelbolognese, ma di tutto il calcio romagnolo. Giocatore leale, deciso, era per noi il prototipo del calcio locale. Al calcio castellano fu sempre molto affezionato, ricoprendone nel dopoguerra, per qualche tempo, la carica di Presidente.

DOPO LA BUFERA

di Domenico Gottarelli

Quasi sicuramente il mio primo incontro con Dino risale al 1939, quando poco più che adolescente, cominciai a frequentare il Circolo dell’Azione Cattolica di Castelbolognese.
Ricordo bene, però, le sue frasi secche e taglienti e i suoi giudizi scarni e ironici, che colpivano come frustate e che stroncavano in me, allora giovanissimo, la voglia di qualsiasi replica.
Era una persona che mi metteva in soggezione.
Venne la guerra e un giorno, richiamato, Dino partì.
Alle morti, ai massacri e alle distruzioni della guerra, si aggiunsero gli orrori, le sofferenze e le brutalità della guerra civile. Ben oltre la fine del conflitto, si continuò a vivere in un clima di violenza, al quale, impotenti, sembravano assuefarsi anche molti di animo sensibile e mite. Nell’autunno del 1945 Dino tornò dalla prigionia, più magro e lievemente zoppicante, ma il suo carattere non sembrava cambiato. Le sue battute erano sempre graffianti e io, anche se nel frattempo ero cresciuto, davanti a lui mi sentivo ancora in soggezione.
All’unanimità i componenti la sezione della Democrazia Cristiana di Castello, alla cui costituzione, nei giorni che seguirono la fine della guerra, in casa dell’amico Angelo Donati, avevo partecipato insieme ad altri coetanei, lo chiamarono alla segreteria.
Esordì, di fronte all’assemblea acclamante, con queste parole: “Noi non abbiamo nemici, ma solo avversari” e proseguì, con tono pacato e con un’oratoria scarna e priva di retorica, illustrando i principi fondamentali e irrinunciabili, cui doveva ispirarsi la nostra azione politica.
Per quei tempi, le sue erano parole di rottura e molto diverse da quelle che abitualmente era dato di ascoltare. Egli concepiva la politica come una civile competizione e in coerenza con la sua fede religiosa, affinata dalla lunga milizia nelle file dell’Azione Cattolica e dalle sofferenze della guerra e della prigionia, volle subito mettere in risalto che la libertà non era conciliabile con la violenza e che questa sarebbe stata sconfitta soltanto se gli italiani avessero compreso che era necessario saper perdonare, anziché insistere nel voler giudicare.
Man mano che le sue parole fluivano, sembravano diventare più calde e suadenti; cominciai a rendermi conto, e con me tanti altri amici, che le spigolosità del suo carattere erano più apparenti che reali, una scorza per coprire una pasta fatta di bontà e di rettitudine.
Non mi sentii più in soggezione e da allora lo considerai, come già lui mi considerava, un amico.

SINDACO NEGLI ANNI ’50

di Reginaldo Dal Pane

Don Biffi è stato il primo Sindaco democristiano di Castelbolognese, eletto in una lista di coalizione con repubblicani e socialdemocratici, uscita vittoriosa nelle elezioni amministrative del 27 maggio 1951.
In un periodo in cui le passioni politiche e le polemiche erano ben più spinte del momento attuale, seppe essere esempio di tolleranza e di moderazione. Sindaco veramente di tutti: quante polemiche anche in Consiglio Comunale smorzate con una battuta conciliante!
Assertore dell’impegno politico come servizio, rinunciò alla pur modesta indennità di carica che anche allora era ammessa per i sindaci, impegnandosi a conciliare l’attività amministrativa con il suo lavoro di dirigente cooperativo in quel movimento che, per opera soprattutto di Giovanni Bersani, era sorto e tuttora prospera nel Bolognese.
Fu sindaco della ricostruzione: case popolari, scuole da rifare o costruire ex novo come quella di Biancanigo, iniziative per dare occupazione a chi non l’aveva e per istituire i primi servizi essenziali alla nostra comunità. Chi scrive queste righe, suo successore nel 1956, trovò costruito il primo lotto delle fognature e approvato il progetto generale, pronto per l’appalto l’acquedotto, impostati i lavori di ricostruzione del Palazzo Mengoni, della Piazza Bernardi e altre opere minori che fecero di Castelbolognese un vero cantiere di opere pubbliche.
Successivamente fu presidente delle Opere Pie, continuando nell’opera di potenziamento dell’azienda agricola e di sistemazione delle case coloniche. Se oggi l’azienda è attiva e condotta con criteri tali da reggere il confronto con le migliori aziende private, si deve anche all’opera di amministratori come Dino Biffi, che consideravano sacro il bene pubblico.
Non era certo per la spesa facile, ma per quella oculata, redditizia, da amministratore che agisce nel pubblico col criterio del «buon padre di famiglia».
Quando si scriverà la storia di Castelbolognese del secondo dopoguerra, è certo che un posto di rilievo spetterà a questo democratico e cristiano, a Dino Biffi, il cui ricordo è per noi di esempio nell’impegno quotidiano.

UN PUNTO DI RIFERIMENTO

di Natalino Guerra

Per noi, usciti ventenni dalla guerra e dalla Resistenza, Dino Biffi era un punto sicuro di riferimento a Castelbolognese, come lo erano Zucchini a Faenza, Montanari a Lugo, Masoni a Russi, Cristofori a Solarolo, Brusa a Bagnacavallo, Castellucci, Massaroli e Zaccagnini a Ravenna. Noi potevamo contestarli e li contestammo per alcune idee e per alcuni indirizzi, veri o supposti, ma sempre e comunque erano naturalmente le nostre guide nel partito, nelle istituzioni e nel paese.
Dino Biffi era forse il più schivo di tutti. Mai un pretendere, sempre un sorridere, mai un chiedere, sempre un donare, mai un condannare, sempre un amare. Ovunque se stesso, nella famiglia e nella società, nella Chiesa e nelle opere parrocchiali, come imprenditore economico e come Sindaco di tutti.
Nel rosso dilagante ed egemonico in Romagna fu uno dei primi Sindaci «bianchi» in provincia di Ravenna: in punta di piedi entrò in Municipio, dopo cinque anni di ottima Amministrazione in punta di piedi ritornò nella sua casa, a lavorare, ad amare, a pregare. Nessuna ipoteca per il futuro, nessun rimpianto per il passato: la politica era sempre e solo servizio. Era forse un uomo di un’altra generazione.

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Addio sindaco contadino: Reginaldo Dal Pane ci ha lasciato https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/addio-sindaco-contadino-reginaldo-dalpane-ci-ha-lasciato/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/addio-sindaco-contadino-reginaldo-dalpane-ci-ha-lasciato/#respond Thu, 07 Nov 2024 17:43:41 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=12043 di Paolo Grandi Lo aveva addirittura scritto nel titolo del suo ultimo libro, uscito nel settembre 2024 in occasione del suo novantanovesimo compleanno: non sono stanco di vivere. Ma dall’Alto, quell’aldilà cristiano nel quale lui ha sempre creduto, è arrivata la chiamata dopo un breve malattia che tuttavia non gli …

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di Paolo Grandi

Lo aveva addirittura scritto nel titolo del suo ultimo libro, uscito nel settembre 2024 in occasione del suo novantanovesimo compleanno: non sono stanco di vivere. Ma dall’Alto, quell’aldilà cristiano nel quale lui ha sempre creduto, è arrivata la chiamata dopo un breve malattia che tuttavia non gli aveva fatto perdere l’abituale lucidità, nel tardo pomeriggio del 5 novembre 2024.
Nato nella parrocchia di Formellino di Faenza in una famiglia contadina patriarcale che si spostava da un podere all’altro per trovare sempre migliori condizioni di vita e di lavoro, il piccolo Reginaldo, arrivò a due anni nella casa di via Farosi dove rimarrà fino alla morte, in una parte di quel podere, di proprietà dei conti Ginnasi che abitavano poco lontano, nel cosiddetto “Palazz d’Orsoni” che la famiglia aveva abbandonato oltre un decennio prima perché, così indiviso, era troppo grande per le forze lavoro di quel tempo. Il piccolo Reginaldo crebbe frequentando per i giochi una delle figlie dei Ginnasi e per la dottrina cristiana la parrocchia di Casalecchio. Il suo percorso di studi s’interruppe dopo la quinta elementare: la famiglia non aveva le possibilità economiche né lui stesso si era opposto, benché fosse stato uno scolaro esemplare e molto diligente, perché gli premeva lavorare per non pesare sulla famiglia. Da autodidatta formò la propria cultura leggendo i classici ed avendo libero accesso alla biblioteca dei Ginnasi. Una cosa, tuttavia, Reginaldo non accettava: sentire i suoi chiamare i conti “signor padrone”; certo, ragionava, erano padroni della terra, ma non i padroni delle persone; gli seccava quando sentiva il nonno, capofamiglia, uomo anziano, dare del lei alla figlia del conte Carlo, che era una ragazzina poco più grande di lui, la quale a sua volta gli dava del tu. E così egli rifletteva sul fatto che in India vi erano le caste, abolite per legge, ma di fatto ancora in vigore. Ma non c’erano caste anche qui?
Fu proprio la ricerca di questo senso di giustizia a spingere nel dopoguerra Reginaldo in politica, che fu dapprima attratto dalla sinistra per un profondo senso di giustizia che sentiva in sé e per il desiderio di aiutare la povera gente; “ero forse uno dei pochi che leggeva l’Unità nella casa del popolo, ma non mi piaceva l’esaltazione dell’Unione Sovietica e di Stalin e sapevo che non poteva esistere la dittatura del proletariato.” Così Reginaldo ricorda.
Una sera fu invitato a un incontro che si tenne presso il cortile della chiesa arcipretale di Castel Bolognese. C’era a parlare un giovane bolognese, che poi sarebbe di­ventato deputato e della cui amicizia fu onorato per tutta la vita: era Giovanni Bersani. Quell’incontro fu per lui illuminante e così cominciò a leggere e a studiare alcuni libri sulla dottrina sociale della Chiesa, soprattutto l’enciclica di Leone XIII, Rerum novarum. Era il 1947, vigilia delle elezioni politiche che si tennero nella primavera successiva. L’impegno della Chiesa fu immane: in ogni parrocchia vi era una persona che si impegnava a convogliare i voti verso la Democrazia Cristiana e Reginaldo fu il “collettore” di Casalecchio. Nel 1948 l’iscrizione alla Democrazia Cristiana e poco dopo la sua elezione nel Consiglio Provinciale del partito e contemporaneamente nacque il suo impegno nel sindacato CISL e nelle ACLI. Per Reginaldo il politico era l’uomo che intende spendersi per il bene comune, per il bene-benessere della gente e non per un tornaconto, ma per l’intima convinzione di dover mettere a frutto il proprio talento per migliorare le condizioni di vita della gente, liberamente e gratuitamente, tanto che per tutta la vita Reginaldo ha vissuto del lavoro dei campi, alla ricerca della giustizia sociale da coniugare con la libertà ed avendo come stella polare la parabola dei talenti.
Nel 1956 fu eletto in Consiglio Comunale ed a sua volta votato quale Sindaco dalla maggioranza, carica che mantenne fino al 1964. Questa esperienza è stata descritta nel suo libro “Il sindaco contadino”, ma in breve può così riassumersi: lotta alla disoccupazione attraverso l’esecuzione di una serie di lavori pubblici: Acquedotto, con la costruzione della torre piezometrica, lavatoio pubblico, fognature, case popolari, restauro e riapertura dell’ospedale ma, soprattutto, la dichiarazione di Castel Bolognese come “comune depresso”, cosa che gli attirò le ire delle sinistra all’opposizione ma che costituì la base per attirare investimenti e creare la zona industriale che, sviluppatasi poi nei decenni successivi, oggi è un fiore all’occhiello della nostra città che molti ci invidiano. Si provvide, tramite la costruzione delle case popolari, ad abbattere gradualmente le baracche che ospitavano i senzatetto della guerra; arrivò il metano e si impostò l’acquisto del terreno ove poi sarebbero sorte la nuova scuola media e l’asilo nido, prevedendo l’abbattimento della casa di Pagnòca. Ricordo che, assieme a mio padre che lui stimava molto, partiva per Roma per appuntamenti nei Ministeri: un viaggio defatigante che iniziava poco prima delle 23 salendo sull’ultimo treno per Ancona e da là con un “accelerato” che partiva verso le 4 ed arrivava a Roma alle 7 e mezzo della mattina, col solo biglietto di seconda classe ed a proprie spese. Dopo le visite ed un frugale pasto, il viaggio di ritorno che iniziava nel pomeriggio e terminava alle 10.30 della sera. Si passava da Ancona perché allora la tariffa ferroviaria era chilometrica e l’itinerario più breve ed economico era via Orte e Ancona, naturalmente in seconda classe!
Dopo un breve incarico di Consigliere nel Consiglio Provinciale, Reginaldo optò per il Sindacato. Come frequentatore della sede della Democrazia Cristiana e collaboratore di quel partito fino al suo scioglimento lo ricordo quale “vecchio saggio” (vecchio perché ero giovane io!): alle riunioni, anche le più animate, ove comunque lui non alzava mai la voce, era un piacere ascoltarlo nel suggerire le soluzioni ai problemi o le proposte da vagliare e discutere magari dopo un confronto in Consiglio Comunale.
Certamente, Reginaldo era conscio che la sua era una generazione tutta particolare, che ha conosciuto una accelerazione a livello tecnologico quale mai era accaduto. Dall’aratura coi buoi ancora praticata nel dopoguerra allo sbarco sulla luna, per tacer dei computer, internet ecc.. La sua è stata una generazione che ha conosciuto la povertà, condizioni di vita oggi difficilmente immaginabili nei nostri territori, che è cresciuta sotto il fascismo e ha sperimentato gli orrori e le devastazioni della guerra.
Voglio concludere con le ultime parole del suo libro “Non dipende da me arrivare a cento anni, ma anche se non ci vedo e non ci sento bene, non mi sono stancato di vivere.” E se si pensa che tra gli ultimi atti del suo peregrinare terreno v’è stata la Confessione e la Comunione, prima di morire dopo pochi minuti, il suo esempio di vita e di Cristiano ci illumini, pensando che il 5 novembre 2024, nel tardo tramonto, un Giusto è salito nel Regno dei Cieli a dar gloria a Dio.

