Francesco Rossi (1888-1917)

Piccole storie di uomini in guerra: Francesco Rossi, medaglia d’oro al valor militare durante la Grande Guerra

di Angelo Nataloni
(testo tratto dal sito della Società di Cultura e Storia Militare: www.arsmilitaris.org)

francescorossiA differenza degli statunitensi che numerano le strade, noi europei generalmente le intitoliamo. Poi però passano gli anni e succede sempre più spesso che quei nomi scritti sui muri perdono la loro funzione di memoria storica. Così fino a quando non ho cominciato a interessarmi alla Grande Guerra, il vicolo Rossi era solo una anonima viuzza che unisce Piazza Camerini a Via Garavini in quel di Castel Bolognese (RA).
Ma chi era Francesco Rossi? Sinceramente non me lo sono mai chiesto. A parte la data di nascita (1888) e di morte (1917) non c’era scritto il motivo della dedica. E in molti avranno fatto il mio pensiero. Guardavo distrattamente e passavo.
Poi la mia passione per la Grande Guerra ha di colpo riportato alla luce quel Francesco Rossi che, morto per l’appunto durante il conflitto, è stato l’unico mio compaesano ad essere decorato con la medaglia d’oro.
Di colpo quel Francesco Rossi ha assunto un interesse diverso, è uscito dal mio anonimato e ve lo racconto.

Francesco Rossi di Emilio e di Sirri Elvira soprannominato Frazchì d’Cirinela era nato il 9 aprile 1888 a Bertinoro, ma risiedeva a Castel Bolognese dal 1913 ed abitava nel fondo Pilastar che faceva parte della parrocchia di Casalecchio. Già combattente in Libia contro la Turchia, dove era rimasto ferito e meritò un encomio solenne, fu poi richiamato il 16 maggio 1915 ed aggregato al 6° bersaglieri entrò subito in linea allo scoppio delle ostilità.
Combatté ad Oslava, sul Veliki Hribach e sul Pecinka dove, promosso caporale, si guadagnò una prima medaglia di bronzo al valore per un fatto d’armi accaduto l’11 ottobre 1916 (“A sua domanda comandò una pattuglia che precedeva la compagnia durante il combattimento, ed assolse il suo compito con intelligenza e serenità. Occupata una trincea si offrì ancora volontario quale porta ordini tra il reparto avanzato e il Comando di battaglione, percorrendo più volte, sotto il fuoco, durante la notte lo spazio che intercedeva tra le due linee di occupazione. Dimostrò costantemente singolare coraggio ed alto sentimento del dovere – Falde Occidentali Monte Pecink, 11 Ottobre 1916”); pochi giorni dopo ne conseguì anche la promozione a caporal maggiore.
Nel maggio 1917, sul Vodice, fu promosso sergente per meriti di guerra. L’estate successiva partecipò alla battaglia della Bainsizza ed insieme al suo reparto fu quindi coinvolto negli aspri combattimenti che fecero seguito alla ritirata di Caporetto, meritandosi una seconda medaglia di bronzo per il suo comportamento durante il combattimento del 29 ottobre 1917 (“Durante un aspro combattimento fu fiero animatore di lotta, esponendosi ove maggiore era il pericolo. Già distintosi in precedenti combattimenti – Pradamanon, 29 Ottobre 1917”). Sempre in quei giorni di ripiegamento verso il Piave, si distinse ancora una volta partecipando ad un colpo di mano che procurò la cattura di 32 militari austriaci compreso l’ufficiale comandate. Ma la sua vita si concluse con un ultimo gesto di coraggio sul Monte Tondarecar, il 4 dicembre 1917 quando cadde facendo scudo al proprio comandante.
Alla sua memoria venne concessa la medaglia d’oro con Regio Decreto del 19 agosto 1921 e la seguente menzione: “Distintosi in precedenti azioni e sopra tutto durante il ripiegamento del Piave, combatteva meravigliosamente, contribuendo a riconquistare una posizione perduta. Costretto poscia a ripiegare, ed avendo perduto il proprio Capitano, si raccoglieva a disperata resistenza, incitando con la parola e l’esempio i pochi compagni superstiti vicino al comandante, per salvare il quale faceva supremo olocausto della vita. Si spegneva serenamente col nome d’Italia sulle labbra. Monte Tondarecar, 4 dicembre 1917

