|
| |
La chiesa ed il convento
dei Cappuccini a Castel Bolognese

La venuta dei Cappuccini a Castel Bolognese
Nel 1571 gli abitanti di Castel Bolognese,
attraverso la Magistratura cittadina, espressero il desiderio di avere i frati Cappuccini
sul loro territorio. La richiesta di avere un secondo ordine di mendicanti (il primo erano
i francescani minori conventuali) in un centro che raccoglieva circa 1.200 abitanti,
significa che leconomia cittadina era comunque florida. Il 25 aprile di
quellanno i Magistrati mandarono al Vicario Provinciale. P. Lorenzo da Fognano
(1569-1572) un delegato nella persona del console Lorenzo Cani per offrirgli la chiesa di
S. Sebastiano, posta sulla via Emilia, che apparteneva alla confraternita di S. Maria
dell'Ospedale. La Confraternita infatti era da tempo alla ricerca di una comunità
religiosa cui affidare la chiesa: nel 1524 venne proposta ai Domenicani; nel 1569 ai Frati
Minori e il 29 aprile 1571, ai Cappuccini ma il P. Provinciale non trovò adatto il luogo.
Il 29 agosto dello stesso anno si presero contatti coi Teatini. Nella seduta comunale del
25 novembre si ventilò l'idea di collocare i religiosi all'ospedale e destinare S.
Sebastiano agli ammalati poveri, ma non se ne fece nulla. Si ripensò ai Cappuccini e se
ne riparlò nella successiva seduta del consiglio comunale del 29 novembre. Durante il
capitolo provinciale il comune inviò nuovamente il console Lucio Tamploni il quale
ripropose la chiesa di S. Sebastiano con la promessa di coprire le spese di tutti gli
adattamenti che i frati avessero avuto bisogno di fare, ma il Vicario Provinciale P.
Giacomo da Mercato Saraceno, sempre per le stesse ragioni, non poté accettarla.
L' 11 aprile del 1572, mentre si celebrava il capitolo provinciale a Faenza, il consiglio
comunale inviò al Vicario Provinciale P. Giacomo Gaudenzi una deputazione composta da
diverse persone influenti. I componenti erano: il cav. Carlo Pallantieri, Guido Mainardi,
Giacomo Maria Righi e il console Giambattista Gottarelli. I parlamentari insistettero
perché i Superiori aderissero al desiderio della popolazione di Caste! Bolognese;
pertanto, nell'ottobre di quell'anno P. Giacomo accompagnato da alcuni confratelli, venne
a Castel Bolognese per vedere il luogo di S. Sebastiano, ma egli pure io giudicò
inadatto. Promise tuttavia a Carlo Pallantieri che, qualora fosse stato dato un luogo
conveniente avrebbe mandato una famiglia religiosa.
Convocato il consiglio comunale, su proposta del Console Filippo Tabanelli, alcuni giorni
dopo e precisamente il 27 ottobre 1572, i magistrati stabilirono di acquistare altrove a
pubbliche spese, d'accordo con i Cappuccini, un appezzamento di terreno che fosse di
comune gradimento, che fu poi trovato a sud-ovest dellabitato, a distanza di circa
500 metri dalle mura cittadine ed altrettanto dalla via Emilia.
Previo il consenso del vescovo di Faenza, in quanto allora tale luogo era sotto la
parrocchia di Biancanigo, in diocesi faentina, il 19 novembre 1581 venne posta la prima
pietra con il concorso di molta popolazione.
Alla deputazione del comune incaricata per la creazione del convento venne affiancato, da
parte dei Cappuccini, il P. Modesto da Piacenza che era il fabbriciere di turno della
Provincia e così, in tempo relativamente breve, la nuova costruzione fu in grado di
accogliere una famiglia religiosa. Non si sa esattamente il giorno in cui i Cappuccini
entrarono nel nuovo convento, ma risulta che nel 1585 reggeva la comunità religiosa il P.
Giovanni da Ferrara.
La chiesa
Chiesa e convento vennero eretti
contemporaneamente tra il 1581 ed il 1582; il complesso risponde allarchitettura
canonica cappuccina: una chiesa modesta e non vasta con profonde cappelle laterali
riservate alle riunioni ed alle celebrazioni delle confraternite terziarie, il chiostro
aderente alla chiesa, il campanile a vela con una sola campana.
La chiesa venne dedicata, e lo è tuttora, a San Giorgio martire; nella sua struttura
iniziale era talmente modesta che nel 1614 i superiori diedero il permesso di ampliare ed
innalzare la cappella maggiore. La consacrazione della chiesa avvenne quasi due secoli
dopo e cioè il 21 ottobre 1784. Per ricordare questo avvenimento venne murata nel 1906,
in occasione di restauri, una tardiva lapide che venne collocata sopra il tamburo della
porta d'ingresso.
La epigrafe recita:
D.O.M.