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L’infanzia castellana dello storico e avvocato Emilio Papa https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/linfanzia-castellana-dello-storico-e-avvocato-emilio-papa/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/linfanzia-castellana-dello-storico-e-avvocato-emilio-papa/#comments Sat, 22 Jun 2024 17:15:03 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=11744 di Andrea Soglia Il 2 maggio 2022 è morto a Torino, sua città di adozione, lo storico e avvocato Emilio Papa. Come ci rammenta Wikipedia “ha insegnato nelle Università di Bologna, di Bergamo e di Torino, nella quale ha esordito quale assistente di Alessandro Galante Garrone e ha poi tenuto, …

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di Andrea Soglia

Una rara immagine di Emilio Papa (dal Corriere della Sera del 3 maggio 2022)

Il 2 maggio 2022 è morto a Torino, sua città di adozione, lo storico e avvocato Emilio Papa. Come ci rammenta Wikipedia “ha insegnato nelle Università di Bologna, di Bergamo e di Torino, nella quale ha esordito quale assistente di Alessandro Galante Garrone e ha poi tenuto, per oltre vent’anni, un corso di Storia dei partiti e dei movimenti politici. Come docente di Storia contemporanea, ha rivolto i suoi interessi soprattutto alla storia delle istituzioni, ma si è interessato anche di fascismo, di storia del movimento operaio e socialista, di storia della magistratura italiana. Autore di una ventina di volumi (molti ristampati più volte) e di centinaia di saggi pubblicati in riviste, si è anche dedicato alla “storia generale” con una Storia della Svizzera e una Storia dell’unificazione europea. Di rilievo anche la sua attività come giornalista (fu tra l’altro consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti e presidente, per tredici anni, della Commissione ricorsi e disciplinare dell’Albo nazionale dei giornalisti) e avvocato (fu difensore di ufficio, benché rifiutato dai brigatisti, nel processo alle Brigate Rosse celebratosi a Torino dal 1976 al 1978 e difensore civico della Città di Torino dal 2004 al 2010)”
Emilio Papa era nato a Imola il 25 dicembre 1931, ma aveva trascorso l’infanzia a Castel Bolognese. Emilio era figlio di una castellana doc, Giovanna (detta Gianna) Zaccherini e di Luigi Papa, originario di Carinola (Caserta), maresciallo dei carabinieri ad Imola. Giovanna era figlia di Emilio Zaccherini (storico mediatore di vini della famiglia dei Macapac) e di Maria Bagnaresi.
Emilio Zaccherini possedeva una bella casa in via (allora viale) Marconi e lì Emilio Papa, con la sorella Loriana, crebbe, stringendo solide amicizie con i ragazzini della zona due dei quali, tuttora viventi, ricordano con affetto e con orgoglio il loro amico d’infanzia poi divenuto un personaggio importante nel mondo accademico.
Ci riferiamo a Tonino Bellosi (oggi residente a Ravenna) e Valentino Donati, che è ben conosciuto dai castellani. Tonino e Valentino non dimenticano quegli anni felici, trascorsi a giocare nel Prato della Filippina, in quello dei Cappuccini e nella zona di via Marconi, in particolare nello stabilimento stracci di Antonio Diversi (e Dintò), nonno di Tonino. Della combriccola facevano parte, fra gli altri, Gianni Tosi (prematuramente scomparso, cugino di Emilio), Thelmo Magnani, Leone Musiani, Goffredo Costa (detto Pera Vuipèna), Sandro Martelli ed ovviamente Emilio Papa, oltre a Tonino e a Valentino. Particolarmente stretta fu l’amicizia fra Tonino ed Emilio, praticamente “gemelli”, essendo nati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Tonino e Gianni Tosi non mancarono di assistere alla laurea di Emilio, anche se oramai si era trasferito lontano da Castello.
Loriana Papa ricorda ancora nitidamente gli anni della guerra, dal 1943 al 1945, trascorsi a Castel Bolognese. Emilio in quel periodo frequentò, con Tonino, la Scuola media, istituita provvisoriamente in paese (dove era attiva solo la Scuola di Avviamento) per evitare che i ragazzi si dovessero recare nella vicina Faenza.
Nel periodo di sosta del Fronte i Papa si rifugiarono anche loro nelle cantine, trovando riparo in quella della proprietà di Felice Borghi, sulla via Emilia interna. Il 24 gennaio del 1945 una granata penetrò nella cantina Borghi, uccidendo ben 7 persone, fra cui 5 componenti della famiglia Fenara, sfollata da Bologna. Alla famiglia Papa, rimasta senza un sicuro alloggio, non rimase che trasferirsi a Bologna.
Loriana ed Emilio rimasero sempre legati a Castel Bolognese e agli amici d’infanzia. Tonino Bellosi rammenta che Emilio Papa si considerava un Castellano e amava parlare in dialetto romagnolo con Tonino durante i loro incontri, suscitando gli affettuosi rimbrotti della moglie Maria che non riusciva a capire una parola. Quando, di tanto in tanto, Emilio ritornava in Emilia-Romagna, non perdeva troppo tempo in soste intermedie. Se alle 12 il suo treno arrivava a Bologna proveniente da Torino, alle 14 con Loriana era già a Castello. Aveva anche pensato di trasferirvisi, una volta raggiunta la “pensione”, e di acquistare la casa che era appartenuta al nonno Emilio, salvo poi rimanere a Torino con la moglie Maria e i figli Stefano e Leonardo: il suo Castello, oramai, era troppo cambiato. La casa Zaccherini oggi non esiste più, demolita per lasciare spazio a nuovi edifici residenziali.
Ringraziando Loriana Papa, Tonino Bellosi e Valentino Donati per le testimonianze, alleghiamo a questo profilo “castellano” un bel ricordo, pubblicato sul Corriere della Sera del 3 maggio 2022 da Pier Franco Quaglieni, amico di Emilio Papa.

Torino ha perso Emilio Papa. Studiava la storia difendeva il diritto.
Studioso, storico e difensore d’ufficio delle Br

di Pier Franco Quaglieni

E’ mancato Emilio Papa. La sua morte è per me l’interruzione di una lunga amicizia nata quand’ero suo allievo all’università di Torino e mi chiamò successivamente ad essere suo assistente a «Storia dei partiti», cattedra che tenne per circa vent’anni prima di passare ad insegnare Storia contemporanea.
Furono suoi allievi centinaia di giovani che faranno scelte politiche distanti tra loro come lo storico Oliva, il leader comunista Rizzo e il cattolico Leo, tanto per citare tre nomi: il segno dello spirito liberale del suo magistero, sempre ispirato ai valori della tolleranza, in anni di esasperato ideologismo e di violenze non solo verbali.
È morto a poco più di novant’anni, splendidamente portati, a causa di una banale caduta per strada e ad un intervento chirurgico.
L’ho frequentato per tanti anni, ma oggi voglio solo ricordare il rigore e l’indipendenza dello studioso, la bontà d’animo dell’uomo, il suo entusiasmo, velato da un certo realismo ironico, nel vivere la vita, il suo straordinario e affiatato matrimonio con Maria – da cui ebbe due figli anch’essi avvocati – che è stata la straordinaria donna della sua vita, il suo coraggio nell’accettare di essere tra i difensori d’ufficio delle Br, rischiando la vita.
Sono migliaia le telefonate e le mail che ci siamo scambiati anche nei giorni in cui venne ricoverato in ospedale. Ci sentivamo spesso ed ascoltare una sua opinione per me era sempre molto importante. Ci legava anche la comune amicizia con Norberto Bobbio.
La sua opera parla crocianamente per lui, a partire da un libro che è diventato un classico e che resta ancora oggi insuperato: «Storia di due manifesti», quello fascista di Gentile e quello antifascista di Croce del 1925, un’opera scritta con l’equilibrio dei grandi storici che avevano appreso da Chabod il distacco critico necessario, trattando dei temi più arroventati.
Si dedicò poi allo studio delle società operaie, di un tema complesso come i rapporti tra Fascismo e cultura ed anche delle Brigate Rosse, con il distacco dello storico e non con i pregiudizi di una potenziale vittima del terrorismo.
Di sicura importanza è la sua «Storia della Svizzera» e la sua opera sul federalismo, come appaiono significativi i suoi studi su Carlo Rosselli e sul fascista critico Giuseppe Bottai. Il saggio «Cos’è’ la democrazia», edito nel 2014, rappresenta un’acuta e non rassegnata disamina delle pecche della democrazia, ma anche una sua vigorosa difesa, in anni in cui il populismo e il sovranismo incominciavano a tentare di corrodere le libere istituzioni repubblicane.
Il suo interesse si rivolse anche ai temi dell’unificazione europea di cui aveva intravisto lucidamente tutte le fragilità.
Torino gli deve molto. Si prestò anche ad esercitare il mandato di Difensore civico, una carica oggi abolita. Più volte mi raccontò della sua delusione per quell’esperienza a tutela del «buongoverno», come mi disse citando Einaudi, il Presidente che ricordammo insieme a Dogliani davanti alla sua tomba.

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Le zitelle alla dote: una tradizione veliterna risalente ai tempi del card. Domenico Ginnasi https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/le-zitelle-alla-dote-una-tradizione-veliterna-risalente-ai-tempi-del-card-domenico-ginnasi/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/le-zitelle-alla-dote-una-tradizione-veliterna-risalente-ai-tempi-del-card-domenico-ginnasi/#respond Sun, 03 Mar 2024 15:25:51 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=11463 di Paolo Grandi A Velletri, il cardinale Domenico Ginnasi, nella Cappella oggi dedicata al Sacro Cuore di Gesù in Cattedrale, nel 1638 fondò la Confraternita del Suffragio, che estraeva quattro doti l’anno il 12 Marzo, giorno della festa di San Gregorio mandando le ragazze in processione a Pentecoste, mentre la …

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di Paolo Grandi

A Velletri, il cardinale Domenico Ginnasi, nella Cappella oggi dedicata al Sacro Cuore di Gesù in Cattedrale, nel 1638 fondò la Confraternita del Suffragio, che estraeva quattro doti l’anno il 12 Marzo, giorno della festa di San Gregorio mandando le ragazze in processione a Pentecoste, mentre la Confraternita della Pietà a Santa Maria in Trivio estraeva doti mandando in processione le ragazze alla Madonna in Via Lata, fuori le mura della città. Anche l’ Arciconfraternita di Maria SS.ma del Gonfalone estraeva un numero imprecisato di doti, questo fino a quando non dovette usare quei fondi per ricostruire la chiesa crollata per un terremoto, riprendendo poi ad estrarre doti almeno fino agli anni venti del novecento. Ma il più importante benefattore delle ragazze povere a Velletri, fu Salvatore Scandelloni, Canonico del Capitolo della Cattedrale, che lasciando legati nel suo testamento 7.500 istituì il più cospicuo sussidio dotale in città, un altro benefattore fu Nicola Antonio Gregni con i suoi 60 scudi lasciati in deposito al Sacro Monte di Pietà Ginnasi istituì due doti l’anno da estrarre a turno dalle parrocchie cittadine.
Naturalmente per avere questi benefici bisognava eccellere nel catechismo e partecipare alla processione del SS.mo Salvatore che fino al 1954 si svolgeva la sera del 14 Agosto fino a Santa Maria in Trivio e la mattina seguente si riportava l’antica icona in Cattedrale.
Le ragazze risultate vincitrici delle doti ricevevano in date stabilite la “polizza” che mettevano in una borsa di tela bianca che portavano in processione legata ad un fianco, il loro vestito, candido, era realizzato con la stoffa che veniva consegnata loro all’atto dell’assegnazione del beneficio. Tali distribuzioni sono andate avanti sino alla seconda guerra mondiale.
Nel 1989 alcuni cultori di storia veliterna pensarono di riscoprire questa importante pagina di storia cittadina, fondando il gruppo in costume “Le zitelle Velletrane” e così ricostruendo le vicende delle doti, dalla rievocazione storica della candidatura alla dote, fino alla partecipazione alla Processione della Madonna della Carità ogni 2 settembre. Dal 2006 il gruppo ha ricevuto in dono un prezioso medaglione con l’effige della Madonna delle Grazie, realizzato dallo scultore Giuseppe Cherubini nel bicentenario del patrocinio della Vergine sulla città. Il medaglione viene indossato nelle processioni dalla Priora, cioè quella ragazza che convolerà a nozze entro l’anno.
Le Zitelle alla dote, oggi non indossano più quella candida veste, ma dei preziosi costumi fedelmente replicati sulla scorta delle stampe e delle incisioni giunte fino a noi dal XIX secolo. Questi preziosi abiti sono stati realizzati con la consulenza iconografica e storica del Prof. Clemente Marigliani dalla costumista Marina Sciarelli e rappresentano il più grande patrimonio del gruppo che si definisce appunto di costume.
Il 24 Febbraio scorso si è svolto il primo degli appuntamenti legati alla rievocazione storica della Zitella alla Dote 2024, che non è solo una pura rievocazione storica: ad essa è legata una vera propria somma in denaro che ogni anno viene erogata. In quella serata sono state aperte le candidature e le ragazze hanno potuto porre il memoriale nel quale, esprimendo la loro volontà di candidarsi, hanno dichiarato di avere tutti i requisiti necessari: la fede cattolica, essere nubili e di avere un’età tra i 18 e i 30 anni. Il prossimo 15 marzo l’urna sarà sigillata e successivamente una Commissione all’uopo nominata secondo il regolamento approvato all’epoca della rievocazione provvederà all’esame delle candidature, a stabilire il numero delle doti da estrarre in base alle risultanze dei memoriali determinando anche la somma per ogni una di esse, riservandosi anche di non assegnarne qualora il numero delle candidate fosse esiguo o non si ravvisi la sussistenza dei requisiti richiesti. Dopodiché la Commissione formerà “i bollettini”, praticamente bigliettini col nome delle candidate, che introdurrà nella bussola per l’estrazione. Il 25 marzo la Commissione procederà all’estrazione pubblica della Zitella 2024. Alla Zitella estratta in una seconda occasione pubblica verrà affidato uno degli abiti storici di Velletri che dovrà indossare nella processione della Madonna delle Grazie (4 Maggio 2024) e nella processione della Madonna della Carità (7 Settembre 2024) e negli eventi a cui il gruppo può essere invitato durante l’anno. La Zitella potrà continuare ad indossare l’abito storico che resterà proprietà del gruppo di costume qualora desideri restare a far parte dello stesso. La Zitella, una volta assolti gli impegni richiesti dal regolamento riceverà poi la dote mediante una cerimonia pubblica in luogo ora e data ancora da stabilire.
È bello pensare che dietro a questa bella iniziativa vi sia un po’ di Castel Bolognese, grazie all’attività benefica del cardinale Domenico Ginnasi.
Infine, nella Cattedrale di Velletri, oltre alla Cappella del sacro Cuore, già descritta in altra parte, è pure conservato il busto di San Clemente papa ordinato sempre dal card. Ginnasi e realizzato da Giuliano Finelli (Carrara 1602 – Roma 1653) allievo del Bernini, nel quale possiamo riconoscere le fattezze dello stesso cardinale. Purtroppo con i bombardamenti della seconda guerra mondiale è andata distrutta la Cappella Ginnasi, sempre in Cattedrale, affrescata da Caterina.

