Artisti ed artigiani castellani in Roma
tra il XVI ed il XVII secolo

di Paolo Grandi

Nei secoli del Rinascimento, mentre Roma si riempiva di artisti e letterati e riprendeva lo smalto e lo splendore perso da secoli, anche molti castellani presero la via dell’Urbe per contribuire alla bellezze della Città Eterna. Forse la coincidenza di trovare, tra il ‘500 ed il ‘700, alcuni compatrioti ai vertici dell’amministrazione cittadina o di Ordini Regolari, la presenza del Cardinale Ginnasi e della sua famiglia che là si trasferì, favorirono il flusso di questi artisti, il più famoso dei quali resta Giovanni Bernardi. Per gli altri s’è persa la memoria perfino a Castel Bolognese; a rinverdirne il ricordo ci aiuta uno splendido libro, oggi purtroppo introvabile: Roma Romagnola, profonda ricerca del romagnolo Armando Ravaglioli, stabilitosi a Roma nel 1946, il quale si è fatto attrarre dalla bellezza di questa città unica al mondo, per la quale ha scritto una guida: Vedere e capire Roma, insuperabile e coinvolgente per poter scoprire anche gli angoli più reconditi della Capitale. Da autentico Romagnolo, tuttavia, non ha perso l’amore per la sua Terra d’origine e così ha infuso in questa opera l’amore per l’uno e per l’altro luogo, scoprendo personaggi a volte sconosciuti, che popolarono Roma dal medioevo ai nostri giorni, lasciando comunque un segno del loro passaggio. Scopriamo quindi questi personaggi.

Battista da Castel Bolognese. Pittore e scultore, è ricordato per alcuni lavori eseguiti nel 1563 nell’appartamento vaticano che si affaccia sul Cortile del Belvedere, presso l’emiciclo.

Alessandro Bernardi (Castel Bolognese 1536 – Roma 1569?). Fu maestro orefice, figlio di Orfeo e nipote di mastro Giovanni Bernardi; venne da questi raccomandato nel 1547 al cardinale Alessandro Farnese. Nel 1557 lavorava con Giovanni Batista Ribaldi, mantovano, gioielliere del Papa.

Giovanni Bernardi (Castel Bolognese 1496 – Faenza 1553). Figlio di Bernardo, è il maggiore esponente della medaglistica e dell’incisione in pietra dura dell’epoca del manierismo. A Roma lavorò per i cardinali Ippolito de’ Medici e Giovanni Salviati, e quindi per papa Clemente VII. Maestro della zecca romana dal 1534 al 1545, lavorò anche per il cardinale Alessandro Farnese per il quale eseguì lavori di intaglio alle pietre incastonate nella "Cassetta Farnese", preziosissimo scrigno oggi conservato al Museo Nazionale di Napoli. Lavorò soprattutto su disegni di Michelangelo e di Perin del Vaga, realizzando incisioni in cristallo e medaglie in metalli vari. In Vaticano si conserva un crocefisso portante alla sommità del braccio verticale Dio Padre, nei bracci laterali Maria e San Giovanni ed in basso la Maddalena del quale sono sue molte incisioni su cristallo sei tondi per ornare due candelabri d’argento.

Antonio da Castel Bolognese. Questo mastro vasaio, di cui non si è trovato altro ricordo, doveva godere di una certa stima, se fu chiamato a compiere una revisione dei conti di una fornace e di una bottega di vendita di ceramiche (20 giugno 1541).

Giovanni Paolo Pascoli. Artista dell’arte ceramica, nativo di Castel Bolognese, il suo nome è racchiuso in una documentazione che copre ben diciassette anni, dal 1558 al 1575, di cui sono notevoli: l’essere stato chiamato nel 1571 a fungere da perito stimatore di una bottega di ceramista; nell’anno seguente, lo scioglimento della società con un collega riminese infine, il 30 marzo 1573, gli sponsali di sua figlia Dianora con Bartolomeo di Antonio da Volterra pollarolo. Dall’istrumento notarile apprendiamo anche il nome della moglie dell’artista, Vincenza Biondi da Siena.

Ottaviano da Castel Bolognese. Tre atti giudiziari tramandano la memoria di questo ceramista. Costui lavorava assieme con Filippo da Faenza ed il 10 novembre 1525 ebbe una lite contro il collega di nome Gentile; poi al principio dell’anno seguente (gennaio 1526), un’altra contro lo stesso faentino e una terza lite con un altro collega che pretendeva di essere pagato per due lavori dell’arte (13 febbraio 1526).

Ventura Deversi. Si tratta di un altro ceramista il cui nome figura, in qualità di testimonio, nell’istrumento di nozze della figlia di Giovanni Paolo Pascoli (1573). Probabilmente era, col faentino Nicola Scorzia un aiuto del Pascoli. Più tardi compare a un battesimo ed il 29 ottobre 1579 si fidanza con certa Francesca, sorella di Martino Fustaneti da Montefalco.

Vincenzo Pacetti (Castel Bolognese 1746 – Roma 1820). Fu scultore e decoratore; nella sala degli Imperatori della Galleria di Villa Borghese, fra i molti rilievi e stucchi con storie mitologiche, si notano due sue composizioni: la capra Amantea e Perseo che libera Andromeda. Altri rilievi sono nella sala che ospita la statua di Enea e Anchise del Bernini. Altre sue opere sono nelle chiese di San Salvatore in Lauro e Santo Spirito in Sassia, nonché in Palazzo Carpegna. Per la verità, alcune pubblicazioni indicano come romano questo artista, né di lui parlano i libri parrocchiali di San Petronio. Potrebbe trattarsi di una nascita occasionale a Castel Bolognese con un battesimo ricevuto in un fonte del forese, così come potrebbe trattarsi di una storpiatura del soprannome di una qualche famiglia castellana. Non ci si dimentichi del famosissimo Pacett e delle altrettante note Pacette.

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P. Labruzzi, Vincenzo Pacetti, 1790 ca.
Olio su tela.

Roma, Accademia Nazionale di San Luca.

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