Silvestro Camerini:
dalla Ghinotta a Piazzola sul Brenta

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Ritratto di Silvestro Camerini, di Girolamo Domenichini, eseguito nel 1858 (Castel Bolognese, Municipio)

di Paolo Grandi

Strano destino quello di Silvestro Camerini, che si riassume tutto nel motto del suo stemma gentilizio: "Nil difficile volenti", cioè nulla è difficile, volendolo. Un self made man si direbbe oggi, e sicuramente se gli Americani ne conoscessero la figura lo additerebbero ad esempio. Silvestro Camerini nacque il 5 ottobre 1777 da Francesco e Lucia Borghesi a Castel Bolognese nella casa denominata "Ghinotta", poco più che un tugurio, posta sulla strada che dal fianco delle mura dei Cappuccini menava a Biancanigo, ove la famiglia si era ritirata in assoluta povertà in seguito al fallimento del padre, dovuto a poco felici investimenti finanziari. Rimasto prematuramente orfano del padre assieme altri sei fratelli, Silvestro, ancora giovanissimo, frequenta le piazze ed i mercati della Romagna conducendovi capi di bestiame per conto terzi. E proprio in questi ambienti egli fu sensibilizzato agli imponenti lavori idraulici che si andavano compiendo già da tempo nel ferrarese e nel ravennate per il recupero di terre all’agricoltura con la costruzione di canali con sorziali e con il rafforzamento degli argini dei principali corsi d’acqua.
Non disponendo però di capitali propri, lasciò la famiglia per trasferirsi a Ferrara dove lavorò come manovale nelle opere di riparazione degli argini fluviali, poi come cariolante e quindi come "caporale di compagnia di giornalieri prendendo a governo molti barocci" fino ad avere appalti sempre più rilevanti. Negli anni dal 1825 al 1843 ottenne la commessa di "appaltatore generale delle strade nazionali dello Stato Pontificio" nonché quelle provinciali e comunali dell’Agro Romano Tra i suoi capitali figuravano anche crediti pubblici con le Amministrazioni di alcuni Stati italiani e con alcune delle maggiori potenze europee, nonché i proventi ottenuti dall'assunzione di forniture militari. Gli utili ricavati furono prontamente investiti in possessi fondiari ed urbani tanto da accumulare in breve tempo migliaia di ettari, accorpando sistematicamente proprietà in diverse province venete. In particolare il Camerini acquistò dai marchesi Lomellini di Genova, nel 1820, la tenuta Diamantina in agro ferrarese e nel 1852 acquisì dai Correr-Giovannelli il possedimento di Piazzola sul Brenta, già appartenuto ai Contarini. Esso comprendeva la villa, in grave stato di abbandono e destinata dal nuovo proprietario ad "immenso granaio", ed un vasto latifondo di 5.000 ha, il vero oggetto di interesse del futuro Duca. Il patrimonio fondiario veniva offerto in fideiussione al governo di Vienna per ottenere l’appalto delle esattorie e ricevitorie in molte città e centri minori del veneto. Da queste, oltre agli utili, il Camerini ricavò la possibilità di un esclusivo controllo sul mercato fondiario, il che gli permetteva di intervenire tempestivamente per acquistare terre svendute alle aste da inadempienti alle tasse prediali e consorziali. Le esattorie poi si costituiranno come punto di partenza per l’apertura di crediti, a cui trovano più facile accesso rispetto alle banche, anche molti Comuni, quasi una Cassa Depositi e Prestiti ante litteram. La terra quindi come mezzo per ottenere liquidità: era questo il progetto del Camerini che non investì mai nel miglioramento dei suoli e delle tecniche di produzione in quanto l’obiettivo era accumulare vaste estensioni per effettuare investimenti molto più redditizi nelle esattorie. Così l’immenso patrimonio fondirio, diretto da un’Agenzia, era condotto secondo un’ottica da "finanziere senza scrupoli", attraverso l’enfiteusi, utilizzata non a caso nelle terre in via di bonifica, la conduzione diretta e gli affitti, praticati sui fondi migliori.
Spunta da queste brevi note biografiche il non comune profilo di quest’uomo che qualcuno defini in versi "talor ritroso alla scienza spazio più vasto gli offeria l’istinto"; il futuro Duca era analfabeta e, tale, per lo più rimase per il resto della sua vita. Nell’archivio di famiglia non vi sono epistolari e carte private, ma solo documenti d’affari e notarili, contratti, diffide, processi. Certamente egli era uomo delle cose, non delle parole; ma sotto la sua figura, epitome dell’homo aeconomicus, scorreva comunque il fiume del secolo nuovo, che voleva libero mercato della terra e spazio alle iniziative individuali. Grande accentratore, temibile ed irritabile, governava una macchina potente, e con i potenti trattava: avvocati, notai e procuratori erano la sua corte, oltre ad una schiera di agenti e factotum tra cui il fratello Cristoforo (Castel Bolognese 1784
Rovigo 1858), capostipite del ramo rodigino della famiglia e padre di Giovanni Battista (Rovigo 1837-1919), futuro Conte e Senatore del Regno d’Italia.
Dai suoi detrattori fu definito a fosche tinte quale un "ricco magno" austriacante e bigotto occupato a far denaro, un uomo che compra, vende e arraffa, quindi, con furia e apparentemente senza disegno, se non un moto di terrore controriformistico, dona terre, denari, fabbricati a suore, poverelli, discoli, servi fedeli, cenobiti e gesuiti.