Si ringrazia la Fondazione Museo Luigi Magni e Lucia Misirola per le fotografie

 

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Alessandro Ginnasi (1849-1924) https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/alessandro-ginnasi-1849-1924/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/alessandro-ginnasi-1849-1924/#comments Wed, 14 Feb 2024 21:25:37 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=11356 (introduzione) Tre anniversari “tondi” ci portano a pubblicare questo testo su Alessandro Ginnasi, a cui è intitolato uno dei plessi scolastici di Castel Bolognese. Il conte Ginnasi moriva 100 anni fa, il 14 febbraio 1924. La vedova Maria Regoli (1859-1937), per onorarne la memoria, fece costruire l’Orfanotrofio femminile Ginnasi la …

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Ritratto di Alessandro Ginnasi eseguito da Anacleto Margotti, tratto dalla memoria funebre (Archivio Andrea Soglia)

(introduzione) Tre anniversari “tondi” ci portano a pubblicare questo testo su Alessandro Ginnasi, a cui è intitolato uno dei plessi scolastici di Castel Bolognese. Il conte Ginnasi moriva 100 anni fa, il 14 febbraio 1924. La vedova Maria Regoli (1859-1937), per onorarne la memoria, fece costruire l’Orfanotrofio femminile Ginnasi la cui prima pietra veniva posta il 24 giugno 1934, 90 anni fa. Una volta esaurita l’opera pia, l’edificio veniva riconvertito a Scuola elementare, la cui entrata in attività risale all’anno scolastico 1973-74, ossia 50 anni fa.
Alessandro Ginnasi fu amante della musica, della letteratura e dell’arte, e si era molto distinto nel disegno al Collegio San Luigi. Riservatissimo in vita, fu prodigo di aiuti generosi verso tutti colori che ricorrevano a lui. Con la sua morte si estingueva uno dei rami nobili più illustri e antichi della Romagna. Vedovo di Giovanna Morelli, morta ad appena 23 anni nel 1878, nel 1884 (altro anniversario “tondo”) aveva sposato Maria Regoli.
Il testo che vi proponiamo, tratto da Il Diario del 23 febbraio 1924, riporta anche un resoconto degli imponenti funerali e delle numerose elargizioni in beneficenza effettuate da Maria Regoli in memoria del marito. Nel testo si parla anche di un ritratto del conte Alessandro Ginnasi disegnato a carboncino dal pittore Anacleto Margotti. Una sua riproduzione fu poi pubblicata sulla memoria funebre distribuita nel trigesimo della morte. (A.S., 2024)

La morte del Conte Alessandro Ginnasi

Lunedì 18 [febbraio 1924] alle ore 14,30 si spegneva improvvisamente nel suo palazzo in Imola il N. U. Conte Alessandro Ginnasi, Conte e Patrizio di Faenza, Patrizio Romano, Nobile di Bologna, Nobile di Velletri. Egli apparteneva ad una delle più antiche e nobili famiglie romane che vanta illustri nomi come quello del Cardinal Domenico Ginnasi noto per l’efficace aiuto dato a Sisto V, nunzio apostolico a Madrid e provvido governatore di Velletri, morto nel 1639 lasciando in beneficenze ingenti ricchezze, onde sorse in Roma il Collegio Ginnasi per gli alunni di Castel Bolognese; il busto marmoreo del Card. Ginnasi, scolpito dal Bernini, trovasi tuttora nella chiesa di S. Lucia alle Botteghe Oscure in Roma.
Il Conte Alessandro, figlio del Conte Vincenzo e di Teresa Dalpozzo, nacque a Faenza il 17 maggio 1849; fu educato nel collegio S. Luigi di Bologna ove ebbe a compagni Alfredo Oriani e il nostro compianto amico Odoardo Galeati col quale si mantenne in rapporti di costante amicizia.
Dimorò prima a Faenza, poi a Castel Bolognese ove conobbe Colei che divenne premurosa compagna della sua vita, Maria Regoli, la quale seppe con savia opera ed infaticabile attività conservare integro il patrimonio di nobiltà e di ricchezza di quell’antichissimo casato.
Il Conte Alessandro, di temperamento riservatissimo, incurante del chiasso mondano, amante della sua casa, viveva appartato; ma quanti lo conobbero e lo accostarono ammirarono in lui l’intelligenza, la cultura e la bontà d’ animo.
Fu credente, e soccorse molte miserie.

Il trasporto funebre

I funerali ebbero luogo giovedì 21 corrente. La salma fu esposta al pubblico in camera ardente severamente apparata dal Sig. Golfari di Forlì e venne rimossa alle ore 10 per la Chiesa del Carmine. La salma nella camera ardente fu visitata dalla cittadinanza dalle ore 8 alle 9,30. Il Prof. A. Margotti, con quella rapida abilità che lo distingue, e con sentimento animatore, ritrasse a carbonello le sembianze del Conte. La camera ardente fu fotografata dal Cav. Galassi e dal Ferlini. Il corteo riuscì imponente. Seguivano la Salma, la moglie N. D. Contessa Maria Regoli Ginnasi, la sorella Marchesa Giulia in Zacchia, i cognati Conte Comm. Emanuele Rasponi, sig. Luigi Regoli, i nipoti Conte Dott. Nicola Rossi, sigg. Ermete, Zerelia e Tino Morelli, il Marchese Angelo Marsigli, Conte Leone Rossi e la Marchesa Marsigli, Marchese Antonio Zacchia, la Contessa Giulia Alberti Rossi, il Marchese Gianni Zacchia, Marchese Maurizio Zacchia, Marchese Del Turco, Conte Comm. Annibale Ginnasi Sindaco d’Imola, Mons. Aldo Tabanelli, Vicario Generale della Diocesi, per S. E. Mons. Vescovo d’Imola; Sottoprefetto d’Imola, Conte Flaminio Ginnasi, Conte Vincenzo Del Pero e Signora, Conte Paolo Ginnasi e Famiglia, Conte Gioacchino Ginnasi, Antonio Piancastelli per il Sindaco di Castel Bolognese, Don Musconi per l’Arciprete di Castel Bolognese, Capitano RR. CC., Conte Ginnasi Filippo, Conte Ginnasi Avv. Domenico, Prof. D’Agostino, Dott. Carlo Lesi e Signora, Avv. G. Casoni, Avv. Loreti, Avv. Villa, Cav. G. B. Raffi, Prof. A. Margotti, Sig. Carlo Cavallari, Sig.ra Lina Casoni, Sig.ra Maria Nardozzi, Sig.ra Ceresoli, Rag. Francesco Gamberini per le Contesse Imelde e Maria Antonietta Ginnasi in Podesià Lucciardi; Rag. Donati Aldo, Costa Cleto e Fanti Earico pel Consorzio Agrario, Rappresentanza del P. N. F., Signor Mario Boccella per la Camera Agraria, Dott. Vincenzo Croci, una rappresentanza del Seminario Diocesano, i Giovani Esploratori, Asilo Giardino, Paggi del SS. Sacramento, Artigianelli S. Caterina, Buon Pastore, Orfanotrofi Maschile e Femminile, Breforofio, Opera Assistenza all’Infanzia, Dame della Provvidenza, Patronato Fanciulle, Istituto B. Teresa del Bambin Gesù, Patronato Giovani, Figlie del lavoro, Ricovero, Madre Pie di Castel Bolognese, Confraternite, Clero, il Parr. D. Giovanni Menzolini che precedeva il carro funebre, e moltissime altre personalità, e i Coloni della possidenza del Defunto, con ceri, nonchè quelli delle possidenze Zacchia, Marsigli e Rossi. Il corteo imponente fu messo gentilmente in ordine dai Can. Cav. Poggi e da D. Gaetano Marzari. Prestarono solerte servizio di vigilanza i Vigili Urbani.
La Chiesa del Carmine era gremita.
Fu eseguita la bellissima Messa Funebre di D. L. Perosi a 3 voci pari con un complesso di professori d’orchestra e di elementi vocali di primo ordine.
Le due voci soliste, il tenore Cav. Rodolfo Rossi di Bologna ed il basso Michele Sampieri di Pesaro, provetti artisti di canto, misero in rilievo in modo incomparabile quelle parti della Messa dove Perosi ha maggiormente trasfusa la sua grand’anima d’artista e di genio.
Sedeva all’organo il M.o Luigi Pennazzi di Lugo; dirigeva il M.o D. Antonio Vassura.

La beneficenza

La N. D. Contessa Maria Regoli Vedova Ginnasi, alla quale presentiamo vivissime condoglianze, per onorare la memoria dell’amato Consorte Conte Alessandro Ginnasi ha offerto:
Ospizi Marini, L. 1000 – Orfanotrofio Maschile, 500 – Orfanotrofio Femminile, 500 – Asilo Giardino, 500 – Ricovero Mendicità, 500 – Brefotrofio, 500 – Partito Nazionale Fascista, 5OO – Poveri della Parrocchia del Carmine, 500 – Poveri della Parrocchia di Sesto Imolese, 500 – Dame della Provvidenza, 500 – Opera d’Assistenza all’Infanzia, 500 – Comitato Antitubercolare, 5OO – Patronato Fanciulle, 500 – Figlie del Lavoro, 500 – Patronato Giovani, 500 – Istituto S. Caterina, 500 – Istituto Buon Pastore, 500 – Istituto Madri Pie di Castel Bolognese, 500 – Paggi del SS. Sacramento, 200 – Assistenza Civile e Religiosa Orfani Guerra, 200 – Giovani Esploratori Cattolici, 200 – Opera Diocesana delle Vocazioni Ecclesiastiche, per onorare la memoria del Conte Alessandro e del Suo Grande Antenato Card. Domenico Ginnasi, 500 – Asilo Notturno, 200 – Al “Diario” 200 – Ad “Imola Nuova”, 200.

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Ricordo di Mario Muccinelli, esperto mondiale in campo fitoiatrico https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/ricordo-di-mario-muccinelli-esperto-mondiale-in-campo-fitoiatrico/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/ricordo-di-mario-muccinelli-esperto-mondiale-in-campo-fitoiatrico/#comments Sat, 30 Dec 2023 14:21:08 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=11271 Mario Muccinelli nasce a Mordano (Bo) il 26/03/1938; si laurea in Scienze Agrarie nel 1963 all’Università di Bologna, dove consegue poi, oltre l’abilitazione alla professione di agronomo, la specializzazione in fitopatologia. Nel 1964 vince un concorso nazionale per agronomi di zona ed è assegnato all’Ispettorato provinciale dell’agricoltura di Ravenna. Si …

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Mario Muccinelli nasce a Mordano (Bo) il 26/03/1938; si laurea in Scienze Agrarie nel 1963 all’Università di Bologna, dove consegue poi, oltre l’abilitazione alla professione di agronomo, la specializzazione in fitopatologia.
Nel 1964 vince un concorso nazionale per agronomi di zona ed è assegnato all’Ispettorato provinciale dell’agricoltura di Ravenna.
Si sposa nel 1966 con Franca Rosini (nella foto) e nell’agosto del 1979 si trasferisce con la famiglia (dopo i primi 13 anni vissuti a Riolo Terme) a Castel Bolognese, dove hanno risieduto fino alla scomparsa
Mario Muccinelli è autore del ‘Prontuario degli Agrofarmaci’. Questa pubblicazione (il cui titolo fino all’ed. del 2006 fu ‘Prontuario dei Fitofarmaci’) trae la sua origine negli anni ’60 grazie ad un insieme di circostanze favorevoli e, tra queste, la mancanza in quel periodo di manuali aggiornati sugli agrofarmaci.
La prima edizione del ‘Prontuario dei Fitofarmaci’ è uscita nel 1969, a questa edizione poi ne sono seguite altre dodici, fino all’ultima, la 13°, del 2011, edita dall’Edagricole – Edizioni Agricole de Il Sole 24 ORE. Il suo prontuario, fra gli addetti ai lavori, era noto semplicemente come “Il Muccinelli”.
Mario è scomparso il 31/12/2018. Lo ricordiamo con un articolo pubblicato su AgroNotizie da Ivano Valmori, che di Mario è stato amico e strettissimo collaboratore.
(profilo biografico a cura di Maria Francesca Muccinelli)

Ciao Mario: il mio saluto all’uomo del Prontuario

di Ivano Valmori

Mario Muccinelli ha terminato il suo cammino terreno nella mattinata del 31 dicembre 2018. Un ricordo all’uomo e all’amico

Sono nato nel 1967. Era l’anno in cui il ventinovenne Mario Muccinelli propose alle “Edizioni agricole” dei Perdisa di Bologna un volume per raccogliere informazioni sul mondo dei fitofarmaci, opera che avrebbe visto la sua prima edizione nel gennaio del 1969.
Durante il mio percorso formativo ho usato “il Muccinelli” prima all’istituto agrario (specialmente la 4° edizione del 1985), poi all’università (la 5° edizione del 1987). Nel frattempo ho fondato Image Line e nel 1988 ho iniziato a lavorare per creare la banca dati Fitogest.
E’ stato nell’estate del 1990 che ho avuto il piacere di incontrare per la prima volta il “mitico Mario Muccinelli” nel suo studio all’ispettorato agrario di Faenza (Ra). Persona austera e rigorosa ma con uno sguardo vispo e curioso di bimbo.
Da allora è nata una bella relazione di stima ed amicizia che ci ha portato a definire un accordo operativo mai firmato ma sempre attuato: Mario Muccinelli nel suo prontuario avrebbe sempre dato priorità agli aspetti legati alle molecole utilizzabili per la difesa, riportando solo poche informazioni sui preparati commerciali. Io avrei dato la massima priorità alle informazioni sui preparati commerciali che, essendo molto dinamiche, necessitavano di tempestivi e costanti aggiornamenti e fornendo poche informazioni sui principi attivi.
Le nostre strade si sono definitivamente incrociate nel 2000 con la preparazione della 9° edizione del prontuario uscito nel 2002, quando l’editore affidò ad Image Line il coordinamento della raccolta dei dati assieme a Mario e il prontuario iniziò ad uscire con il Cd-Rom in allegato.
Con Mario ho avuto il piacere di lavorare in stretto contatto per la preparazione di quattro edizioni del Prontuario: la 9° (2002), la 10° (2004), l’11° (2006) e la 12° (2008).
Lo ricordo con affetto come un “padre putativo” che mi ha insegnato molto (moltissimo) sulla fitoiatria e sul mondo degli agrofarmaci.
Lo ricordo come una persona estremamente solare e cordiale, con animo profondo e fare modesto, semplice e sempre corretto.
Quando lo conobbi svolgeva il ruolo di “Ispettore” per conto del ministero dell’Agricoltura (allora si chiamava così…) e il suo ruolo richiedeva un fare rigoroso e scrupoloso.
E’ stata senza dubbio una persona lungimirante nel riempire il vuoto di conoscenze sui fitofarmaci sotto l’aspetto chimico-fisico, funzionale, applicativo, tossicologico, igienico-sanitario, commerciale (elenco formulati). Per molti anni il “Prontuario Muccinelli” è stata l’unica fonte di informazioni completa sui fitofarmaci (agrofarmaci dalla 11° edizione) nella farmacopea agricola italiana.
Sempre estremamente interessato alle novità fitoiatriche, si manteneva costantemente aggiornato attraverso lo studio dei cataloghi delle società che richiedeva annualmente e che queste spesso gli anticipavano perché fossero inserite sulla successiva edizione del “Muccinelli”.
Le sue schede sui principi attivi sono tuttora le più complete disponibili fino all’ultima edizione, la 13°, uscita nel maggio 2011.
Mario stava lavorando per preparare la successiva, quattordicesima edizione, tant’è che si teneva aggiornato e aveva già realizzato ben 27 nuove schede dattiloscritte.
E’ stato l’unico a richiedere (ed ottenere) dal Pesticide Manual edito da BCPC (British Crop Production Council) di correggere alcune formule di struttura di molecole pubblicate con alcuni errori sul testo mondiale di riferimento del settore agrochimico.
Lo ricordo con affetto con la sua ocarina, strumento che amava e che suonava con passione ed orgoglio.
Anche la sua uscita di scena è stata all’insegna della sua grande umiltà. Ha sofferto in silenzio per lunghi anni, assistito dalla moglie Franca e dai figli Maria Francesca e Fabrizio. Poi, il 31 dicembre 2018, se ne è andato in silenzio. Ringrazio la figlia Maria Francesca di avermi informato per partecipare alla funzione religiosa e all’ultimo saluto.
Grazie Mario per tutto ciò che hai fatto per la fitoiatria italiana e per l’insegnamento che sei stato per me.

(articolo tratto da: https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2019/01/16/ciao-mario-il-mio-saluto-all-uomo-del-prontuario/61460 )

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Reminescenze del card. Domenico Ginnasi nella Cattedrale di Velletri https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/reminescenze-del-card-domenico-ginnasi-nella-cattedrale-di-velletri/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/reminescenze-del-card-domenico-ginnasi-nella-cattedrale-di-velletri/#respond Sun, 11 Oct 2020 17:13:09 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=8534 di Paolo Grandi Questo bel servizio fotografico lo si deve a don Paolo Ravaglia, sacerdote di origini riolesi ma che per qualche tempo è stato coadiutore in San Petronio ed è rimasto vicino alla comunità parrocchiale di Castel Bolognese. Chiamato ora a Roma preso la Congregazione delle Cause dei Santi, …

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di Paolo Grandi

Questo bel servizio fotografico lo si deve a don Paolo Ravaglia, sacerdote di origini riolesi ma che per qualche tempo è stato coadiutore in San Petronio ed è rimasto vicino alla comunità parrocchiale di Castel Bolognese. Chiamato ora a Roma preso la Congregazione delle Cause dei Santi, si è recato di recente in visita a Velletri per scoprire le bellezze di quella cittadina. Mi ha così inviato alcune foto relative alla Cattedrale, ove sono conservati alcuni stemmi Ginnasi.