TEMPLUM HOC
DIVO GEORGIO M. DICATUM
VITALIS JOSEPH MARCHIO. DE BOBUS
EPISCOPUS FAENTINUS
SOLEMNI RITU CONSACRAVIT
XI KAL. OCTOB. MDCCLXXXIV
ANNO AUTEM DOMINI MCMVI
VETERI SQUALLORE DETERSO
IN HANC MELIOREM FORMAM RESTITUTUM
HUIUS COENOBI FRATRES
VOLUERE
Traduzione: A Dio Ottimo Massimo. Questo
tempio dedicato a San Giorgio Martire, vivendo Giuseppe Marco de Bobo vescovo di
Faenza, con rito solenne fu consacrato il 21 ottobre 1784 ed altresì ripulita da vecchio
squallore nellanno del Signore 1906, in questa migliore forma fu restituito per
volere dei frati di questo convento.
La navata della chiesa, piuttosto ridotta,
conteneva poche panche e due confessionali. Sopra i confessionali vi erano due quadri che
rappresentavano i santi Bernardo da Corleone e Serafino da Montegranaro Ai lati del
finestrone che si trovava sopra la porta d'ingresso vi erano due tele dipinte ad olio: una
rappresentava S. Margherita da Cortona e l'altra S. Rocco, entrambi opera di frate
Ferdinando Dal Buono da Bologna. Di fronte al pulpito vi era un crocifisso di stucco e,
sotto il pulpito, una Madonna Addolorata, in cera, dentro un'urna di cristallo.
Delle due cappelle laterali, poste a sinistra di chi entra, la prima fu costruita con la
chiesa, ma a spese di mons. Domenico Ginnasi e dedicata a S. Clemente. Quando venne
restaurata nel 1776 vi furono sistemati i quadri della Vergine e dei santi Felice da
Cantalice e Serafino da Montegranaro, opere di Giuseppe Gavotti di Bologna. Il sottoquadro
che rappresentava il B. Angelo da Acri era stato donato dal sig. Sante Bornaccini.
L'ancona era stata dipinta su tela da Fr. Ferdinando da Bologna, il quale aveva dipinto
anche le due prospettive laterali.
La seconda cappella, sistemata prima del coretto dei fratelli laici, non si sa
inizialmente a chi fosse dedicata, ma poi ne diventò titolare S. Felice. Nel 1776, anno
in cui fu restaurata la chiesa, venne dedicata ai santi Fedele da Sigmaringa e Giuseppe da
Leonessa. Anche questa ancona era dipinta su tela dallo stesso Fr. Ferdinando. Le ancone
delle due cappelle furono sostituite una prima volta nel 1854 ed una seconda volta nel
1874, quando si realizzarono in legno istoriato e decorato dal frate laico Felice da
Castel S Pietro. Lo stesso confratello provvide anche a quella dellaltare maggiore,
del quale si sono perse le notizie del primitivo quadro; lattuale, di Ubaldo
Gandolfi, risale alla fine del XVIII secolo. Dietro laltare maggiore, comunicante
con due porte, si trova il coro dei frati e, di fianco ad esso, la sacrestia non molto
vasta.
Con l'andar del tempo, nell'ambito del presbiterio a destra, vi era stato posto un quadro
dell'Immacolata con due reliquiari, uno per ciascun lato. A sinistra vi era stato
collocato un altro quadro che raffigurava S. Chiara. Nelle finestre laterali dell'altare
maggiore vi erano due statue in terracotta, dipinte ad olio, che rappresentavano S. Fedele
e S. Felice cappuccini, opera del prof. Pietro Meloni di Imola.
Nel 1757 i superiori permisero al P. Petronio Giovannoni da Bologna di alzare la chiesa e
ricostruire le due cappelle laterali, ricavandone un sensibile miglioramento. Nel 1780,
poi, si provvide anche un nuovo tabernacolo. Non si hanno notizie sul pavimento;
lattuale è stato ripristinato nel dopoguerra; si ha invece memoria di sepolcreti:
il primo sepoltovi fu capitano Virgilio Costa nel 1675, lultima Domenica Berti nel
1868. In totale furono sepolte quarantotto persone, delle quali 28 uomini; tre di esse un
sacerdote (Antonio Gottarelli) nel 1840, una suora (Teresa Emiliani) nel 1828,
lavvocato Giuseppe Giacomelli nel 1830. La chiesa subì un'altra trasformazione dopo
il Concilio Vaticano II con la eliminazione di tutti gli altari sussidiari.
Lungo la navata vi erano i tradizionali quadretti della Via Crucis che erano "in
carta miniata", opera del bolognese Giuseppe Terzi, oggi sostituiti da stampe. Non si
hanno notizie sullorgano. Un campanile a vela con ununica campana si innalza
sulla sinistra della navata.
A decorare esternamente la facciata di questa umile chiesa vi era un portico formato da
cinque archi con quello di mezzo alquanto più grande ed il sagrato contenuto tra due ali
di muro. Ricomprato il convento dopo la prima soppressione, venne restaurato il portico e
pavimentata il sagrato. Con le trasformazioni subite negli anni 50 del secolo
scorso, lantico portico è stato demolito e sostituito con un nartece quadrato,
porticato ad archi a tutto sesto, uguali, che racchiude il sagrato ed è aprto sul
piazzale antistante, diviso da una sola inferriata in ferro battuto.
