Il palazzo delle Opere Pie in via Garavini

di Paolo Grandi

Sono in via di conclusione i lavori di riqualificazione del palazzo cosiddetto “delle Opere Pie” posto all’angolo tra via Garavini e vicolo San Petronio e la curiosità spinge a ricostruire la storia di questo ingombrante edificio che con l’attuale intervento si è cercato di ingentilire.

Cosa c’era prima

In quel lungo e basso palazzotto, munito di portico, precedentemente insistente in quel luogo, aveva avuto sede dal 1835 l’Orfanotrofio Femminile istituito grazie ai lasciti di Ignazio Morini, Pietro Castellari e Giuliano Borghesi. Nei primi mesi del 1924, siccome i locali da tempo non si ritenevano più corrispondenti al bisogno sia per l’igiene, sia per la ristrettezza, in attesa di migliore soluzione l’Amministrazione delle Opere Pie Raggruppate deliberò la chiusura provvisoria della struttura, inviando momentaneamente le ricoverate presso il Collegio – Convitto Emiliani di Fognano. L’edificio fu riadattato per farne abitazioni da cedere in locazione e così rimase sino alla seconda guerra mondiale. Il palazzo non uscì indenne dalla guerra; bisognoso di ingenti lavori di ristrutturazione e riadattamento, rimase in rovina fino all’abbattimento avvenuto fra il 1959 ed il 1960.
Architettonicamente non aveva particolari pregi; al piano strada su via Garavini si apriva un portico, piuttosto basso, scandito da sei piccoli archi, mentre al piano superiore tre finestre insistevano sopra la metà di ogni coppia di archi. Chiudevano la facciata sei piccole finestrelle che aeravano il solaio ed il sottotetto. Non sono finora emerse fotografie della facciata su vicolo San Petronio. È noto che all’interno dell’edificio si apriva un modesto cortile. Non vi sono inoltre notizie relative all’epoca della sua costruzione ed in particolare se lo stesso sia anteriore, come probabile, o coevo all’istituzione dell’Orfanotrofio. Certo è che relativamente a questo Istituto non vi sono notizie riguardanti la costruzione ex novo di un edificio, per cui è probabile che lo stesso sia stato acquisito all’Istituto e casomai soggetto ad un riattamento solo interno. Di sicuro, la facciata sul vicolo San Petronio è stata costruita ex novo dopo il 1781 quando la Fabbrica di San Petronio, adottando il progetto di Cosimo Morelli per il nuovo tempio di San Petronio fu costretta a comprare ed abbattere almeno un edificio ed a spostare il tracciato del vicolo di San Petronio per contenere le dimensioni della nuova chiesa, alterando così l’ortogonalità delle strade interne al Castello.
Di certo, questo vecchio edificio faceva apparire, fin dalla piazza, la monumentalità della facciata della chiesa di San Petronio.

Il nuovo palazzo e l’intervento di Nicola Utili

Verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso Castel Bolognese stava completando la ricostruzione sulle rovine provocate dalla guerra e si stava dotando di edifici pubblici per ospitare i servizi della Comunità. In questo caso, si sentiva anche la necessità di un nuovo Ufficio Postale che dal dopoguerra era ospitato nella ex chiesa di Santa Croce, poi Caffè della Guerra ed ora Gelateria “la Golosa”, all’angolo tra via Garavini e via Ginnasi, in un locale angusto e scomodo sia per il pubblico sia per gli operatori postali. Per questo motivo le Opere Pie, proprietarie dell’ex Orfanotrofio Femminile, furono interessate per una nuova costruzione che potesse ospitare l’Ufficio Postale e al di sopra appartamenti da cedere in locazione.
Fu approvato un progetto che prevedeva un edificio su tre piani, oltre il piano terreno che avrebbe ospitato l’Ufficio Postale, vari altri negozi e al di sopra almeno sei appartamenti. La mole dell’edificio avrebbe tuttavia nascosto per sempre la vista della facciata di San Petronio dalla piazza, già orfana della torre civica e della chiesa del Pio Suffragio. La soluzione fu trovata da Nicola Utili, che oltretutto abitava di fronte al costruendo edificio: far arretrare la porzione superiore della costruzione quanto bastava per liberare la preziosa veduta, realizzando una grande terrazza all’angolo tra via Garavini e vicolo San Petronio a servizio degli inquilini. La proprietà accettò la proposta ed il progetto fu rivisto nelle forme poi realizzate. Dal rifacimento, tuttavia, non si salvò il portico, da allora ridotto in quella porzione di strada al solo occhio della proprietà De Giovanni.
La costruzione procedette alacremente e nel 1962 era terminata.