La Cattedrale di Velletri è dedicata a San Clemente. La Diocesi è tra le più antiche datando già dal IV secolo d.C. ed a metà del IX secolo venne unita alla Diocesi di Ostia, formando la diocesi di Velletri-Ostia fino al 1914 quando divenne sede vescovile autonoma. Nel 1981 la Diocesi di Segni fu unita a quella di Velletri ed oggi costituiscono la diocesi di Velletri-Segni. Da sempre Velletri è Diocesi Suburbicaria, cioè vi è assegnato un Cardinale solitamente appartenente alla Curia romana. Così fu per Domenico Ginnasi che, dopo essere stato creato Cardinale da papa Clemente VIII nel 1604, al ritorno da Madrid venne nominato vescovo presso alcune diocesi suburbicarie ed in particolare in quella di Velletri ed Ostia il 15 giugno 1630, titolo che conservò fino alla morte nel 1639.

L’aspetto attuale della cattedrale è molto diverso da quello originale a causa della sua lunga vita, che ha superato i 1.500 anni. Essa infatti nel XIII secolo subì una profonda ristrutturazione con la costruzione dell’abside poligonale esterno e della cappella sotterranea che conserva le reliquie di sant’Eleuterio e san Ponziano. Il 23 maggio 1656 un fulmine fece rovinare il campanile sulla navata centrale della chiesa: questo evento portò alla sostituzione delle colonne di marmo dell’antica basilica romana con i pilastri in muratura presenti ancora oggi. Il soffitto ligneo venne dipinto ad affresco nei primi anni del Settecento da Giovanni Odazzi. I lavori furono voluti dal cardinale Carlo de Medici. L’ingresso principale della cattedrale assieme alla facciata furono inglobati nella costruzione del seminario vescovile fin dal XVII secolo. L’ingresso odierno si affaccia su piazza Micara ed il portale è stato eseguito da Troiano da Palestrina nel 1512.
Nel 1950 il cardinale Clemente Micara, vescovo di Velletri, promosse il restauro della cattedrale su progetto dell’architetto Giuseppe Zander; infatti durante la seconda guerra mondiale essa subì un bombardamento che la privò della parte absidale ma non rovinando il ciborio. Il mosaico del catino dell’abside venne realizzato nel 1951 dal pittore ungherese János Hajnal, che eseguì anche i due arcangeli sull’arco trionfale e le vetrate policrome delle finestre dell’abside. L’affresco sul soffitto fu sostituito con una grande tela del pittore viterbese Canevari che, riprendendo i motivi dell’opera precedente, ha integrato la pittura inserendo l’incontro di papa Pio XII con i cittadini di Velletri rifugiati a Roma durante la guerra.

Secondo i cronisti Domenico Ginnasi donò alla Cattedrale di Velletri svariati calici e vasi in argento e vi eresse poi una cappella “a proprie spese magnifica ed elegante, con altare ornato di porfido e di altri preziosi marmi, ad onore de’ santi protettori della città“. (1) Questa cappella fu edificata nel 1632 in onore della Madonna di Costantinopoli o del Suffragio e dei santi protettori di Velletri sulla medievale cappella di San Biagio. Ha pianta rettangolare, con i piedritti angolari smussati, con cupola ellittica sormontata da un lanternino. La decorazione delle pareti fu affidata a Caterina Ginnasi (1590-1660), nipote del Cardinale, che realizzò probabilmente anche la pala dell’altare; i dipinti raffiguravano il mito di Cesare Ottaviano Augusto e della “Gens Octavia” originaria di Velletri. Le pitture tuttavia si deteriorarono e furono sostituite da decorazioni poco apprezzate che a loro volta vennero ricoperte di vernice bianca, e così le pareti rimasero spoglie fino agli anni ’20 del XX secolo quando il cardinale Basilio Pompilj quale incaricò il pittore veliterno Aurelio Mariani della decorazione che, imperniata sul tema iconografico del Sacro Cuore, ricorda comunque il precedente culto dei Santi Protettori. Il Mariani si occupò della decorazione della cupola e dei pilastrini ospitando, in una cornice circolare di marmo giallo, una tela con Gesù benedicente in mezzobusto con il Sacro Cuore. Nelle vele della cupola stanno gruppi di angeli musicanti; nei quattro pennacchi, angeli in meditazione con gli strumenti della Passione. Sui pilastri sono raffigurati i quattro Santi Protettori di Velletri nei pilastrini superiori ed in quelli inferiori i ritratti di quattro Sante devote al Sacro Cuore di Gesù. Sulle pareti della Cappella sono visibili due grandi cornici in stucco decorate con rosette dorate e coronate, in alto, da una targa sormontata da un Serafino alato; in basso al centro di un festone di stucco, è posto lo stemma policromo del cardinale Domenico Ginnasi. Un’iscrizione sul bordo dell’altare ricorda la dedicazione della Cappella da parte del cardinale Pompilj al Sacro Cuore di Gesù nel 1930. Sui pilastrini marmorei dell’elegante balaustra bianca e grigia che serve da chiusura della Cappella sono presenti in rilievo altri stemmi Ginnasi, così come nello stucco policrono al centro dell’ingresso.

Questa graditissima sorpresa aggiunge un altro tassello alla mia pubblicazione sul Cardinale Ginnasi. A suo tempo non ebbi modo di recarmi a Velletri in quanto vi era la necessità di accelerare la pubblicazione, fortemente voluta dalle Monache Domenicane. Da informazioni poi che ebbi da persone del posto, ed anche consultando alcune guide comunque molto informate, come la famosa “guida rossa” del Touring Club, mi risultava che nella Cattedrale, a causa dei bombardamenti, si fosse perso qualsiasi riferimento al nostro caro Cardinale. Ecco quindi che il ritrovamento di Don Paolo, al quale sono grato, arricchisce la storia della nostra città e di questo illustre concittadino.

(1) Vedi: GRANDI P.: Il cardinale Domenico Ginnasi – una vita di fede e di carità, Faenza, 1996.

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Paolo Grandi, Reminescenze del card. Domenico Ginnasi nella Cattedrale di Velletri, in https://www.castelbolognese.org

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Mario Santandrea (1891-1994) https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/mario-santandrea-1891-1994/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/mario-santandrea-1891-1994/#comments Sat, 21 Sep 2019 15:38:02 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=7288 Mario Santandrea è stato un personaggio importante del ‘900 sia per Castel Bolognese che per Bologna. Farmacista storico di Bologna, ma non solo: fu impegnato politicamente nel PSI (fin dal 1909) e “civilmente” nell’Ordine dei Farmacisti di Bologna e nella Banca Operaia; fu giornalista sportivo e durante la sosta del …

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Mario Santandrea è stato un personaggio importante del ‘900 sia per Castel Bolognese che per Bologna. Farmacista storico di Bologna, ma non solo: fu impegnato politicamente nel PSI (fin dal 1909) e “civilmente” nell’Ordine dei Farmacisti di Bologna e nella Banca Operaia; fu giornalista sportivo e durante la sosta del Fronte a Castel Bolognese, con altri castellani residenti a Bologna, si prodigò per le sorti del suo paese natale. Ed eccezionale è stata la durata della sua vita: nato a Castel Bolognese il 21 gennaio 1891, morì a Bologna il 9 settembre 1994. Fino a pochi giorni prima era andato al lavoro nella sua farmacia di Bologna. In occasione del centesimo compleanno il Comune di Bologna gli conferì il Nettuno d’Oro. Essendo stato Mario Santandrea un personaggio poliedrico, lo ricordiamo con vari testi: un profilo biografico ricavato da un testo letto da Luigi Arbizzani alla cerimonia di consegna del Nettuno d’Oro, un ricordo della sua attività di farmacista, un articolo che gli dedicò il Guerin Sportivo e una testimonianza di Santandrea relativamente al periodo fascista e alle persecuzioni subite. La pagina è arricchita da numerose fotografie, per la maggior parte forniteci molti anni fa dal figlio Giorgio Santandrea (scomparso all’inizio del 2019), e da due tracce audio: una relativa al funerale civile in piazza a Castel Bolognese nel 1994 e l’altra con la voce di Mario Santandrea stesso, che con Edmondo Fabbri e Gino Corioni parla in diretta della squadra del Bologna calcio (A.S.)

Profilo biografico

(sintesi di un testo di Luigi Arbizzani; tratto da Castelbolognese notizie, maggio 1991)

L’immagine più lontana che è negli occhi di Mario Santandrea è lo scintillio provocato sull’acciottolato dagli zoccoli dei cavalli di una pattuglia di cavalleria pesante giunta a Castelbolognese, da Faenza, dopo che i Castellani hanno assaltato le bancarelle del pane, in un giorno di fine aprile 1898 nel corso dei “tumulti per la fame”.
Negli anni della formazione, a cavallo del secolo, mentre studia con profitto nella natia Castelbolognese, poi in Abruzzo e, quindi, all’Università di Bologna, sceglie decisamente impegno politico, passione sportiva e impegno professionale.
Nel 1909 si iscrive al Partito Socialista Italiano. Fa parte della redazione del periodico “II Senio”, giornale quindicinale della Vallata, stampato a Castelbolognese, che vede la luce il 23 luglio 1911, un po’ anticlericale e decisamente contro la guerra di Libia voluta da Giovanni Giolitti.
Nel 1909 nel paese natio fonda “L’Unione Sportiva” ciclistica e, nel 1913, è uno degli animatori del “Castelbolognese Football Club”.
I genitori hanno una piccola azienda per la lavorazione degli stracci di lana ed, inoltre, per la lavorazione del tartaro. Il “cremone di tartaro” era un lassativo a quel tempo usatissimo. Da qui, forse, scaturisce il suo interesse per la chimica farmaceutica.
Consegue il Diploma di laurea in Chimica e Farmacia.
Durante il l° conflitto è impegnato nell’Ospedale Contumaciale di S. Donà di Piave, poi a Modena in un laboratorio di analisi chimica.
Dopo gli anni turbolenti del primo dopoguerra, viene eletto consigliere comunale di Castelbolognese il 17 ottobre 1920. Avendo conquistato il Partito Socialista, per la prima volta, la maggioranza, diviene assessore all’igiene. (Questa stessa amministrazione liberamente eletta, è però costretta alle dimissioni nell’agosto 1922 dagli squadristi che invadono la sede municipale).
Sempre nel 1920 [probabilmente era nel 1919, ndr) comprò la Farmacia del Corso a Bologna dove, nel tempo, conquistando la simpatia dell’intero quartiere della città, diventa per tutti “il farmacista”.
Il 29 maggio [1922], nel pomeriggio, la Farmacia di Via Santo Stefano viene invasa da una squadra “in camicia nera, cinturone e stivali con manganelli in mano e pugnali alla cintura”. Ferito al capo, che ha protetto con le mani, e contuso alle reni, Santandrea riesce a sfuggire.
Non ha la solidarietà dell’Ordine dei farmacisti, diretto se non da pro-fascisti, da persone intimorite e paurose.
Durante gli anni della dittatura fascista conserva tutte le amicizie politiche e continua rapporti con diversi perseguitati dai fascisti. Suo ospite è il clinico professor Nino Samaja, israelita, che diviene poi socialista e, dopo la Liberazione, vice sindaco di Bologna, accanto al sindaco della liberazione Giuseppe Dozza.
Rafforza la passione per lo sport e il giornalismo sportivo.
Dal 1922 diviene corrispondente del “Guerin Meschino”. Fra il 1923 e il 1924 arbitra nel Campionato Emiliano di IV Divisione. Consegue uno scoop giornalistico, quando su “II Resto del Carlino” del 10 agosto 1925 scrive la cronaca del “match” fra il “Bologna” e il “Genoa”, giocato a porte chiuse a Milano, che consente la conquista del primo scudetto ai rosso-bleu.
Nella seconda metà degli anni 30 è tutore sportivo del giovane castellano Edmondo Fabbri, che poi diverrà calciatore e, più tardi commissario tecnico della Nazionale di calcio.
Nel 1939 conosce l’ingegnere Gianguido Borghese (che diverrà dopo la Liberazione di Bologna, Prefetto designato dal Comitato di Liberazione Nazionale) con il quale allaccia rapporti che si infittiscono nel tempo che prelude alla lotta di liberazione contro il nazifascismo.
Quando, nell’inverno 1944, l’VIII Armata inglese si attesta sull’argine destro del fiume Senio, Castelbolognese si viene a trovare lungo la linea del fronte tedesco che ha l’estremo limite nell’argine sinistro. I cittadini di Castelbolognese restano nel loro abitato, scendendo nelle cantine o in rifugi creati per potere salvarsi dalle schegge delle granate, dalle bombe aeree, in una condizione di permanente pericolo e che si aggrava giornalmente per via delle ristrettezze imposte dalla guerra e per i disagi del freddo e delle malattie. Accogliendo nella propria abitazione ogni Castellano che raggiungeva fortunosamente Bologna, con una continua e grande ansia per la moglie, i figli e i nipoti che sono a Castelbolognese.
Dalla triste condizione dei Castellani, per iniziativa di persone mosse da intenti patriottici ed umanitari, viene chiesto una specie di protettorato e soccorsi alimentari e sanitari alla città di Bologna, avendo Castelbolognese rotto ogni collegamento con Ravenna.
Mario Santandrea assieme ad esponenti di quel Comune, compie i passi determinanti verso le autorità bolognesi in carica, perché organizzino soccorsi in viveri, medicinali ed altri generi di prima necessità; organizza egli stesso il reperimento di farmaci urgentemente indispensabili, e provvede alla mobilitazione per i trasporti a mezzo della Croce Rossa e con l’aiuto dei frati Domenicani.
In 13 viaggi, durante tre mesi sono fatti arrivare a Castelbolognese 8 q.li di concentrato di pomodoro, 6 q.li di formaggio grana, 22 q.li di zucchero, 14 q.li di latte condensato, 62 q.li di riso, 5 q.li di pasta, 15 q.li di sale, 1 q.le di candele e un sacco di fiammiferi (queste due ultime derrate, indispensabili per la vita dei castellani costretti nei rifugi sotterranei e nelle cantine). Aiutò il prof. Paolo Bentivoglio dell’Associazione dei ciechi a soccorrere un gruppo di ragazze cieche che erano rifugiate nella canonica di Biancanigo anch’essa sulla linea del fronte.
Castelbolognese di questo soccorso necessario e indispensabile per soccorrere i malati, gli sarà grato e, dopo la Liberazione, gli renderà merito pubblicamente.
Dopo la liberazione di Bologna, ha l’incarico dal Comitato di Liberazione di Bologna di ricostituire l’Ordine dei farmacisti soppresso dai fascisti, del quale diviene poi il Presidente per 18 anni.
Sempre dal 1945 è consigliere della Banca Operaia di Bologna, della quale dieci anni dopo diviene vice-Presidente e poi, presidente nel 1969. Si è dimesso cinque anni fa, a 95 anni.
Da molti anni, ancora oggi, è componente attivo della Commissione toponomastica del Comune di Bologna.