Un grande croce esterna fu atterrata nel periodo di tempo in cui avvenne la vendita
all'asta del convento, ma poi venne ricollocata al suo posto.

La chiesa dei Cappuccini in una cartolina degli
anni '20
|
Il Convento
Non si ha una sua pianta originaria ma probabilmente, fa fede la pianta che si trova
nellarchivio provinciale e che porta la data del 1822, grossolanamente disegnata
quando il convento stava per essere recuperato dopo la soppressione napoleonica.
La sua costruzione costò molti sacrifici alla comunità civile, la quale si era accollala
il peso della sua erezione e che già nel 1582 elesse come suo rappresentante il sig.
Giambattista Galeati. Nel 1583-1584 la comunità offrì 50 scudi l'anno per tirar avanti
il complesso; nel 1596 i magistrati assegnarono una parte di denaro delle tasse riscosse
nel primo semestre di quell'anno e nel 1598 il console Cesare Paoli aggiunse un altro
fabbriciere nella persona di Giovanni Evangelista Derchi, aggiungendovi nellanno
dopo Andrea Bonetti. I contributi in danaro della comunità continuarono sino al 1601 e
questo dimostra linteresse di Castel Bolognese verso i Cappuccini.
La primitiva costruzione si svolgeva attorno al chiostro posto a fianco della chiesa e
dietro la chiesa stessa, sopra il coro e la sacrestia; al pian terreno erano i servizi ed
al piano superiore le celle e la foresteria. Gli scritti darchivio ci dicono che i
frati non furono mai numerosi: una statistica del 1650, ordinata da papa Innocenzo X, dava
presenti solo 4 sacerdoti, due chierici e tre fratelli laici. Nei secoli XVII e XVIII il
convento venne ampliato e portato alle attuali dimensioni, aggiungendovi un secondo
chiostro non terminato, per opera di diversi superiori; vi fu aggiunta una libreria ed
altri singoli locali destinati a lavori manuali.
Dopo la soppressione napoleonica, riacquistato il convento, era stato portato a queste
dimensioni: al primo piano vi erano 16 celle piccole, quattro foresterie o camere per gli
eventuali ospiti, che avrebbero servito, in caso di necessità, anche da infermeria; una
cappellina per i frati infermi che non potevano scendere a pregare in chiesa o in coro;
tre foresterie piccole, la libreria, il guardaroba ove si conservava la biancheria comune,
un appartamento di tre stanze per le personalità di riguardo come vescovi e cardinali, un
granaio, la soggetta o corridoio lungo il muro della chiesa e i servizi. A piano terreno
vi erano: il refettorio, la cucina e la retrocucina, la camera per il focolare comune o
"riscaldatorio" come si diceva allora, cinque stanze che guardavano il chiostro
e che andavano lungo il braccio nord fino alla portineria, una stanza per i pellegrini ed
un'altra per i contadini di passaggio. Inoltre vi era la stanza del portinaio; nel
seminterrato stavano le cantine.
All'esterno, staccati dal convento, vi erano i locali della bassa corte, aperti
sullorto; originariamente era di una discreta proporzione. ma venne mutilato una
prima volta nel 1802 per costituire il cimitero cittadino ed una seconda volta quando il
complesso conventuale era divenuto proprietà del Sangiorgi. Comunque, dopo la
ripristinazione, avvenuta nei 1822, l'orto misurava "tornature due, pertiche cinque,
piedi sei e due once". Questa area era circondata da un muro di proprietà del
convento, tuttora esistente.
Per il mantenimento dei frati i castellani, da sempre loro affezionati, hanno
continuamente contribuito con denaro e generi in natura: molti ricordano ancora
lultimo "frate cercone", dalla lunga barba bianca che batteva in ogni
stagione città e campagne, spingendosi anche nei comuni limitrofi in bicicletta, a piedi
o con lautostop. Numerosi infine furono i legati ed i lasciti testamentari in denaro
ed immobili.

L'ultimo "frate cercone"
|
La vicenda delle soppressioni napoleonica ed italiana
Il napoleonico Regno dItalia approntò nei primi mesi del 1805 uno schema di decreto
con il quale si stabiliva unulteriore soppressione di conventi; tra questi quello
dei Cappuccini di Castel Bolognese.
Come altrove, anche qui si cercò di correre ai ripari. l8 luglio 1805 il presidente
della municipalità di Castel Bolognese si rivolse al Cardinale di Bologna, Carlo
Oppizoni, perché perorasse la sopravvivenza dei Cappuccini "affinchè
diceva il popolo non rimanga privo dei vantaggi spirituali", ma le
autorità napoleoniche rimasero insensibili a questa e ad altre voci che si elevarono da
diverse parti ed il 3 agosto 1805 firmarono il decreto di soppressione che venne
dichiarato esecutivo alla fine dello stesso mese, cosicché i frati che abitavano nel
convento di Castel Bolognese vennero dirottati in diversi altri luoghi. In tal modo il
demanio mise le sue avide mani sull'orto, sulla chiesa e su tutto il convento abitato per
241 anni dai Cappuccini; asportò il mobilio, i libri, gli arredi sacri, poi indisse
un'asta pubblica per la vendita di tutto il complesso. Probabilmente i Castellani, per un
senso di rispetto, si guardarono dal comprare uno stabile pressoché rubato, per cui
lasta andò quasi deserta.