Monte Tondarecar (1.673 m s.l.m.) non è una di quelle cime che sentiamo spesso ricordare come il Grappa, il Pasubio, le Tofane, il Cauriol, ecc. ecc.
Appartiene al gruppo delle Melette. Una formazione montuosa delimitata da ovest dalla valle di Campomulo, a sud dalla val Frenzela e a est dalla val Grande, mentre a nord degrada sino alla piana di Marcesina. La zona è carsica e presenta caratteristiche tipiche di questo ambiente come ad esempio estese pavimentazioni rocciose dette “karren”. Un’altra peculiarità sono le formazioni rocciose a strati presenti soprattutto nei versanti est, dette localmente “città di roccia”. Da un punto di vista amministrativo, sono divise tra i comuni di Gallio e Foza sull’altopiano di Asiago (VI).
Durante la Grande Guerra sulle Melette si combatterono aspre battaglie; alcuni episodi sono narrati nel libro di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano (sulle Melette era infatti dislocata la Brigata Sassari) oltre che nel libro di Paolo Monelli Le scarpe al sole.
La zona è stata al centro di due battaglie cosiddette di “arresto”: la prima nel giugno 1916 a seguito della Strafexpedition e la seconda nel novembre-dicembre 1917 dopo la ritirata di Caporetto, quando in entrambi i casi le truppe italiane sbarrarono la strada per Bassano del Grappa al nemico. L’importanza della prima battaglia fu tale che lo stesso imperatore d’Austria, Carlo I, vi assistette personalmente. La seconda battaglia si combatté in più rate: dal 14 al 17 e dal 22 al 23 novembre 1917, ma l’attacco decisivo fu sferrato il 3-5 dicembre 1917. Esso fu talmente impetuoso che costrinse i reggimenti italiani ad arretrare sulla linea dei “Tre Monti”. Ma gli austro-tedeschi non passarono. E il monte Tondarecar era al centro di queste battaglie.
In questo ottobre 2016 camminando casualmente sulle Melette zaino in spalla, mi è venuta voglia di fare un sopraluogo sul Monte Tondarecar in ricordo del mio compaesano. E così con immensa sorpresa, a margine di un sentiero, ho trovato la lapide dedicata a Francesco Rossi.

Francesco Rossi fu uno dei quasi sei milioni di italiani che furono mobilitati per la Grande Guerra, uno degli oltre quattro milioni che vissero l’esperienza del fronte per periodi più o meno lunghi, uno dei 650 mila che non tornarono più vivi. L’unica medaglia d’oro del nostro paese. Ma Francesco Rossi non fu un eroe e probabilmente non voleva neppure diventarlo. Fu semplicemente uno di quei tanti poveri fanti ed alpini che al contrario dei nostri comandi mostrarono immaginazione, adattamento all’imprevisto, coraggio e rapidità, qualità che poi furono alla base di tutte quelle gesta definite appunto eroiche, ma spesso inutili e di cui la nostra storia militare (compresa quella del secondo conflitto mondiale) è costellata. Francesco Rossi è soprattutto un esempio di senso del dovere. Troppo spesso, nella nostra agiata e democratica società, ci dimentichiamo che un cittadino non può chiedere solo il rispetto dei suoi diritti, ma deve anche accettare i doveri che gli competono. E questo, soprattutto per chi ha vissuto le atrocità della guerra, ha avuto un prezzo. A volte molto caro.
Ecco allora che rispolverare la sua storia può essere utile per togliere una ragnatela dalla nostra memoria paesana che forse non era neppure a conoscenza della lapide a ricordo.

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La lapide in memoria di Francesco Rossi sul Monte Tondarecar (foto Nataloni)

FONTI CONSULTATE
A. NATALONI, A. SOGLIA, Castellani oltre il Piave: la memoria e il ricordo, Faenza, EDIT Faenza, 2006

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