Album fotografico (ove non altrimenti specificato le fotografie provengono dall’Archivio di Giorgio Santandrea)

Mario Santandrea farmacista

(da un testo dattiloscritto distribuito in Farmacia del Corso redatto da Giorgio Santandrea)

Laureatosi in Farmacia all’Università di Bologna il 27 maggio 1915 con una tesi dal titolo “L’azione del bromuro di selenio sui magnesio-alchili”, Mario Santandrea dovette attendere la fine della Prima guerra mondiale per poter esercitare la professione. Nel 1919 acquistò dal dott. Baratti l’antichissima “Spezieria da S. Biagio” (probabilmente “fondata” nel 1408) sita in via Santo Stefano a Bologna. Ne mutò il nome in “Farmacia del Corso”, ma conservò integro l’arredamento settecentesco.
Con la Liberazione, i farmacisti Bolognesi gli conferirono l’incarico di ricostruire l’Ordine Professionale, soppresso negli anni del “regime” e di dare ad esso una sede adeguata. Egli scelse per il nuovo Ordine una via del centro storico bolognese: Via Garibaldi, in un palazzo patrizio cinquecentesco, al piano nobile dello stesso.
Tuttora l’Ordine dei farmacisti di Bologna, è lì situato: ricordiamo che le riunioni e i convegni si svolgono in un magnifico e capientissimo salone il cui soffitto è meravigliosamente affrescato da Nicolò dell’Abate (pittore bolognese seicentesco) con scene di vita di Ercole.
Attento alla professione, il Dott. Mario Santandrea negli anni cinquanta realizzò il primo distintivo dei farmacisti, che porta la scritta “Ordine dei Farmacisti Bologna”, per permettere alla clientela di identificare immediatamente i farmacisti e di distinguerli dai pratici, allora molto numerosi. Vi è raffigurato un serpente che beve da una coppa bianca in campo blu.
Ancora oggi il titolare e i collaboratori della Farmacia del Corso portano quel distintivo, non per distinguersi dagli altri farmacisti italiani, che usano quello Fofi realizzato in un secondo tempo, ma per mantenere la memoria storica dell'”idea” del primo distintivo italiano. Durante la sua presidenza in seno all’ordine professionale, durata ben diciotto anni (fino al 1963), egli organizzò il quarto Congresso U.T.I.F.A.R. ancora ricordato per il grande consenso riscosso.
Mario Santandrea è stato il capostipite di una dinastia di sette laureati in farmacia nella stessa famiglia, un record nazionale stabilito negli anni ‘80. Si laurearono in farmacia i suoi quattro figli Dory, Laura, Marino (scomparso prematuramente) e Giorgio (scomparso nel 2019) e i di lui figli Paolo e Luca (attuale titolare della Farmacia del Corso).

Mario Santandrea giornalista sportivo

(da un Guerin Sportivo di fine 1990)

Auguri mitico Sam

Mario Santandrea, corrispondente del nostro giornale dal 1922 al 1955, sta per tagliare il traguardo dei cento anni. Lavora sodo e ricorda tutto: è il prototipo del “guerinetto”

di Paolo Facchinetti

Lo aspetto col fotografo all’interno della sua farmacia. C’è profumo di spezie, e non di medicinali. La Farmacia del Corso, in via Santo Stefano, a Bologna, è la più antica della città. E’ datata 1400, nacque appunto come emporio di spezie. Ancora oggi ci sono scaffali d’epoca finemente intarsiali, con sculture in bronzo incastonate; antichi vasetti ben disposti lungo tutte le pareti testimoniano la sacralità del luogo. Lui, il vecchio “Sam”, mi appare a! di là della porta a vetri. Arriva con passo deciso, la figura ben diritta, il volto allegro. Non riesce a entrare fintanto che non ha esaurito la serie dei saluti di rito ogni mattina: amici occasionali, l’ex ministro Preti che è andato a comprare il giornale all’edicola all’angolo, vecchi conoscenti. Entra, il mitico “Sam”, e mi rapisce portandomi nel retro.
Mi rapisce e ml travolge con un maremoto di ricordi. E’ lucidissimo, dinamico, ben disposto. Pare un ottantenne da invidiare, per come si conserva. E invece è prossimo ai 100: li compirà il 21 gennaio del 1991. Vive a due passi con la moglie di 92, ogni mattina alle 9, puntuale, si siede alla cassa. E si fa l’orario pieno. Stacca alle 19.30. “Sam”, per tutto questo, è già un ‘eccezione. Lo è doppiamente, per me, in quanto scopro che è sicuramente il decano del cronisti del Guerin Sportivo. Si chiama Mario Santandrea (da qui Sa.m.), cominciò a scrivere per il Guerino nel 1922, cioè 68 anni fa. Ha smesso nel 1955 perché, troppo preso dal suo lavoro, non poteva più sostenere il peso della “corrispondenza”. Per 33 anni cioè ha scritto per il Guerino. Una costanza del genere, sommata alla eccezionalità del secolo di vita, andava premiata. Per questo ho voluto incontrare Sam e testimoniargli l’affetto del Guerin Sportivo in maniera tangibile: una statuetta raffigurante l’antico guerriero armato di una penna d’argento era quanto di meno potessi offrire a un personaggio simile.
Credo che il dott. Santandrea ne sia stato sinceramente toccato. Dei due però, forse, il più emozionato ero io, nella circostanza. Sono uno storico del Guerino per averlo frugato dalle prime alle ultime annate: incontrare una “prova” vivente del mitico Guerino dei Carlin, dei Colombo, degli Slawitz mi ha sinceramente commosso. Sono personaggi come Santandrea che hanno costruito giorno dopo giorno il mito del Guerino; il prestigio di cui oggi gode questa testata ha le radici nel lavoro costante e oscuro di gente come Sam: oscuro perché allora nessuno si firmava per esteso: facevano giornalismo per il gusto dello scrivere, dello stuzzicare, del pungere, del polemizzare e del raccontare. Sentite come cominciò “Sam”.
“Ero lettore accanito del Guerino, mi colpiva quello stile scanzonato voluto da Carlin. Un giorno restai folgorato da una frase: “perché i pisan veder Lucca non ponno…”. Questo è Dante, i pisani non possono vedere Lucca perché in mezzo ci sono i monti. Il Guerino invece aveva trasferito Dante nello sport: in questo senso i pisani non potevano vedere i lucchesi, per via del tifo per le rispettive squadre! Mi diedi da fare dunque, scrissi a Carlin, e lui mi fece seduta stante corrispondente da Bologna”. Giornalista solo per amore della letteratura? “No, naturalmente. La tessera di corrispondente mi dava diritto ad andare in tribuna a vedere le partite, e questo era un vantaggio mica da poco!”.
Racconta. E vorrebbe raccontare tutto. Nato a Castelbolognese (dunque, romagnolo), iscritto a! partito socialista fin dal 1909, abitò per anni ad Atri in Abruzzo da uno zio che aveva combattuto a Mentana (!!!) con Garibaldi. Ginnasio a Faenza, università a Bologna. Laurea in farmacia e grande passione per il football. Da qui l’esigenza di andare a vedere le partite del Bologna possibilmente gratis e la smania di collaborare a quel giornale anomalo che era il Guerino (“Ogni tanto mi arrivava un vaglia, ma i soldi non erano importanti”). Cominciò a mandare noterelle bolognesi nel 1922: un anno critico, l’anno della spaccatura della Federcalcio. “A Bologna, mentre la Virtus della Federazione Calcistica cedeva il passo al Bologna proveniente dalla meteora della Confederazione, incominciava la gara delle società torinesi in lotta coi bolognesi per la successione al periodo egemonico del Genoa del dopoguerra. Chi scriveva da Bologna su un giornale di Torino (e il Guerino allora era torinese) era guardato con sospetto, considerato una quinta colonna, accusato di tradimento. Il motto di spirito veniva preso per oro colato, l’esaltazione dell’avversario, invece di essere considerata come valorizzazione della propria squadra, era ritenuta disfattista, provocava l’insulto”. Così Sam lavorava a Bologna, da “nemico”. Da cronista ha vissuto lutti i grandi trionfi del Bologna, il magico Bologna. C’era il giorno della finale a porte chiuse (sollecitata dal Guerino) col Genoa nel 1925, c’era in occasione di tutti gli altri scudetti e dei trionfi internazionali dello squadrone rossoblu.
Sam è ancora appassionato, raccontando si esalta e mi esalta. Vorrei ascoltarlo per un giorno intero. Non posso perché mi reclama questo Guerino meno pimpante, meno scanzonato di quello di allora ma terribilmente più complicato. Saluto Sam ma è un arrivederci. L’anno prossimo il Guerin Sportivo compirà 80 anni: pochi a confronto con i 100 del dott. Santandrea ma è sempre una ragguardevole età. Faremo una grande festa. E Sam sarà il primo degli invitati.

Testimonianza di Mario Santandrea

(da LUCIANO BERGONZINI, LA RESISTENZA A BOLOGNA TESTIMONIANZE E DOCUMENTI, VOLUME I, Istituto per la Storia di Bologna 1967)

Mi iscrissi al partito socialista quando ero studente liceale, a Faenza, dove conobbi Pietro Nenni, più giovane di me di un mese, che spesso parlava in pubblico per il partito repubblicano. Io vivevo con la mia famiglia a Castelbolognese dove risiedeva il medico Umberto Brunelli, presidente nazionale dei Medici condotti e candidato socialista nel collegio di Lugo, che mi fu maestro di ideali politici e dirittura morale.
Nel 1920 il partito socialista si era ingigantito a dismisura e Nenni, che durante la guerra aveva diretto “Il Giornale del Mattino” quotidiano di ispirazione radicale, in contrapposto al conservatore “Il Resto del Carlino” e al cattolico “L’Avvenire d’Italia”, era passato al partito socialista, dove allora predominava la corrente massimalista di Bordiga, Serrati, Lazzari, Bombacci ecc. e durante un viaggio che Giacinto Menotti Serrati aveva compiuto in Russia, aveva assunto la direzione dell’”Avanti!”.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 molti comuni del nord e anche del centro furono conquistati dai socialisti. Vigeva la legge maggioritaria che attribuiva i quattro quinti dei seggi alla lista che aveva raccolto il maggior numero di voti e un quinto a quella che seguiva in graduatoria; nessun seggio a tutte le altre. A Castelbolognese noi superammo di pochi voti la lista clerico-moderata ed io fui nominato assessore, ma solo supplente, perché la mia residenza a Bologna, dove avevo acquistato una farmacia, mi consentiva solo sporadiche trasferte.
A Bologna, essendo stato eletto in parlamento Francesco Zanardi, la lista d’ispirazione massimalista che doveva eleggere a sindaco il ferroviere Gnudi, vinse con una notevole maggioranza; ma nel pomeriggio della domenica 21 novembre, durante l’insediamento avvennero i noti fatti per i quali fu ferito a morte in aula consiliare l’avvocato Giulio Giordani della minoranza, che non era iscritto al fascio di combattimento, ma rappresentava i reduci di guerra. Sulla sua stessa posizione era allora l’avvocato Aldo Oviglio che aveva perduto per conseguenze belliche l’unico figlio maschio, Galeazzo.
Il Giordani abitava al n. 18 di via Guerrazzi, a 40 metri dalla mia farmacia, aveva per moglie una maestra, due figli e si serviva, come medico di famiglia, del dott. Alfredo Forti, abitante in via San Petronio Vecchio 47, il quale aveva sposato la figlia di Olindo Guerrini. Allora ben pochi medici disponevano del telefono e le chiamate dei clienti venivano portate nelle farmacie dove i medici recapitanti avevano un loro casellario. Il dott. Forti aveva da molti anni il recapito nella mia farmacia e i Giordani erano assidui clienti, perciò provai un sincero dolore per la morte dell’avvocato e fui facile profeta nel dedurre che per i fascisti quel morto sarebbe stato una carta importante per il loro gioco. E non solo a Bologna, ma in tutta l’Italia.
A Castelbolognese c’erano solo quattro fascisti, ma costituivano una minaccia permanente perché in ogni occasione importavano squadracce da altre località. Uno dei quattro, che era uno studente in lettere, godeva di una borsa di studio per la quale era necessario superare gli esami con un minimo di 21/30. In una riunione della Giunta Comunale nella quale si esaminava il documento rilasciato dalla segreteria dell’Università, osservai che in tutte le materie aveva riportato 30. Poiché il foglio recava tracce di abrasioni fui incaricato di accertarne l’autenticità che mi fu confermata dal segretario della Facoltà, il quale, però, aggiunse che erano stati cancellati i voti scritti in tutte lettere ed erano rimasti i 30 che, preceduti da una barra, significavano i trentesimi. La borsa fu egualmente concessa, ma il soggetto, che poi divenne insegnante ed ebbe un processo penale per attenzioni verso una sua allieva, seppe del mio sondaggio ed iniziò una serie di rappresaglie nei miei confronti. Una sera il fratello di lui nella penombra del viale della stazione mi aizzò contro un cane mentre mi cantava alle spalle stornelli di minaccia. Qualche anno dopo, nello stesso viale, fu massacrato a randellate il ferroviere Adelmo Ballardini di ritorno dal lavoro e lasciò una vedova con tre teneri bambini. Alle fine del 1920 quel tale mandò in farmacia alcuni fascisti bolognesi i quali mi chiesero se avevo approvato l’uccisione di Giordani. Non mi fu difficile dimostrare il contrario perché la vedova Giordani continuava a servirsi da me e mi dimostrava la sua cordiale amicizia. Una seconda spedizione giunse pochi mesi dopo e stavolta mi fu necessaria la leale testimonianza della signora, alla quale li indirizzai; ma l’ingresso in farmacia era stato alquanto burrascoso. Egli allora non si diede per vinto e l’occasione non tardò a venire. Nel maggio 1922, circa cinque mesi, cioè, prima della cosiddetta “marcia su Roma”, arrivarono a Bologna le squadre ferraresi di Italo Balbo che si accamparono in pieno centro, sotto le Logge del Pavaglione, dal portico delle fioraie fino a piazza Galvani. Lungo tutto quel tratto di portico fecero una distesa di paglia e sopra buttarono delle coperte e trasformarono il portico in un vero e proprio accampamento. Dovevano essere circa un centinaio ed erano chiamati la “Colonna di Balbo”, però Balbo venne solo in principio e poi se ne andò. Avevano la camicia nera, il fez, portavano un cinturone nero col teschio, ed erano armati di pistola, pugnali, bombe a mano e manganello. Andavano in giro per la città, giorno e notte, alla ricerca di “sovversivi”, poi alcuni si ritiravano a dormire nel loro “accampamento”, mentre altri andavano nelle case dei loro camerati bolognesi a dormire in un vero letto, tanto il loro scopo era solo quello di fare una dimostrazione di forza, favoriti, del resto, com’erano, dall’atteggiamento del governo Facta tendente a non fare nulla che “irritasse” i fascisti: il prefetto di Bologna aveva avuto l’ordine di “ignorarli” come se il Pavaglione, trasformato in un accampamento di uomini armati, fosse un fatto che passasse inosservato nella città.
Il mio persecutore non perdette quella occasione e un giorno portò quelli della squadra di Balbo fino alla soglia della mia farmacia. Era il pomeriggio del 29 maggio e con me, al banco, ma sull’altro lato, la dottoressa Genesini stava preparando una ricetta mentre alla cassa si trovava la signorina Bergamini. Entrarono sbattendo la bussola di via Santo Stefano; erano in camicia nera, cinturone e stivali, senza elmetto, con manganelli in mano e pugnali alla cintura; qualcuno stringeva in pugno una bomba a mano austriaca col manico di legno, la così detta “ballerina”. Mi resi conto delle loro intenzioni e mi preparavo a giustificarmi quando il primo della fila disse: “il dottor Santandrea?” e senza attendere la risposta mi assestò una manganellata in mezzo alla fronte; fortuna volle che istintivamente alzassi la mano destra per cui riportai due fratture del metacarpo, ma attutii notevolmente il colpo alla testa. Fui lesto a riparare nel retro; ma intanto un altro, afferrato un pesante vaso di gres, che conteneva unguento mercuriale, me lo scagliò con forza colpendomi alle reni. Attraverso il cortile che da nell’ingresso di via Guerrazzi fuggii in strada per riparare nella mia abitazione e intanto sentivo le grida di spavento delle due donne e il fracasso delle cose sulle quali si sfogavano a manganellate coloro ai quali ero sfuggito solo perché non conoscevano il passaggio su via Guerrazzi. Ruppero tutto: i vetri delle bussole, delle vetrine, i vasi che si trovavano a portata di mano; le urla delle due ragazze li dissuasero dal superare il banco e far uso delle bombe a mano. L’oculista prof. Xilo, che aveva ambulatorio e appartamento sopra la farmacia, fu lesto a portar via la famiglia. Lo stesso pomeriggio mia moglie mi accompagnò a Castelbolognese in casa dei miei genitori e dei miei cinque fratelli e il giorno dopo andai a Faenza per la radiografia della mano. Il radiologo prof. Volturno Utili commentò: “Si vede che lei ha delle colpe se l’hanno punito a questo modo”. Si riferiva anche alla contusione alle reni che mi faceva soffrire più di quella alla mano; una ferita al cuoio capelluto si rimarginò subito.
La farmacia rimase chiusa finché non furono sostituiti i vetri; davanti allo scempio la gente aveva perfino timore di sostare, tirava diritto senza una parola di deplorazione. Persino l’“Ordine dei Farmacisti”, al quale feci rapporto scritto mi rispose con una lettera che conservo: l’offesa alla Farmacia, al professionista intento al suo lavoro non lo riguardava. Fui interrogato dal Procuratore del Re e venne un perito a fare l’inventario dei danni. I miei, ritenendo che il pericolo maggiore mi potesse venire dai fascisti di Castelbolognese, che intanto erano cresciuti di numero e distribuivano senza misericordia manganellate e olio di ricino, vollero che io non mi muovessi da Bologna e per molti mesi non potei trovarmi con mia madre. Fu allora che mi mimetizzai dedicandomi alla mia inveterata passione sportiva. Fui dirigente del Comitato Emiliano del Calcio, feci l’arbitro e cominciai a scrivere per il “Guerin Sportivo”. La tessera del giornale mi consentiva l’accesso alla tribuna stampa e alle mie spalle sedevano tronfi i gerarchi in divisa. I colleghi professionisti che avevano in tasca la tessera non esprimevano però alcuna simpatia per il regime. Avevo conservato tutte le mie amicizie politiche e ospitai nella mia farmacia il clinico prof. Nino Samaja, romagnolo come me, e israelita, che aderì al partito socialista alla vigilia della liberazione, ma era stato sempre anarchico e veniva mandato nel carcere di S. Giovanni in Monte alla vigilia di ogni parata fascista. Con lui tutti i giorni veniva da me il suo aiuto dott. Dante Gagliardi, il quale, come feci io, non si iscrisse al sindacato fascista sorto dopo l’abolizione degli Ordini professionali.
Nel processo per l’uccisione di Giordani fu coinvolto il ginecologo socialista e già assessore dell’amministrazione Zanardi prof. Bidone, il quale aveva un fratello farmacista a Tortona; la figlia di questi, laureanda in farmacia, ebbe da me la dichiarazione della pratica professionale dopo il rifiuto che le avevano fatto altre farmacie. Un caso analogo toccò al dott. Leonello Grossi, direttore della Farmacia Cooperativa, fondata da Zanardi, in via Oberdan, nella sede della società Operaia, quella stessa che custodì nel suo cortile la lapide a Guglielmo Oberdan con la famosa epigrafe di Carducci che ora è murata all’ingresso del primo cortile di Palazzo d’Accursio. Grossi era stato deputato socialista del III Collegio uninominale di Bologna (la zona di Levante – San Ruffillo) e sua moglie, la farmacista Azzurra Ugolini, nativa di Forlì, produceva dei preparati di cosmesi infantile col nome brevettato (che esiste tuttora) di “Euderma”, che venivano venduti dal dott. De Mercurio titolare di farmacia e presidente dell’Ordine e poi segretario del sindacato fascista; ma quando seppe che i coniugi Grossi partivano per il confino politico di Lipari non volle più tenere quei prodotti come se fosse stata merce infetta ed io, anche per aiutare i due colleghi impossibilitati ad esercitare la professione, mi prestai a tenere il deposito di vendita.
Come ho detto, lo sport mi servì per mimetizzarmi; eppure ogni tanto mi capitava qualche cosa che serviva a sviare dalla mia farmacia certa pavida clientela. Così quando su di un foglietto “La Pedata”, scritto da fanatici sostenitori del “Bologna F.C.” e diretto da Rodolfo Minelli, comparve un’aperta minaccia con tanto di nome e cognome perché, scrivendo sul “Guerin Sportivo”, che usciva a Torino ed era considerato il portavoce della “Juventus”, ero ritenuto un nemico del “Bologna” che invece sostenevo ed esaltavo, fu scritto: “Sarebbe ora di rompergli i vasi che rimasero intatti l’altra volta”.
Nella mia farmacia veniva quasi quotidianamente il pediatra prof. Pietro Busacchi e fu per suo consiglio che acquistai le prime bilance pesa-bambini; spesso, ordinandomi di mandarne una a casa di un suo cliente, si spiegava: “È un fasciatone, ma quando si tratta del suo bambino ricorre a me”, e sorrideva colla sua bella faccia di apostolo sull’alta distinta figura. Nel 1939 per mezzo del prof. Gregorio Kelescian conobbi l’ing. Gianguido Borghese e cominciò così il periodo che portò alla Resistenza, durante il quale operai in contatto coi vecchi socialisti e in particolare con Paolo Fabbri che era uno dei più qualificati esponenti socialisti nel movimento di liberazione.