Secondo le memorie del Convento, il demanio non seppe neanche realizzare un buon affare
perché cedette il tutto "per il vilissimo prezzo di scudi 600". Il
compratore fu il sig. Francesco Sangiorgi il quale ne prese possesso installandovisi con
tutta la famiglia.
Crollato Napoleone e restaurato il Governo Pontificio, si pensò a richiamare i Cappuccini
nel loro convento. I Castellani ne parlarono già nel 1817 al P. Serafino da Bologna che
qui stava predicando la quaresima, ma le prime mosse si ebbero solo nel 1819, quando venne
chiamato a predicare il Provinciale Padre Sebastiano da Faenza che, sollecitato dalla
popolazione, fece i primi approcci col proprietario del convento sig. Francesco Sangiorgi
il quale si dimostrò piuttosto esoso richiedendo sei volte il prezzo con il quale lo
aveva pagato, nonostante egli lo avesse manomesso e sensibilmente deteriorato. Erano stati
abbattuti tutti i divisori delle celle per realizzare dei solai da adibire a deposito di
granaglia; inoltre il terremoto del 1808 aveva danneggiato, in parte, anche i muri
maestri. Nessuno aveva mai pensato ad un eventuale restauro. Se a tutto ciò si aggiunge
la vendita di un pezzo d'orto al comune per ampliare il cimitero e i diversi altri incassi
ricavati, la somma di 4.000 scudi richiesti sembrò a tutti eccessiva. Per colmo di
ironia, Sangiorgi affermava (lo aveva anche asserito davanti a Pio VII, quando ritornando
dalla prigionia si fermò per una breve sosta a Imola) che aveva comprato il convento per
ridarlo ai Cappuccini.
Comunque, davanti a questa insormontabile richiesta, il provinciale sospese le trattative
e non se ne parlò più per almeno quattro anni. L'argomento ritornò sul tappeto nel
1822, quando a Castel Bolognese predicava la quaresima P. Eustachio da Brisighella. Si
riparlò col Sangiorgi il quale ridimensionò le pretese scendendo a 3.000 scudi, ponendo
però la condizionale di restare in convento fino alla sua morte ma ad esclusivo carico
dei Cappuccini. Benché non gradita, questa clausola poteva essere anche accettata, ma
restava la difficoltà di trovare la somma.
Qui si inserisce una particolare circostanza che per i Cappuccini fu certamente
provvidenziale. Il sig. Antonio Tarozzi morendo, aveva lasciato Giovanna Cortini. sua
sposa, usufruttuaria di tutto il suo capitale, vita natural durante, ma ordinava altresì
che alla morte della moglie, tutto quello che fosse restato di soldi e di immobili venisse
impiegato per la celebrazione di 150 Messe nella chiesa dei Cappuccini di Castel
Bolognese. Dopo pochi anni morì anche la signora Giovanna Cortini la quale, con
testamento proprio, confermò la volontà del defunto marito e aggiunse al capitale un
podere da lei acquistato. La somma per liquidare il Sangiorgi era raggiunta. Egli abbassò
ulteriormente il prezzo di cessione a 2.000 scudi, da versarsi alla firma del contratto
ma, con una convenzione privata stipulata con il Superiore provinciale, si riservò la
proprietà del presbiterio della chiesa, e la possibilità di vivere nel convento a spese
dei frati, che modificò ulteriormente con laccettazione di un vitalizio di 40 scudi
annui, che i Cappuccini avrebbero percepito dal comune per la custodia del cimitero, con
la condizione che, se lui fosse morto prima di dodici anni, i frati avrebbero continuato a
pagare la somma per gli mancanti ai suoi eredi, con lulteriore garanzia del marchese
Camillo Zacchia-Rondinini. Al di là delle obiettive difficoltà di esecuzione e delle
complicazioni sorte sullesecuzione del legato di messe dei coniugi Tarozzi
Cortini, il contratto fu siglato il 7 maggio 1825; i Cappuccini fecero così ritorno nel
loro convento, ma per cacciarvi il Sangiorgi si dovette ricorrere alla forza pubblica.
Unaltra legge eversiva, questa volta emanata dal neonato stato italiano, costrinse i
Cappuccini ad abbandonare nuovamente il Convento il 1 gennaio 1867. Limmobile fu
devoluto al Demanio con tutti gli arredi e le suppellettili; a sua volta, per legge, il
Demanio doveva destinare i beni confiscati ai Comuni ed alle Province perché venissero
impiegati per opere sociali come scuole ed ospedali. In base a ciò il sindaco Dott.