I ricordi legati a quell’edificio

Ho iniziato fin da subito a frequentare quel palazzo perché tra i primi inquilini ci fu mia zia Virginia Grandi che lì ha vissuto fino alla morte. I sei appartamenti, sfalsati in altezza di una rampa di scale, erano molto decorosi: un ingresso, la cucina di discrete dimensioni, una grande sala, il bagno, un’ampia camera matrimoniale ed una camera più piccola, in fondo, ove dal 1974 al 1992 conservavo il plastico delle ferrovie e la mia collezione di modellini ferroviari. Tutte le stanze affacciavano su un corridoio. I tre appartamenti lato vicolo San Petronio erano così occupati: al primo piano la famiglia di Ugo Zaniboni, che poi successivamente si traferirà in una casa di proprietà; al secondo piano mia zia Virginia, al terzo piano la famiglia di Gino Gaddoni. I tre appartamenti su via Garavini erano occupati dalla famiglia di Nino Monti, che aveva pure a disposizione una porzione di terrazzo; al secondo piano la famiglia di Italo Cani, mentre non ricordo chi abitasse all’ultimo piano. Tutti gli inquilini avevano a disposizione una cantina e tre di essi anche un garage. Un quarto garage era in comune specialmente per il ricovero di biciclette e ciclomotori.
Al piano stradale, il palazzo si affaccia su via Garavini con cinque vetrine ed altre quattro sono su vicolo San Petronio. Le prime tre erano quelle dell’Ufficio Postale. Dalla mediana si entrava nell’ampio salone diviso tra gli operatori ed il pubblico. Nel retro, alcuni uffici ed i servizi igienici. In seguito al trasferimento dell’Ufficio Postale nel nuovo edificio di Via Contoli, qui si allestì l’Antiquarium Comunale, embrione dell’attuale Museo Civico.
La quarta vetrina era quella della bottega di generi alimentari gestita da Nino Camerini assieme alla moglie. Ricordo questo negozio alquanto angusto; in fondo c’era il banco di vendita ed una porta dava nel retrobottega che altro non era che lo spazio delle ultime due vetrine affacciantesi su vicolo San Petronio le cui serrande erano infatti erano sempre abbassate.
Nell’ultima vetrina d’angolo Caterina Ancarani Zaniboni, la moglie di Ugo, vendeva i filati e la lana. Il locale si apriva anche con due vetrine sul vicolo San Petronio. Non avendo magazzino, Caterina aveva in uso la cantina di mia zia Virginia, così come Ugo, non avendo un ufficio, lì esercitava la professione di mediatore.
Il cortile era a disposizione degli inquilini e dell’Ufficio Postale: una porta infatti lo collegava agli uffici e di lì uscivano i postini per il recapito quotidiano della corrispondenza. Costoro avevano una propria rastrelliera per le biciclette, coperta da una tettoia ancora esistente. Un varco carrabile chiuso da un cancello collega il cortile al vicolo san Petronio.

L’intervento odierno

Dopo sessant’anni il palazzo aveva necessità di alcuni interventi strutturali. Il suo colore rosso, che col tempo si era alquanto sbiadito in un rosato-fragola ingombrava molto il profilo del centro cittadino. L’attuale colore giallo, a mio giudizio, rende un po’ meno visibile la mole dell’edificio rendendolo più “trasparente” nel panorama cittadino. Le finte porte e finestre dipinte hanno lo scopo di alleggerire gli alti muri privi di finestratura. Il quadrante dell’orologio, fermo sulle ore 14, dipinto sulle due pareti affacciantesi su via Garavini vuole ricordare l’ora in cui il 4 febbraio 1945 venne abbattuta la torre civica. Sul punto v’è da rimarcare che non si conosce l’ora precisa dell’abbattimento; mio padre, testimone oculare, nel libro ove illustra l’attività della Squadra di Pronto Soccorso, parla “delle prime ore pomeridiane” di quella giornata. Per convenzione, perciò, si è scelto di dipingere quell’ora, che è la “porta” del pomeriggio.

Un ricordo dei Procaccia Postali

Il Procaccia Postale è una figura ormai da tempo sparita. Si trattava di una o più persone (a seconda della grandezza del territorio o della città da servire) che la mattina all’alba ricevevano dal treno postale la corrispondenza diretta alle località da loro servite e ne recapitavano i sacchi agli Uffici competenti alla distribuzione. Operazione inversa facevano il pomeriggio. A Castel Bolognese il Procaccia riceveva dal treno i sacchi per Castel Bolognese, Riolo Terme e Casola Valsenio; mentre quelli diretti a Castel Bolognese venivano da lui direttamente recapitati in via Garavini, quelli per Riolo e Casola erano caricati nel bagagliaio della corriera là diretta. Così il pomeriggio il procaccia, che aveva un proprio ufficio nel fabbricato della stazione ferroviaria, dopo avervi trasportato il sacco in partenza da Castel Bolognese inserendovi anche ciò che era stato imbucato in stazione, attendeva i sacchi di Riolo e Casola che giungevano con la corriera e successivamente li caricava sul vagone postale diretto a Bologna ove avveniva lo smistamento (se ciò già non avveniva nello stesso vagone postale). Il Procaccia non era un dipendente di Poste e Telegrafi, ma veniva pagato a cottimo. L’ultimo Procaccia Postale di Castel Bolognese è stata Fernanda Di Dio Perna in Mazzolani. Tutta questa attività è terminata quando Poste Italiane ha deciso di provvedere direttamente al servizio di ritiro e distribuzione massiva rinunciando pure ai treni postali, agli Uffici Postali Mobili e tutti gli altri servizi legati al movimento della corrispondenza.

N.B. le fotografie del 2022 sono state tutte scattate Paolo Grandi

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