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Le “speranze troncate” dell’aspirante medico Enzo Brunetti (1893-1922) https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/le-speranze-troncate-dellaspirante-medico-enzo-brunetti-1893-1922/ https://www.castelbolognese.org/biografie-personaggi/personaggi/le-speranze-troncate-dellaspirante-medico-enzo-brunetti-1893-1922/#comments Tue, 26 Jun 2018 17:30:24 +0000 https://www.castelbolognese.org/?p=6454 di Andrea Soglia con la collaborazione dell’Archivio Storico Popolare di Medicina (BO) Enzo Brunetti nasce a Castel Bolognese l’1 dicembre 1893 da Oreste e Domenica Martini. Il padre, originario di Faenza, è titolare della condotta veterinaria di Castel Bolognese sin dal 1890 mentre la madre è nativa di Tossignano e …

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di Andrea Soglia
con la collaborazione dell’Archivio Storico Popolare di Medicina (BO)

Enzo Brunetti (si ringrazia Cristina Villa per la fotografia)

Enzo Brunetti nasce a Castel Bolognese l’1 dicembre 1893 da Oreste e Domenica Martini. Il padre, originario di Faenza, è titolare della condotta veterinaria di Castel Bolognese sin dal 1890 mentre la madre è nativa di Tossignano e discende, per linea materna, da un’antica e notabile famiglia di quel paese: la nonna di Enzo, infatti, è Marianna Agnoli, figlia del segretario comunale Giuseppe e nipote del parroco don Gaetano.
Oreste Brunetti è impegnato civilmente e politicamente non solo a Castel Bolognese ma anche nella natia Faenza, dove nel 1894 svolge le mansioni di assessore in rappresentanza della lista radicale.
Poco o nulla sappiamo dell’infanzia di Enzo. La vita dei coniugi Brunetti era stata allietata dalla nascita di altri tre figli: Iolanda (1895), Lea (1898) e Gino (1907, che sarà veterinario come il padre). Enzo partecipa attivamente alla vita castellana ed è uno dei pionieri dell’associazionismo sportivo: nel 1909, con alcuni amici di varia estrazione politica (fra cui Mario Santandrea e Gianni Piancastelli), fonda l’Unione Sportiva Castel Bolognese, associazione che si interessa soprattutto di ciclismo e turismo (ed Enzo è immancabilmente socio anche del Touring Club Italiano). Enzo, che aderisce ben presto agli ideali socialisti (probabilmente sull’esempio del dottor Umberto Brunelli, successivamente deputato), ha buoni amici in paese e i diversi ideali politico-sociali non sembrano dare adito ad attriti di particolare rilievo: il gruppo di amici sembra anzi animato da uno scanzonato clima goliardico ed Enzo, descritto da Ribelle Cavallazzi come “sempre pronto a far baccano”, non sembra essere deriso per l’aspetto fisico, ma è solo amabilmente preso in giro per la sua “erre moscia”.
Enzo si iscrive al Liceo Torricelli della vicina Faenza e nell’anno scolastico 1912-1913 consegue la licenza liceale. L’anno successivo si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna. Mentre sta per cominciare il secondo anno di Università scoppia la Prima guerra mondiale, a seguito dei fatti di Sarajevo. Nell’agitazione interventista, come ha testimoniato Nello Garavini, Enzo Brunetti aderisce alle posizioni di un socialista molto più famoso: Benito Mussolini. Il futuro Duce si distacca ben presto dalla linea ufficiale del Partito Socialista, votata all’assoluto neutralismo e diventa uno dei maggiori sostenitori dell’intervento italiano. Enzo Brunetti sembra essere l’unico socialista castellano ad essere fermamente schierato per la partecipazione dell’Italia alla guerra; pochi altri saranno i castellani di idealità internazionaliste a dichiararsi interventisti in dissonanza con i loro compagni: fra essi si ricordano gli anarchici Oreste Zanelli, Francesco Budini, Antonio Raccagna, Aurelio Villa e Ribelle Cavallazzi, quest’ultimo poi pentito di questa scelta. Fra i ragazzi castellani più favorevoli all’intervento si distingue il repubblicano Gianni Piancastelli, che con Enzo, suo intimo amico, aveva a lungo disquisito sull’argomento e che nel suo diario così ricordava: “Fedele ai principi professati – principi liberali-democratici con tendenza al Repubblicanesimo Mazziniano – propagandai per l’entrata dell’Italia nel conflitto Europeo per trionfo dei principi di libertà dei popoli ed a tutela dei suoi interessi. Il 25 marzo 1915 inscritto al Gruppo Rivoluzionario Interventista di Cbolognese”.

Corso Garibaldi (attuale via Emilia interna) in festa durante la sagra di Pentecoste nel 1914 circa. Da sinistra Enzo Brunetti, Mario Santandrea (col giornale), Francesco Serantini (panama in testa) e Guido Santandrea. Sulla destra si intravede l’insegna della storia osteria di Badò.

La sezione giovanile Arti e Mestieri della Unione Sportiva Castel Bolognese, che fece omaggio della Coppa Ginori all’ultimo classificato della Coppa Val Senio 1912. Da sinistra (prima fila in alto): Vincenzo Minardi, Alessandro Scardovi, Pasquale Piancastelli, Enzo Brunetti, Gianni Piancastelli. Seconda fila: Arnaldo Morelli, Francesco Tosi, Cecchino Santandrea, Gianni Tampieri, Cecchino Caroli, Francesco Morini, Armando Bellosi, Gianitèn Zecchini, Mario Galeati. Terza fila: Giovanni Martini, Rosolino Zaccherini, Luigi Dall’Oppio, Sante Garofani.

Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, Piancastelli, che poteva essere esonerato dal servizio militare in quanto dipendente delle Ferrovie dello Stato, si arruolò volontario. Enzo non risulta essere partito volontario, ma ben presto viene chiamato alle armi e nel luglio del 1915 risulta inquadrato nella sezione sanità della 28a Divisione. Del periodo della Grande Guerra ci rimangono alcune lettere, reperite sul mercato antiquario, indirizzate al ragionier Sante Tosi, presidente del Comitato di Assistenza Civile di Castel Bolognese, la ricevuta di un vaglia postale conservato nell’Archivio delle Opere Pie e alcuni brevi messaggi di saluto inviati al settimanale faentino repubblicano “Il Lamone”. Possiamo seguire così con le sue parole il suo impegno nel soccorso ai feriti e nella cura dei malati durante la Guerra, il suo forte afflato teso alla vittoria finale contro l’odiato nemico e la sua particolare attenzione per l’attività del Comitato di Assistenza Civile al quale deciderà di devolvere, sin dal maggio del 1916, una giornata della sua paga per ogni mese di conflitto, una sorta di fioretto laico anticipatore di un futuro impegno civico.

15 luglio 1915 – Austria Italiana
Carissimo Tosi […]. Se la sorte vorrà rimandarmi sano e salvo al nostro paesello natio, sarò ben lieto di raccontarle le ansie ed i piaceri di questa vita tanto diversa dall’usuale, ma bella perché sorretta dall’entusiasmo e dal sapere che sto compiendo il più alto dei miei doveri. Un solo dolore però ancora ò: quello di essere ancora inoperoso, né avere ancora potuto esclamare “Finalmente anch’io modestamente coopero alla grandezza del mio paese”, ma spero poterlo al più presto dire.
[…] Colgo questa occasione per porgere a lei, membro autorevole, anzi anima del Comitato castellano di preparazione civile le congratulazioni per il felice esito della sottoscrizione Pro famiglie dei richiamati, indice stupendo del mutato spirito castellano. […]

25 luglio 1915
Carissimo Tosi, mentre attendo l’ordine di ritornare ai posti avanzati di medicazione per compiere la pietosa opera mia rispondo alla sua gratissima del 21 corr. consegnatami or ora. Finalmente da qualche giorno la nervosa attesa che per me già troppo si protraeva è finita! Non più qualche chilometro ma qualche centinaio di metri appena mi separano dai sospirati campi di battaglia. Ogni giorno coi miei uomini parto per i luoghi più avanzati a ritirare coloro che già parte del loro sangue ànno per la grandezza d’Italia e più di tutto per il bene dell’umanità versato, mentre gli srappel e le pallottole mi fischiano attorno costringendomi ad abbassarmi e ad interrompere la marcia. Perché l’opera nostra pur non svolgendosi proprio in mezzo ai combattenti, si svolge in mezzo ad un continuo pericolo ritirando noi i feriti da quei posti di medicazione che si trovano ad appena un centinaio di metri dalla linea di fuoco e trasportandoli alla sezione per mezzo di ambulanze da dove rimedicati vengono mandati agli ospedaletti da campo. Il primo giorno provai un po’ di impressione ora però più, anzi i miei compagni si lamentano perché troppo incurante del pericolo. Io rispondo che il pericolo è dappertutto e che la nostra vita più che alle precauzioni è affidata alla sorte, quindi meglio è essere impavidi che timorosi e dico che nullo è il nostro pericolo in confronto di quello che corrono i nostri fratelli combattenti costretti tante volte ad avanzare in mezzo ai fuochi delle nostre artiglierie e di quelle del nemico e ciononostante contenti ed allegri. […]

2 agosto 1915
Carissimo Tosi […]. Grazie dei suoi consigli affettuosi che non so se purtroppo potrò più seguire perché da qualche giorno non più alla cura dei feriti, ma dei malati la nostra sezione è stata addetta. Del resto le audacie dei giorni scorsi da me fatte sono nulla in confronto di quelle dei nostri valorosi soldati […]. Esse non furono a me comandate se non dalla mia coscienza e dal mio entusiasmo, dalla mia volontà di collaborare in tutti i modi con tutti i mezzi a lenire il dolore di coloro che con tanto entusiasmo combattono, che con tanto valore muoiono, perché se io avessi voluto soltanto fare quanto i miei ufficiali mi avevano comandato avrei potuto starmene tranquillamente a dirigere i miei quattro uomini nelle operazioni di carico e scarico. Ma io non avevo invocato questi gloriosi campi di battaglia per fare solo questo. E perciò mi prodigai in tutti i modi il 26 u.s. in cui sotto il fuoco dell’artiglieria andai dal posto di medicazione del … fanteria alla sede della mia sezione a ritirare alcuni oggetti di medicazione di cui si era rimasti completamente sforniti. Ora con la stessa coscienza e con lo stesso coraggio mi prodigo alla cura dei malati. Sono nel reparto dei più gravi cioè dove maggiore è il lavoro e collaboro col mio tenente Dott. Melloni […] Trovarmi con Melloni mi sembra di trovarmi con lei o con mio padre. […]

9 ottobre 1915 – Dall’Isonzo
Carissimo Tosi, la vita di assoluto riposo prescrittami dai medici curanti à trasformato la vita che ora qui a Romans conduco in una specie di villeggiatura. […] Ma fra pochi giorni lieto sarò di ritornare alla vita attiva, di rendermi di nuovo utile verso chi parte del suo sangue à per l’Italia nostra versato. […]

16 maggio 1916 (vaglia postale)
Carissimo Tosi, grazie della Relazione morale e finanziaria che gentilmente mi è stata comunicata. Accogliendo pur io l’invito che in essa il Comitato lancia alla popolazione e come prova tangibile della mia piena approvazione e solidarietà mi impegno con la presente di versare per tutto il tempo della guerra l’importo ogni mese di una giornata della mia paga. […]

25 luglio 1916 – Padova
Carissimo Tosi […] le mie condizioni di salute […] lentamente per le cure assidue del giovane quanto bravo Dr. Anau e per la quiete ed il riposo nella quale ora vivo migliorano. Come già babbo le avrà detto, sia pure a malincuore, sarò però purtroppo costretto buttare nella migliore delle ipotesi per un po’ di tempo acqua nel mio ardente entusiasmo e nella mia volontà di fare essendomi necessario un po’ di riposo. Contro questa soluzione io già avevo lottato allorquando il mio Capitano, impressionato del mio deperimento organico, mi faceva il 2 luglio inviare all’Ospedale dopo avermi fatto visitare di autorità e se oggi l’accetto l’accetto soltanto perché il medico curante mi à convinto della necessità di essa e mi à prospettato anche la possibilità qualora non l’accettassi di serie conseguenze per il mio domani. Così a giorni verrò a Castello, in quel Castello però dove non avrò più la fortuna di vedere amici carissimi, che la morte anzitempo à voluto strappare, quali Angelo Dall’Oppio e Publio Budini […]

Da Il Lamone 17 febbraio 1918
Enzo Brunetti aspirante medico sottoscrive per il Lamone con immutata fede nella Vittoria.