Francesco Barbieri, il 5 luglio 1867, propose al consiglio comunale, che approvò, di
trasformare il convento, parte in ospedale per malattie epidemiche e contagiose e parte in
asilo infantile. Al di là dellincongruenza e della pericolosità
dellabbinamento, è facile pensare che ciò sia avvenuto solo per sottrarre il
complesso fabbricato alla provincia di Ravenna.
Nel mese di settembre dello stesso anno il sindaco rese noto che già dal 22 giugno aveva
presentato istanza all'amministrazione del Fondo Culto per ottenere che i libri della
biblioteca dei Cappuccini fossero devoluti al comune il quale si sarebbe incaricato della
loro conservazione e si sarebbe impegnato ad aumentarne il numero con lacquisto di
nuove opere. Il ministro della pubblica istruzione avrebbe acconsentito alla proposta solo
se il consiglio comunale si fosse obbligato di costituire una libreria pubblica
collocandola in un posto conveniente e se venisse assegnata ad essa una determinata somma
specificata nel bilancio comunale. Il consiglio accettò le condizioni e stabilì di
assegnare alla biblioteca 200 lire annue. Ma a questo punto, nel mezzo delle trattative,
spuntarono i nipoti ed eredi di Francesco Sangiorgi, don Antonio ed il dott. Ercole, i
quali ricorsero in giudizio contro il Demanio per ottenere la restituzione
dellimmobile. Il Tribunale di Ravenna, con sentenza emessa il 3 gennaio 1868, diede
ragione ai Sangiorgi ed ordinò la restituzione in loro favore del convento e di tutte le
suppellettili conservatevi. Mentre si esaurivano le pratiche amministrative per
lesecuzione della sentenza, i frati presero contatto con gli eredi Sangiorgi per
addivenire ad una restituzione del convento. Le trattative ebbero buon esito così, il 9
dicembre 1873 limmobile venne ceduto dal Demanio ai Sangiorgi dietro il prezzo di
duemila scudi dilazionati in dieci anni e, immediatamente dopo con altro rogito notarile e
per il medesimo prezzo, dai fratelli Sangiorgi ai Cappuccini.
Si concludeva così, felicemente, la vicenda delle soppressioni: la chiesa dei Cappuccini
riaprì al culto il 22 febbraio 1874 "con concorso indescrivibile da mane a sera e
con la gioia dipinta sul volto di tutti", mentre i frati rientrarono il
successivo 15 marzo.
I Cappuccini fino alla seconda guerra mondiale la figura di Padre Samoggia
Riaperto il Convento, i frati ripresero in città e nella campagna la loro infaticabile
opera di conforto religioso, sostegno morale e sostegno economico ai poveri. La libreria
divenne un centro culturale cittiadino ed una fucina di nuove vocazioni tra i castellani.
Negli anni successivi alla prima guerra mondiale I Cappuccini stavano alla formazione
maschile quanto le Maestre Pie a quella femminile: qui infatti si svolgevano adunanze e
convegni dellAzione Cattolica Maschile.
Il talento di tanti frati fece anche nascere bravi artigiani e buoni artisti. Tra questi
occorre qui ricordare frate Federico da Palestrina, pittore, ed il suo discepolo: Giovanni
Piancastelli.
La seconda guerra mondiale si abbattè pesantemente sul convento dei Cappuccini e sulla
loro chiesa: essi infatti distano poche centinaia di metri dalla riva del fiume Senio e,
allora, solo laperta campagna li divideva, diventando quindi facile bersaglio
dellartiglieria.
Nella storiografia locale sulla seconda guerra mondiale spiccano le figure di due frati:
P. Damiano da Gatteo, al secolo Angelo Lucchi e P. Francesco Antonio da Bologna, cioè
Padre Luigi Samoggia.
P. Damiano da Gatteo era principalmente impegnato nella predicazione e nel ministero
sacerdotale a contatto continuo con il popolo e neppure la guerra lo fermò. Il cronista
cappuccino annota come egli corresse con edificante abnegazione e con carità cristiana
da un rifugio allaltro, da un sotterraneo allaltro dovunque si trovavano
persone da aiutare e da soccorrere. Anche Angelo Donati lo ricorda scrivendo: P.
Damiano è sempre in giro per le strade senza paura di nulla, viene spesso da noi. Ci ha
portato ultimamente. da buon cappuccino che raccoglie da una parte per distribuirla
dallaltra, un bel pezzo di formaggio pecorino attorno al quale i bambini hanno fatto
grande festa; ed ancora: P. Damiano si fa in quattro per accontentare i fedeli che
chiedono Messe. Non vi è scantinato ove non sia stato.
Tuttavia, la figura più in vista sulla scena tragica di Castel Bolognese fu certamente P.
Francesco Antonio da Bologna, Superiore del Convento. Dotato di una stringente dialettica
ed acclamato predicatore, amante della verità e della libertà ed avverso a qualsiasi
prepotenza e a qualunque dittatura, si rivelò acerrimo oppositore della ferocia
nazifascista. Chiamato da don Giuseppe Sermasi a far parte, assieme ad altri castellani,
del Comitato Cittadino da lui voluto con lintento di garantire lordine
pubblico, vi partecipò attivamente con evidenti benefici per la popolazione.