L’altra faccia del colosso dell’economia è purtroppo segnata dal dolore, sopportato con cristiana rassegnazione. Silvestro infatti aveva sposato Eurosia Mantovani, dalla quale ebbe un solo figlio, Giovanni morto giovanissimo (Ferrara 1808-1825). Una sincera carità cristiana mosse quindi il Camerini filantropo, quel figlio di poveri che aveva conosciuto la miseria e confidava nel suo affrancamento. Fondò istituzioni benefiche non solo a Castel Bolognese, ma anche a Ferrara, Rovigo, Padova, Vicenza, Venezia, Este, Chioggia; così pure non lesinò denaro ai parenti poveri di Castel Bolognese aiutandoli sia quando era ancora in vita, sia con lasciti testamentari. A Castel Bolognese il Camerini fu co-fondatore dell’Ospedale Civile, istitutore della Fondazione del Ricovero per i Cronici, oggi Casa di Riposo Camerini, dell’Asilo per l’infanzia oggi Scuola Materna Camenni, di Borse di Studio dette Beneficenza Artigianelli, promosse il restauro della chiesa di San Petronio, elargì sussidi ai carcerati ed ai perseguitati politici. Nel 1856, per compiacere l’arciprete di Castel Bolognese Tommaso Gamberini e lo spesso Papa Pio IX, che lo aveva già insignito del titolo di Conte, istituì "l’Opera Pia per i poveri invalidi del Comune di Castel Bolognese", affidata alla giurisdizione del Vescovo di Imola e garantita dalle rendite di terre possedute nel Lughese. Non fu politicamente legato all’Austria, che anzi vide in lui un filo-papalino ed un settario amico dei carbonari; purtuttavia egli non disdegnò di sostenere una delle più limpide figure dell’antitemporalismo religioso padovano, il preposto di Santa Sofia Tommaso De Marchi, "anima e mente del clero liberale". Tuttavia nemmeno può dirsi il Camerini amante dei moti carbonari: solo nel 1865, appena un anno prima della morte, si era ricostituito, grazie ai buoni uffici intercorsi con l’Arciprete di San Petronio in Castel Bolognese Mons. Tommaso Gamberini, il rapporto tra Silvestro ed il nipote Luigi (Argenta 1819-Padova 1885, figlio di Paolo Francesco, Castel Bolognese 1776-Ferrara 1821), poi erede della sua fortuna, interrotto in seguito alla partecipazione del giovane ai moti risorgimentali del 1848.
Silvestro Camerini venne insignito dei più diversi titoli onorifici da vari governi. Fu nominato cavaliere di più ordini, commendatore, Conte della corona ferrea, Gonfaloniere di Ferrara ed insignito del titolo di Duca conferitogli nel 1866 da Pio IX. Mantenne sempre vivo il ricordo di Castel Bolognese, che di tanto in tanto tornava a visitare; il 6 giugno 1857 ebbe l’occasione di incontrare proprio nella sua città natale il Papa Pio IX, qui in sosta durante lo storico viaggio pastorale in Romagna, che gli donò un prezioso cofanetto con le Reliquie di San Silvestro e Santa Eurosia.
La morte lo colse ottantanovenne a Padova oramai vedovo e solo, il 4 dicembre 1866 nel palazzo di via San Gaetano e fu sepolto nella chiesa di Sant’Antonino a fianco dell’Arcella, dopo solenni funerali. A Piazzola sul Brenta, in un tempietto rotondo posto a fianco della villa, il nipote gli eresse un monumento opera dello scultore Giovanni Dupré che fu anche biografo del Duca. Giova a questo punto riportare quanto ebbe a scrivere uno sprovveduto giornalista su una modesta pubblicazione milanese, Museo di famiglia del 30 dicembre 1866, a pochi giorni dalla morte del Camerini, aderendo a quanto scritto da Pietro Costa: la malignità e l’incomprensione operano in chi non riesce a concepire quanto l’intelligente operosità, favorita da particolari situazioni, possa far arrivare in alto nei meriti e nella scala sociale. "Morte di un milionario
- Il signor Silvestro Camerini, non so quante volte cavaliere e ciambellano dell’Imperatore d’Austria, ha cessato di vivere a Padova in questi giorni lasciando la tenue sostanza di 42 milioni di franchi, 24 dei quali ad un nipote qui dimorante, le cui condizioni economiche lasciavano alquanto a desiderare e 18 in vari legati. In questi ultimi, egli non ha dimenticato quasi nessuno dei campanili delle province limitrofe; le male lingue dicono che il testamento sia concepito in modo da fare il gambetto alla legge sul patrimonio ecclesiastico. A tutti i suoi impiegati, che devono sommare a più centinaia, accordò la paga in perpetuo, lasciandola loro capitalizzata. A due donne che dovettero nutrirlo delle loro poppe durante gli ultimi mesi della sua malattia, lasciò una pensione ed una casa. Sono bellissimi atti, che devono essere lodati da qualunque parte vengano. I burloni aggiungono che finalmente fra le tante belle cose, il ciambellano austriaco fece quella di protrarre di due mesi la sua morte, senza di che il milione e 500.000 franchi cui ammonta la tassa ereditaria da pagarsi al nostro governo sarebbe caduta nelle due fauci ingorde dell’aquila austriaca. Pace all’anima sua. Silvestro Camerini aveva 92 anni, sapeva appena scrivere il suo nome e 50 anni or sono fu uno dei manuali che fecero la prima strada postale da Rovigo a Polesella. Guadagnava una lira veneta al giorno, pari a 50 centesimi italiani. Misteri della vita!".

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La "Ghinotta", ora scomparsa, da cui trae il nome l'omonima via. Casa natale del Duca Silvestro Camerini.

 

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Due delle più che cinquanta lapidi in Romagna, Emilia e Veneto in memoria del Duca Camerini (Castel Bolognese, loggiato del Municipio).

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