Da Il Lamone 30 giugno 1918
Nel 3° anniversario della nostra guerra che ci sorprende in una fiduciosa vigilia d’armi il nostro pensiero volge grato ai caduti di ieri e di oggi sulla tomba dei quali riaffermiamo il giuramento di vendicarli e di vincerli. Saluti a tutti gli amici e combattenti, il giornale regolarmente ora mi giunge. Grazie. Salute mia fisica e morale sempre ottima.
Ten. Enzo Brunetti

Da Il Lamone 15 settembre 1918
Aspirante medico Enzo Brunetti contracambia i saluti e gli auguri ai cugini G[iuseppe] Placci R[epubblica] Argentina e G[ino] Contavalli e saluta i parenti e gli amici tutti combattenti auspicando vittoria alle armi del Diritto e con immutata fede saluta indistintamente.

Una delle cartoline spedite da Enzo Brunetti a Sante Tosi (collezione Andrea Soglia)


13 ottobre 1918

Carissimo Tosi, stia sicuro, non ci lascieremo adescare. Il nemico non può sperare nella vittoria morale; esso è perduto militarmente e soprattutto moralmente. Le sue ultime barbarie ànno accresciuto l’odio nostro; con lui ormai i nostri soldati sanno che non si può venire a patti. O accettare o continuare nella lotta! Questo è l’ultimatum del soldato nostro. Tergiversare, sperare, non può più. Egli deve cedere. Noi siamo vincitori. 41 mesi di guerra ci ànno temprato a tutto. Abbiamo lottato, abbiamo avuto fede quando la lotta e la fede parevano follie, oggi che la vittoria sta per baciarci non ci lascieremo adescare. No! No! Caporetto è lontano ormai. Abbiamo applaudito a Wilson, ma abbiamo altrettanto fortemente applaudito a Diaz. Quando i nostri tutori ci avranno detto che il nostro nemico è lo stesso di prima, noi incomincieremo la marcia travolgente con l’arma che teniamo ben stretta in mano e che ci servirà ad imporre la pace nostra. Perché ormai il duello è giunto alla fine, ormai il nemico è crivellato di ferite e si deve arrendere a discrezione. Nessun altra resa il soldato nostro ammette. […]
Non impazienza dunque, non illusioni, a casa ritorneremo, fra le vostre braccia correremo, ma ritorneremo e correremo per non più lasciarvi. […]

Da Il Lamone 1 dicembre 1918
Gli avvenimenti grandiosi di questi giorni che imperano ogni aspettativa, ogni speranza non mi hanno permesso finora di contracambiare il tuo affettuoso saluto del 30 corrente ed i tuoi auguri. Io sto benissimo, sono allegro non solo per la strepitosa vittoria nostra, ma anche perché esso ha determinato la capitolazione germanica.
“Le jour de la gloire est arrivè” e con lui è giunta anche l’ora di Mazzini oggi più che mai vivo.
Aspirante Enzo Brunetti

L’inebriante vittoria, il tanto sospirato ritorno a casa, il diffuso clima di entusiasmo sembrano per un attimo non aver mutato lo spirito di qualche anno prima. Gli amici sembrano essere rimasti gli amici di sempre, ma qualcuno non è sopravvissuto all’ecatombe: Tullio Bolognini, promessa letteraria e calcistica è morto per ferite nel dicembre del 1917, Gianni Piancastelli, uno dei più intimi amici di Enzo, è spirato nel febbraio 1917 per una malattia contratta al fronte. Enzo gli aveva dedicato dapprima un accorato articolo apparso su Il Lamone nell’immediatezza della morte e poi un altro scritto pubblicato ad inizio 1918 nella collana dedicata a “I caduti per la patria: i figli di Romagna per la madre Italia”.
Nella primavera del 1919 viene fondata la Società “Sempre Giovani”, sodalizio castellano che organizzava prevalentemente feste da ballo affinché i soci trovassero l’anima gemella. Sembra tornare per un attimo lo spirito goliardico prebellico che ben si coglie in due numeri unici curati dalla Società. Anche Enzo ne fa parte, e con lui tanti amici di un tempo che, proprio in quel periodo, aiutano Mario Santandrea, laureatosi appena prima della partenza per la guerra, ad acquistare la “Farmacia del Corso” a Bologna, prestandogli non poco denaro per raggiungere la somma necessaria allo scopo.
Mario Santandrea, socialista dal 1909, di due anni più grande di Enzo, era rimasto allineato alla posizione neutralista del partito. Nel Dopoguerra anche Enzo rientra nei ranghi: non segue Mussolini nell’avventura fascista e rimane fedele all’ideale socialista. Nel 1922 il giornale “Il Socialista” scriverà che egli aveva tenuto alta la sua fede politica “anche quando interventista convinto fece tutta la guerra e ne soffrì le pene e il rimorso, quando ripreso il suo posto fra di noi fu esempio di abnegazione e di martirio in quest’ora travagliata”.
Con Mario Santandrea ed altri compagni, Enzo Brunetti, che ha ripreso a frequentare l’Università, comincia infatti in paese un intenso periodo di impegno politico che sfocia nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920, vinte dal Partito Socialista per una manciata di voti sul Partito Popolare dopo una campagna elettorale molto aspra, giocata soprattutto nelle campagne dove i socialisti contestano ai popolari di aver soffiato “a piene gole sul braciere della guerra”. Il nuovo sindaco è Alfredo Morini e fanno parte della giunta Giovanni Biancini (Badò), Orazio Borzatta, il maestro Vincenzo Panazza e Mario Tampieri, con assessori supplenti Arturo Malmesi e Mario Santandrea. Il periodo postelettorale continua ad essere teso, dapprima con ricorsi dei popolari per far annullare il voto e poi con polemiche spesso sterili fra socialisti e popolari e contestazioni di questi ultimi relativamente al bilancio, alla chiusura dell’orfanotrofio femminile ed altri aspetti amministrativi.
Il clima nazionale acuisce ovunque la distanza fra i due partiti di massa e favorisce le prepotenze della minoranza fascista. A Castel Bolognese quest’ultima è costituita da soli quattro elementi, che si fanno sempre più rumorosi, prepotenti e violenti. Ne fanno parte i fratelli Parini, uno dei quali è Vico, anche lui studente (di lettere), che a fine guerra aveva dedicato parecchi scritti agli amici caduti al fronte e fa parte della Società “Sempre Giovani”. Ma tanti amici, oramai, non sono più considerati amici, tutt’altro, e i quattro elementi (che troveranno progressivamente sempre più sodali) si tramutano ben presto in aguzzini.
A farne le spese, fra i primi, è proprio Enzo Brunetti, diventato segretario della sezione castellana del Partito Socialista. Sembra essere considerato una figura di riferimento della nuova amministrazione anche se non ne fa parte, e gli viene anche rinfacciata la sua precedente posizione interventista considerata contraddittoria nella lotta politica in corso: è quindi ancor di più una figura da colpire duramente. Nel giro di tre mesi viene preso di mira due volte tramite pesantissimi articoli pubblicati su “L’Assalto“, il settimanale della Federazione Provinciale Fascista di Bologna nei quali si inveisce e minaccia senza pietà anche l’intera amministrazione socialista castellana. Enzo viene schernito volgarmente ed irriso per il suo aspetto fisico con parole che ancora oggi suscitano orrore, dapprima sul numero del 15 ottobre 1921: “Mentre alcuni cittadini per bocca di due corrispondenti muovono delle critiche ai socialisti, l’amministrazione locale, la più bestia, la più vanitosa, la più cretina prepara la rovina del paese. […] Enzo Brunetti il più brutto, che abbia procreato utero di donna, atrofizzato nella testa e nei santi cordoni, suggerisce ed impone. Panazza la più genuina figura di zar comanda e minaccia, Biancini che vorrebbe parere l’ultimo dei pagliacci, è il più falso, il più ambizioso, il più ignorante […]. Così Castelbolognese deve essere governato da queste teste, ripiene d’imbecillità, d’ignoranza e di finzione da tutte queste rape, che riunite assieme non valgono neppure una cicca” e poi sul numero del 21 gennaio 1922: “Enzo Brunetti il mentecatto, l’incosciente, il pagliaccio girato e rigirato dai locali amministratori per coprire tante loro ritirate ha avuto una prima lezione. L’ispiratore del manifesto, il duce d’una squadra di arditi del popolo posta alla ricerca dei Parini, la bestiaccia che i socialisti hanno digerito nel loro ventre di struzzo, l’altro giorno è caduto in disgrazia. Benchè bollato a fuoco, benchè richiesto dal Parini d’una prova della sua audacia, lo scimmione ha piegato il capo e si è preso tutta la tempesta. L’ex onorevole Brunelli, presente al fatto, si limitò a temporale finito ad iniettare una fialetta di spirito sul corpo anormale del vilissimo Enzo, ma neppure questo valse a rinfrancarlo!”

La notizia dell’aggressione di Enzo Brunetti pubblicata su l’Avanti!, edizione di Bologna, del 20 aprile 1922

Il passaggio dagli insulti al manganello e alle vie di fatto non tarda ad arrivare. La sera del 17 aprile 1922, mentre si sta recando tranquillamente a teatro con le sorelle ed alcuni conoscenti, viene improvvisamente aggredito davanti al Caffè Centrale e ripetutamente bastonato. L’intervento delle sorelle e degli altri presenti evita il peggio, ma Enzo riporta comunque alcune contusioni ad un braccio e due ferite lacero contuse alla testa che vengono dichiarate guaribili in 10 giorni. Gli aggressori sono immediatamente identificati: sono i fratelli Parini e il cavalier Spezzafumo, uno squadrista itinerante, privo di qualsiasi scrupolo, che agiva pressoché indisturbato in tutta la regione dando man forte ai vari gruppi fascisti locali. I colpevoli la fanno franca: i fratelli Parini, che godevano dell’amicizia dei Carabinieri, non vengono nemmeno ricercati, mentre Spezzafumo viene momentaneamente arrestato perché trovato in possesso di una rivoltella, ma già il 4 maggio è presente all’apertura della sezione del Fascio di Combattimento di Castel Bolognese, di cui viene nominato primo reggente, e ben presto assurgerà nuovamente agli onori della cronaca per altre imprese squadriste in quel di Rimini. Su questo personaggio fioriranno successivamente leggende di ogni tipo (se ne occuperà anche Indro Montanelli), che rendono quasi impossibile identificarlo con certezza, tant’è che verrebbe quasi da considerarlo un personaggio letterario dannunziano, se non ci fossero giunte le cronache delle sue nefandezze.
La vile aggressione ad Enzo viene universalmente condannata, anche da alcuni fascisti locali ancora non infervorati come i Parini. Non si unisce all’indignazione corale “L’Assalto”, che in un delirante articolo del 22 aprile attribuisce le colpe dell’accaduto ad un’improbabile provocazione della parte lesa e chiude con un inquietante avvertimento: “Sappiamo tutto Enzone, e se non cessi di parlare in certi circoli e in certe case di sovversivi, ci vedrai più energici alla prova”.
E’ facile immaginare lo stato d’animo di Enzo, che non può che sentirsi in balia degli eventi e privo di una vera protezione, non solo a Castel Bolognese ma anche a Bologna, dove deve ancora terminare gli studi ed è molto vicino alla agognata laurea. Anche a Bologna svolge attività politica e frequenta la sezione del Partito Socialista, l’Unione Giovanile Socialista ed è iscritto al Gruppo studenti socialisti. Questo non può che procurargli che guai anche nella città felsinea dove è sicuramente “attenzionato” dagli avversari politici, che probabilmente riescono anche a sabotarlo nella sua carriera universitaria, magari sobillati da Vico Parini, che anche lui sta ultimando gli studi a Bologna.
Che Vico avesse a Bologna amici potenti e molto pericolosi è documentato anche dalla vicenda accaduta a Mario Santandrea, molto simile a quella di Enzo. Reo di aver controllato, nelle sue vesti di assessore, l’autenticità di un documento contenente i voti universitari del Parini (che godeva di una borsa di studio assegnata dal Comune con l’obbligo di mantenere una determinata media scolastica), Santandrea si era attirato facilmente continue intimidazioni sia in paese, sia nella sua farmacia di Bologna, visitata per due volte dai fascisti bolognesi “ispirati” dal Parini e alle cui contestazioni Santandrea era riuscito ad addurre valide giustificazioni. Non gli è possibile, però, opporsi all’assalto di una squadraccia della “Colonna Balbo”, condotta fino alla sua farmacia dal Parini: è il pomeriggio del 29 maggio 1922. Identificato dai suoi aggressori, Santandrea dapprima viene raggiunto repentinamente da una manganellata alla fronte, parecchio attutita dal fatto che egli alza la mano destra a protezione del volto, riportando due fratture del metacarpo e poi viene colpito da un pesante vaso di gres alle reni mentre sta fuggendo sul retro. Sgattaiolato fuori da un’altra uscita, sconosciuta agli aggressori, riesce a riparare nella sua abitazione mentre la farmacia viene devastata. Accompagnato dalla moglie a Castel Bolognese, presso i genitori e i fratelli, Mario ritorna ben presto a Bologna, convinto dai familiari che i maggiori pericoli li avrebbe corsi a Castello.
Oramai è una escalation di cui non si intravede la fine e questo clima non può che prostrare fortemente Enzo, che a differenza di Mario non ha nemmeno la sicurezza data da una posizione professionale solida. Infatti anche la laurea sembra allontanarsi di qualche tempo, probabilmente a causa sia del grande stress accumulato sia di qualche sabotaggio fascista di ispirazione castellana, e ciò lo getta nel più profondo sconforto. Ai primi di giugno si trova a Castel Bolognese e prima di ripartire per l’ultima volta per Bologna, ha già maturato e messo per iscritto l’idea di porre fine alla sua giovane vita.
Il 9 giugno 1922 Libero Zanardi, studente universitario, giornalista ed attivista socialista, figlio dell’ex sindaco di Bologna Francesco, muore di peritonite a 22 anni all’Ospedale di Rimini, città dove si era rifugiato a seguito delle numerose bastonature subite dai fascisti, trascurando un’appendicite. Francesco Zanardi accorre da Roma, dove si era dovuto trasferire perché bandito da Bologna, e “l’ignobile Spezzafumo poté giungere all’estremo sacrilegio di minacciare ed ingiuriare sconciamente l’on. Zanardi mentre era al capezzale del suo figlio morente!” e con altri fa “del chiasso sotto le finestre dell’Ospedale”. I funerali di Libero “si trasformarono in una grande manifestazione politica antifascista, alla quale presero parte migliaia di bolognesi con bandiere e mazzi di fiori rossi”; il corteo funebre, partito da Rimini, attraversa tutta la Romagna: “A S. Arcangelo sono ancora fiori, i fiori purpurei della Romagna generosa, che comprimono il tetto del convoglio ormai stracarico. A Savignano e Castel Bolognese, è la stessa folla che sembra quasi tra paese e paese ininterrotta”. Anche la Sezione socialista di Castel Bolognese invia un messaggio di condoglianze alla famiglia; noi immaginiamo che Enzo conoscesse personalmente Libero tramite il Gruppo studenti socialisti. Di sicuro Enzo presenzia o al passaggio del corteo funebre da Castel Bolognese o ai funerali direttamente a Bologna. Probabilmente questa ulteriore tremenda vicenda lo convince vieppiù a mettere in pratica il proposito del suicidio.
E’ la mattina del 27 giugno 1922. Enzo Brunetti si reca ai Giardini Margherita e ingoia 10 pastiglie di sublimato corrosivo. Verso le 11,30 viene rinvenuto su una panchina del parco in preda a violenti dolori al ventre. Viene trasportato in carrozza all’ospedale Sant’Orsola dove ha la forza di dichiarare di aver ingerito il sublimato e dove i medici gli praticano d’urgenza una lavanda gastrica. E’ tutto inutile, alle ore 17 Enzo Brunetti cessa di vivere “dopo inaudite sofferenze, e a fine di lunga e straziante agonia”. Non solo si è suicidato, ma ha scelto consapevolmente un veleno letale che però non determina una morte istantanea. La dose massiccia di sublimato gli provoca effetti probabilmente simili a quelli descritti da un dizionario di anatomia ottocentesco: “il sublimato, e in generale tutti i Sali mercuriali, hanno un sapore acre, metallico, stitico. Suscitano un senso di costrizione alla gola, ansietà, singhiozzi, soffocazione, acerbi dolori allo stomaco ed a tutto il tubo intestinale, sete ardente, implacabile nausea, vomiti d’un liquido non di rado sanguinolento, […] diarrea, talvolta dissenteria, frequenti voglie di orinare, con impossibilità di riuscirvi; lipotimie, sudori freddi, crampi agli arti, una sensibilità universale, convulsioni, colle quali la morte pone termine a questa orribile scena di ambasce”.
Risultano vane anche le sentite parole che i compagni bolognesi pubblicano su l’“Avanti!” mentre Enzo è tra la vita e la morte: ”La notizia del tragico passo tentato dal carissimo compagno Brunetti, ci addolora profondamente. Noi non possiamo e non vogliamo indagare sulle cause che lo hanno spinto alla determinazione disperata, ma siamo certi che esse saranno facilmente rimediabili e che il passo sia stato consigliato solo da un momento di profondo sconforto. Offriamo quindi sin d’ora al compagno carissimo tutto il nostro appoggio incondizionato, pronti ad aiutarlo in qualsiasi evenienza con tutti i mezzi a nostra disposizione, ben lieti se egli vorrà domani disporre illimitatamente di noi.
E mentre formuliamo l’augurio di averlo presto tra noi a combattere con tutto l’entusiasmo della sua fede e del suo ingegno la santa battaglia dei lavoratori, inviamo alla famiglia angosciata i sensi del nostro profondo cordoglio”.