Le sue invettive dal pulpito contro la guerra lo resero un personaggio scomodo che
occorreva al più presto eliminare. Dopo l8 settembre 1943 svolse in convento una
pericolosa attività clandestina in collaborazione con antifascisti laici per nascondere o
indirizzare oltre la linea del fronte prigionieri di guerra, resistenti, ufficiali,
soldati e detenuti politici. Si doveva far tacere il frate "intrigante" e così
due spie, travestite da prigionieri inglesi si presentarono in convento a chiedergli
consiglio e aiuto per raggiungere i partigiani. Alle indicazioni fornite dal frate, i
finti evasi estrassero la pistola e lo arrestarono trascinandolo prima in carcere a
Ravenna, poi al forte di Verona, e infine nel carcere di S. Giovanni in Monte a Bologna.
Con un altro tranello, questa volta organizzato da partigiani veri travestiti da
decoratissimi ufficiali tedeschi il 9 agosto 1944, fu liberato e passò la linea del
fronte.
Dalla ricostruzione alla chiusura del convento
Nel dopoguerra i Cappuccini riattarono e ripararono chiesa e convento, ma imponenti lavori
di ricostruzione (spesso irrispettosi delle antiche strutture) iniziarono l'11 luglio
1955. Il Genio Civile provvide alla costruzione di un primo lotto di lavori, finanziati
dallo Stato e progettati e diretti dall'Ing. Marco Errano, funzionario dello stesso Genio
Civile, che riguardarono lala sud della chiesa i cui vani vennero considerati
adibiti a canonica. Il secondo lotto di lavori progettato e diretto dalling.
Guerrino Dalpozzo, finanziato in parte dallo Stato e in parte da elargizioni, venne
iniziato quasi contemporaneamente al primo e formava il complemento dell'ala ad ovest
della suddetta parte canonica. Qui furono collocate, a pian terreno, la cucina, il
refettorio ed una dispensa; al primo piano, il dormitorio. Questi lavori vennero sospesi
alla vigilia di Natale nel 1955, a grezzo ultimato e ripresi nel marzo del 1956. Nel
luglio 1957 si iniziò il terzo lotto, finanziato in parte dal Genio Civile ed in parte da
beneficenze, che comprendeva il coro, la sagrestia, il retrosagrestia ed alcuni vani
sovrastanti, la grotta di S. Antonio, la cappella al lato est della chiesa e il campanile.
Il rivestimento interno del coro, i sedili e gli inginocchiatoi vennero fatti in rovere di
Slovenia dagli artigiani dell'Istituto di S. Caterina di Imola che fabbricarono anche
tutti gli infissi. Ai primi di agosto dello stesso anno si iniziò il quarto lotto che
comprendeva tutta la parte centrale del convento, fino alla strada, compreso lantico
chiostro ed il pozzo. I lavori compresero il sagrato e la costruzione del portico sui tre
lati. Nel frattempo si dava inizio al quinto lotto che è situato lungo la strada a
nord-ovest del piazzale ove furono realizzati laboratori ad uso falegnameria ed alla
costruzione di diversi proservizi, due dei quali vennero costruiti sulle mura del
convento: uno ad ovest del lato strada e l'altro a sud. Un terzo proservizio, ad un piano,
unisce l'ala ovest con l'ala nord del convento formando un vasto cortile interno. Infine,
nel 1958 veniva iniziato il sesto lotto di lavori che forma l'ala est del piazzale della
chiesa. Tutti i lavori furono completati nel giugno del 1958. Per ultima il Genio Civile
restaurava la chiesa, facendo una zoccolatura in travertino alta m. 1.45. posando il
pavimento in marmettoni di graniglia, i gradini degli altari e l'impianto elettrico,
mentre il convento provvedeva al ripristino dei banchi e alla costruzione delle nuove
balaustre e dei confessionali. Per la ricostruzione del complesso edificio furono poste
tre pergamene; la prima nel muro esterno della sagrestia, la seconda sotto il pavimento
vicino alla scala vecchia della cantina e la terza nella prima colonna uscendo dalla
portineria del convento.
Infine, nel 1953 fu collocata una bella Via Crucis, dal piazzale dei Cappuccini al
Cimitero, disegnata dallarchitetto Matteo Focaccia di Cervia con formelle in
ceramica di Carlo Zauli, eseguite su indicazione di Angelo Biancini. Linaugurazione
avvenne domenica 27 ottobre 1953 alla presenza del Vescovo di Imola che la benedisse e la
consacrò. Con la sostituzione della via crucis con lattuale, opera in bronzo di
Angelo Biancini, avvenuta nel 1978, le formelle, dapprima conservate allinterno del
convento, con luscita dei frati sono state disperse.
Non bisogna infine dimenticare la bella esperienza che i Cappuccini fecero, tra gli anni
60 e gli anni 70 del secolo scorso, di convento-laboratorio, al quale furono
destinati i locali a ciò ristrutturati. Nel giugno del 1960 giunse da Bologna a Castel
Bolognese padre Gherardo Ferroni, ammirato e valido ebanista; sorse pertanto lidea
di creare un seminario per fratelli non chierici che si concretizzò il 30 ottobre con
l'ingresso di otto aspiranti (che poi divennero diciotto) sotto la direzione spirituale
del Presidente locale P. Silvio da Camugnano. I laboratori furono quello di ebanisteria,
diretto da P. Gherardo e quello di tipografia, sotto la direzione di P. Vittorio da Cento
che, sviluppatosi considerevolmente, divenne "Scuola grafica artigiana" che,
dotato di macchinari moderni, si aprì al mercato stampando notevoli lavori e formando un
gruppo di tipografi tuttora allopera in zona. P. Vittorio aprì anche il laboratorio
di legatoria che nel 1972, con il trasferimento del frate, fu tenuto vivo da Padre Vitale
Capacci. Mentre il laboratorio ebanistico terminò con la morte di P. Gherardo nel 1977,
quello tipografico fu ritenuto dal Capitolo Provinciale non più rispondente ai valori del
francescanesimo, essendosi aperto ad operatori laici che lavevano trasformato in
unindustria e, pertanto, nel 1973 fu ceduto in affitto ad un gruppo di allievi che
formarono la tipografia "Grafica Artigiana". Il laboratorio di legatoria invece,
dopo la morte di padre Vitale, fu tenuto vivo sino alluscita dei frati dal maestro
Angelo Minardi, appassionato di quellarte, il quale instancabilmente ha passato
giornate intere nel laboratorio lavorando ed insegnando i segreti della legatoria ad
appassionati e discepoli. Il ricavato del suo laboratorio è sempre stato da lui
consegnato in beneficenza ai frati.
Un ultimo ricordo va a padre Callisto da Perticara
(1920-2005), musicista, compositore ed insegnante nelle scuole e nel conservatorio G. B.
Martini di Bologna. Diplomato in strumentazione per banda e composizione polifonica
vocale, molto ha fatto dapprima a Casola Valsenio, ove molti musicisti e componenti di
quella banda furono suoi allievi, poi a Castel Bolognese ove costituì una corale
polifonica che ebbe anche lonore di animare la Santa Messa domenicale trasmessa
dalla RAI e ripresa dalla chiesa di Riccardina di Budrio.
Nel 1985, a causa della crisi di vocazioni, il convento di Castel Bolognese, ove erano
già confluiti i confratelli del convento di Casola Valsenio chiuso alla fine degli anni
70, venne chiuso ed i frati si ritirarono nei conventi di Imola e Bologna. Molte
furono le proteste dei castellani, specialmente per la paventata chiusura della chiesa. I
Cappuccini, riconosciuto lalto valore spirituale che essi potevano ancora dare al
quartiere che nel frattempo si era costruito e si è ingrandito attorno alla loro chiesa,
non hanno smesso di celebrare messa e continuano tuttora ad officiare la loro chiesa nei
giorni festivi e spesso anche in quelli feriali con grande concorso di popolo.
I locali del convento, invece, dopo una cessione temporanea nel 1988 ad una parrocchia di
Cesena che voleva costituire un centro di spiritualità, sono stati successivamente
definitivamente venduti alla Parrocchia di San Petronio di Castel Bolognese che ha così
potuto trasferire in questi più ampi spazi le sue attività formative e ricreative. Di
pari passo si è iniziata una graduale trasformazione dellimmobile ai suoi nuovi
compiti ed un recupero filologico dellarchitettura originale offesa dai restauri del
dopoguerra.

|

|

27 ottobre 1953: tre fotografie scattate in
occasione della inaugurazione della Via Crucis del viale del cimitero. Nel 1978 fu
sostituita dall'attuale Via Crucis, opera di Angelo Biancini
|
Itinerario artistico
In fondo ad un viale che parte dalla via Emilia si apre un piazzale che accoglie numerosi
tigli e, dietro di esso, si staglia il convento dei Cappuccini. Si viene accolti sul
sagrato dal portico che lo abbraccia su tre lati e da una bella inferriata in ferro
battuto, opera della bottega Matteucci di Faenza, che divide larea sacra dalla
strada pubblica. Sotto il porticato di destra, nellangolo, in fondo, troviamo un
grande Crocifisso in ceramica opera di Angelo Biancini ed una targa che ricordano
lopera di suor Vincenza (al secolo Egle
DallOppio). Così recita la lapide:
EGLE DALL'OPPIO
1901 - 1977
ALL'ALBA DI UN LONTANO MATTINO
SOGNÒ GESÙ VESTITO DI AZZURRO
LA INVITAVA PER UNA GRANDE
MISSIONE. NON ESITÒ A TRADURRE
IN REALTA IL SUO SOGNO. PARTÌ
ALL'INSAPUTA DI TUTTI LASCIANDO
GENITORI E AMICI. COMPIUTA LA
SUA GRANDE OPERA NELLE MISSIONI
VINCENZIANE. IL 30 I 1977
NELLA CITTÀ D'AREZZO OVE HA
OPERATO SI È COMMIATATA CON
LO STESSO SILENZIO CHE PARTÌ
DAL SUO PAESE. UNA GRANDE FOLLA
L'HA SALUTATA COME CITTADINA
ONORARIA DI QUELLA ANTICA
CITTÀ RISERVANDOLE IL TRIBUTO
DEGNO DI GRANDI MEMORIE.