La morte di Enzo suscita un unanime cordoglio non solo nei suoi compagni, ma anche nei suoi avversari politici, fascisti esclusi ovviamente. E’ molto significativo quanto scrive Il Diario, periodico cattolico imolese (dalle cui colonne erano partiti numerosi attacchi all’amministrazione socialista), dell’1 luglio: “La tragica fine del giovane, che per la sua intelligenza e bontà di cuore si faceva apprezzare anche dagli avversari, ha portato la desolazione nella sua famiglia alla quale inviamo le nostre sentite condoglianze”. Condoglianze arrivano anche dalle colonne de Il Lamone, dal Gruppo universitario socialista di Bologna, dalla Sezione socialista e dall’Unione giovanile socialista di Bologna. A Castel Bolognese, oltre alla famiglia, pubblicano manifesti il Castel Bolognese Football Club, la Società “Sempre giovani” ed il Partito socialista. Il dottor Umberto Brunelli e Alfredo Bolognini offrono rispettivamente 50 e 20 lire alla Fondazione Libero Zanardi per onorare la memoria di un’”altra fervente giovinezza tragicamente troncata”. Anche i suoi professori e i suoi compagni di Università sono profondamente colpiti, primi fra tutti il prof. Bartolo Nigrisoli (che proprio la sera in cui muore Enzo riceve la comunicazione ufficiale della nomina a titolare della Cattedra di Clinica chirurgica), il prof. Poggi e il prof. Nino Samaja.
Questura, Il Resto del Carlino e L’Avvenire d’Italia sciacallano, facendo girare e pubblicando la “notizia” che Enzo si fosse suicidato perché aveva assicurato la famiglia di essersi già laureato mentre in realtà doveva sostenere ancora alcuni esami importanti. La notizia viene indirettamente smentita proprio dalla famiglia che pubblica il necrologio su Il Resto del Carlino anteponendo al nome di Enzo il titolo di “studente laureando in medicina”. Lo stesso Carlino precisa poi la “notizia” fornendo la testimonianza di alcuni colleghi di Enzo, che dicono che egli doveva sostenere proprio in quei giorni alcuni esami, che lo avrebbero molto avvicinato alla laurea, ai quali non si sarebbe presentato a causa del forte esaurimento nervoso di cui soffriva e che si era accentuato nell’ultimo periodo. Riteniamo che non potesse essere altrimenti, visti gli avvenimenti che lo avevano coinvolto.
In proposito l’“Avanti!” – intitolando Povero Cristo – scrive che “Decisamente l’atmosfera è carica di delitto. […] La mente degli uomini si esercita in una specie di sadismo macabro […] solo così ci si può spiegare come nell’anno di grazia millenovecentoventidue si possano disinvoltamente compiere le più scellerate profanazioni della morte, e, a segnare il passo all’affamata e infamante torma di corvi, sia l’insegna del prete”.
Mentre prepara il funerale, la famiglia Brunetti trova fra le carte racchiuse nel tavolo dello studio di Enzo a Castel Bolognese una lettera che annunciava il suicidio, quasi sicuramente lasciata da Enzo durante l’ultima sua visita. In essa, a quanto pare, si doleva di aver deluso le aspettative dei familiari che speravano nella laurea già nella vicina sessione d’esami. Le cronache dei funerali ne riportano alcuni passi, letti dal dottor Umberto Brunelli durante il discorso funebre, che risultano essere il suo testamento morale: “Muoio in pace con tutti gli uomini che ho amato degli affetti più puri, nel modo più soave. Seppellitemi nel cimitero del nostro Castello accanto a nonna Marianna e a tanti amici. Nella mia bara modesta mettete una cosa sola: un mazzo di garofani rossi”.
Il funerale si svolge il 29 giugno, con partenza alle ore 8 dall’Ospedale Sant’Orsola in direzione di Porta Mazzini e ritrovo a Castel Bolognese alle ore 10 presso il passaggio a livello della ferrovia di Riolo sulla via Emilia (nei pressi dell’attuale stazione dei Carabinieri). Ad attendere la salma, come racconta l’Avanti!, “c’era tutta la popolazione. Con grande commozione il corteo si formò e sfilò per la cittadina in lutto. Tutti i partiti proletari facevano ala alla bara. Nessun segno coreografico ruppe il ritmo solenne e silenzioso dell’ora dolorosa. Il saluto alla salma fu dato con sobria e austera parola dal compagno onorevole Brunelli”.
Non sfila nessuna bandiera rossa (i “segni coreografici” a cui si riferisce l’Avanti!) perché, come testimoniato da Emidio Ponzi, i fascisti, non paghi della morte di Enzo, si erano radunati per assaltare il corteo funebre nel caso queste comparissero. A rendere omaggio al compagno scomparso le corone dei repubblicani, dei gruppi anarchici, dei giovani socialisti, del partito socialista, del gruppo universitario socialista, e ancora, quelle della famiglia, delle amiche della famiglia, professori e assistenti del Sant’Orsola, Società “Sempre Giovani”, Castel Bolognese F. C., studenti di medicina e chirurgia, famiglia Bertondini, Mario e Maria Santandrea e altre non segnalate.
“Il Socialista” del 2 luglio scriverà che tutto il paese “nell’ultimo saluto gli dimostrò la sua imperitura riconoscenza per averlo sempre visto a capo di ogni opera di umanità, di beneficenza, di pietà, raro esempio di disinteressato altruismo, di sconfinata bontà”.
Enzo viene omaggiato coi garofani rossi messi nella sua bara e sepolto in un loculo non molto distante dalla tomba della nonna Marianna Agnoli, morta nel 1910.
Nel maggio del 1924 muore a 60 anni anche il padre Oreste dopo “lunga e penosa malattia”, “debellato anzi tempo specie dal dolore della tragica fine del figlio Enzo”. Pochi mesi dopo il resto della famiglia si trasferisce a Faenza.
Già nell’agosto del 1922 le squadracce fasciste chiamate dai paesi limitrofi erano penetrate in municipio costringendo con la forza alle dimissioni l’amministrazione socialista. L’assessore Giovanni Biancini, unico presente in Comune in quel momento, deve leggere dal balcone la lettera di dimissioni. E’ la fine della legalità democratica. Le bastonature e le somministrazioni di olio di ricino (spesso miscelato con olio lubrificante) diventano quasi quotidiane. Perderanno la vita Adelmo Ballardini e Giovanni Ravaioli, vittime di furiosi pestaggi: di loro si è ricordata la toponomastica castellana del secondo dopoguerra.
I lunghi anni di dittatura e le tragedie della successiva guerra fanno ben presto scemare “l’imperitura riconoscenza” per le opere di Enzo. La sua storia viene sostanzialmente dimenticata, complici l’assenza della famiglia dal paese e un certo qual pregiudizio verso i suicidi ancora oggi piuttosto diffuso, e viene solo accennata con poche sparute righe in un paio di pubblicazioni curate dallo storico paesano Pietro Costa.
La tomba di Enzo, dopo la morte delle sorelle e del fratello, viene abbandonata per lungo tempo e finisce per essere curata per molti anni da Maria Montanari, mamma di Ubaldo Bagnaresi, che ha una parente sepolta a fianco di Enzo e che si impietosisce leggendo la tragica storia che la lapide racconta con queste brevi parole:

Ad Enzo Brunetti
laureando in medicina e chirurgia
che
nel doloroso contrasto
fra le più alte e pure idealità
e la triste realtà della vita
volle a soli 29 anni
tragicamente troncare le speranze
riposte nella sua bontà e nella sua intelligenza
la famiglia
straziata nel più caro de’ suoi affetti
pose

Il “doloroso contrasto fra le più alte e pure idealità e la triste realtà della vita” tronca le aspirazioni e l’esistenza di Enzo che, ne siamo certi, sarebbe diventato un nuovo “medico dei poveri”, sulla scia e l’esempio dei grandi concittadini Umberto Brunelli ed Antonio Dal Prato.

La tomba di Enzo Brunetti al cimitero di Castel Bolognese. In occasione della pubblicazione di questo articolo la tomba è stata ripulita ed Enzo è stato omaggiato con un mazzetto di garofani rossi e l’accensione di un lumino (foto di Alessia Bruni del 24 giugno 2018)

La tomba di Marianna Agnoli, nonna di Enzo Brunetti, nel cimitero di Castel Bolognese (foto di Andrea Soglia)

FONTI: Il Lamone (numeri del 6 aprile 1890, 10 giugno 1894; 18 e 25 febbraio 1917; 17 febbraio, 30 giugno, 3 e 25 agosto, 15 settembre, 6 ottobre e 1 dicembre 1918; 5, 19 e 26 febbraio, 5 e 19 marzo, 23 aprile e 2 luglio 1922; 25 maggio 1924); La Castelleide (numero unico del 10 marzo 1919); L’Assillo (numero unico del 20 aprile 1919); L’Assalto (numeri del 15 ottobre 1921, 21 gennaio e 22 aprile 1922); Il Socialista (numeri del 19 febbraio e 2 luglio 1922); La Romagna Socialista (numeri del 22 aprile e 13 maggio 1922); Il Diario (numero dell’1 luglio 1922); Avanti!, edizione di Bologna (numeri del 20 aprile, 11, 28,29 e 30 giugno, 1 e 6 luglio 1922); Avanti! (numero del 10 giugno 1922); L’Avvenire d’Italia (numeri del 29 e 30 giugno e 2 luglio 1922); Il Resto del Carlino (numeri del 28, 29 e 30 giugno e 1 luglio 1922); Annuario della Regia università di Bologna (anni 1913-14, 1914-15, 1915-16); Archivio privato Andrea Soglia; Archivio Storico Popolare di Medicina (BO); Archivio storico Opere Pie Raggruppate di Castel Bolognese, scatola n. 30; Testimonianza orale di Giorgio Santandrea (figlio di Mario), relativamente all’acquisto della Farmacia del Corso, rilasciata ad Andrea Soglia nel 2005.
BIBLIOGRAFIA: Elio Bambi (a cura di), Calcio castellano, Castelbolognese, Grafica Artigiana, 1974; Castelbolognese dal fascismo alla liberazione, Imola, Galeati, 1975; Pietro Costa, Comune e popolo a Castelbolognese, 1859-1922, Imola, Galeati, 1980; Il movimento cattolico a Castelbolognese: 1861-1945: guida alla mostra, Castelbolognese, 1983; Castelbolognese nelle immagini del passato, Imola, Galeati, 1983; Nello Garavini, Testimonianze: anarchismo e antifascismo vissuti e visti da un angolo della Romagna, Imola, La mandragora, 2010; Angelo Nataloni, Andrea Soglia, Castellani oltre il Piave: la memoria e il ricordo, Faenza, Edit Faenza, 2006; Pier Paolo Sangiorgi (a cura di), Saluti da Castel Bolognese: cent’anni di storia paesana attraverso le cartoline, Castel Bolognese, Itaca, 2000; Oddo Diversi, Il territorio di Castelbolognese, Imola, Galeati, 1972 Luciano Bergonzini, La Resistenza a Bologna: testimonianze e documenti, vol. 1, Bologna, Istituto per la storia di Bologna, 1967; Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese, 1919-1945, vol. 5, Bologna, 1998; Il Vero amico, 6 agosto 1858.
SITOGRAFIA: www.ellers.unimi.it/cronacheautoptiche_infermiera.html (consultato il 20 giugno 2018); www.castelbolognese.org

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia (con la collaborazione dell’Archivio Storico Popolare di Medicina, BO), Le “speranze troncate” dell’aspirante medico Enzo Brunetti (1893-1922), in https://www.castelbolognese.org

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