AVEVA CREATO TANTE OPERE
BIMBI ABBANDONATI. NE ERA
MADRE SORELLA MAESTRA DI
VITA L'ISTITUTO LIOTTI.
CASTEL BOLOGNESE SUO PAESE NATALE
LA RICORDA CON ORGOGLIO
COME ANIMATRICE DI OPERE SOCIALI
ELENCANDOLA TRA I SUOI FIGLI MIGLIORI
A fianco è stata da poco posta una statua
di S. Pio da Pietrelcina.
Al di sopra del porticato si eleva la spoglia facciata a capanna, in cotto a vista, della
chiesa nella quale si apre al centro una grande finestra che dà luce alla navata.
Dallunica porta si accede allinterno, di semplice stile francescano, a una
navata voltata con doppia vela; a sinistra si aprono le due cappelle laterali, mentre in
fondo è la cappella maggiore che a sinistra ospita il coretto dei fratelli laici. Dietro
laltare maggiore, comunicante con due porte, si trova il coro dei frati.
Nella prima cappella, voltata a botte, entro unancona di legno istoriato e decorato
realizzata nel 1874 dal frate laico Felice da Castel S Pietro, vè lEcce Homo,
statua in caratereste di autore anonimo. Nella parete di sinistra, entro due nicchie, le
statue di SantAntonio di Padova e di SantAnna con Maria bambina, entrambe in
cartapesta, di fattura locale del quale è sconosciuto lautore.
Uno stretto corridoio voltato a botte, posto tra le due cappelle laterali, le mette in
comunicazione e conduce, in fondo, alla Cappella di S. Antonio da Padova. Qui la statua
del santo patavino lo ritrae inginocchiato in preghiera con un Angelo entro una grotta
artificiale, ricavata con roccia vera, che ricorda il romitaggio nel non lontano eremo di
Montepaolo nei pressi di Dovadola.
Nella seconda cappella, anchessa votata a botte, troviamo laltare dedicato
alla B. V. di Pompei; altare ed ancona, come quelli della cappella precedente, sono opera
del frate laico Felice da Castel S Pietro realizzata nel 1874. Nella parete di destra,
entro una nicchia, la statua del Sacro Cuore di Gesù, in cartapesta di autore anonimo,
mentre entro una piccola rientranza è ricavata una piccola cappelletta in onore di Santa
Rita da Cascia, con la statua della santa.
Un basso passaggio conduce al coretto dei laici, che si apre a fianco del presbiterio ed
alla Sacrestia.
Larco trionfale che divide la navata dalla cappella maggiore è arricchito da due
quadri: a sinistra San Giuseppe, a destra la Madonna contiene varie decorazioni ed è
coronato in cima dalla scritta "Pax vobis" Al di là di esso si apre la cappella
maggiore, voltata a vela ed aperta nella parete sinistra al coretto dei laici; due basse
porte a fianco dellaltare maggiore la mettono in comunicazione con il coro dei
frati. Al centro della volta è dipinta la colomba della Spirito Santo.
Laltare maggiore, anchesso in legno istoriato e decorato, è stato realizzato
nel 1874 dal frate laico Felice da Castel S Pietro. Lancona conserva un olio su tela
di discrete proporzioni (260 x 125), dipinto da Ubaldo Gandolfi, che raffigurava la
Vergine seduta sulle nubi con il bimbo in braccio il quale porge la palma del martirio a
S. Giorgio che è in piedi a sinistra. A destra vi è raffigurato S. Francesco in
ginocchio che prega e, sulla prospettiva dello sfondo, vi è Castel Bolognese. Un tondo
raffigurante un santo, forse SantAntonio Abate, corona la cima dellaltare. Due
tavole posta sopra le porte che comunicano col coro ornano la parete di fondo della
cappella maggiore: a sinistra San Fedele Cappuccino, a destra San Lorenzo Abate.
Nella parete di destra della cappella maggiore si conserva un grande crocifisso ligneo ed
ai suoi piedi una statua dellAddolorata, in cartapesta dipinta, dautore
anonimo. Nelle due lunette delle pareti laterali della cappella maggiore sono dipinti due
angeli che reggono un cartiglio con la scritta "Gloria in excelsis Deo".
Nella parete di destra della navata si conserva lunico esempio di affresco eseguito
dal pittore castellano Fausto Ferlini: Vi è ritratto il dialogo di San Francesco con gli
uccelli. Sotto di esso una Pietà, opera in rame sbalzato di Mario Biancini di Castel
Bolognese.
Per approfondimenti: MULAZZANI F.: I Cappuccini a Castel Bolognese dal 1582 al
1985, Castel Bolognese, 1995
indietro
|