Chiesa di San Francesco: storia dell’edificio

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La chiesa di Santa Lucia diviene chiesa di S. Francesco

Sul finire del sec. XIV, lungo la Strada Maestra, cominciò a formarsi il borgo di Castel Bolognese, in mezzo al quale, in capo al breve viale che metteva alla torre del castello, fu costruita una chiesa ad onore di Santa Lucia, la cui prima notizia certa dell’esistenza si trova in un atto del notaio castellano Menghino Ramberti, dettoBabone, datato 14 aprile 1422, ove viene menzionata come Santa Lucia de Castro Bononiensi. L’orientamento a nord della facciata principale risulta essere quello attuale, ossia verso la odierna via Emilia, Stradam Regalem. Nello stesso rogito Babone annota che adiacente ad essa si trova un Cemeterium, successivamente trasferito ad ovest dell’edificio religioso, ossia presso l’abside. La chiesa fu edificata al di fuori dalle mura trecentesche e per la sua collocazione topografica veniva comunemente chiamata: Santa Lucia extra muros. A seguito dell’aumento della popolazione castellana, la cinta muraria venne ampliata (dopo il 1425), ma l’edificio, anche se inglobato dentro il fortilizio, conservò e mantiene tuttora, la stessa denominazione canonica.
Padre Serafino Gaddoni (1877-1927) scrive che la chiesa ebbe la Rettoria fino al 1500 e annota, inoltre, che due soli furono i parroci che la ressero: Giovanni da Cerreto (1424-1435) e Paolo del fu Nicolò da Tebano (1427-1447). In un successivo documento, in data 13 febbraio 1430, redatto dal già citato notaro Menghino, troviamo alcune notizie che ci aiutano a ricostruire, anche se parzialmente, la disposizione interna della piccola chiesa castellana.
L’edificio sacro sembrerebbe costituito da tre cappelle: la maggiore intitolata a Santa Lucia (nel 1438 ebbe il sostegno di un beneficio a cura del proprio parroco Paolo), la seconda dedicata a Sant’Antonio abate (giuspatronato della famiglia Montanari di Limadizzo), l’ultima edificata da Margherita di Guercinovo in onore di San Lorenzo. Il Gaddoni rivela, inoltre, che il 15 gennaio 1447 nella stessa chiesa venne eretta una cappella a San Giovanni (non viene specificato se si tratta dell’apostolo o del Battista).
Dopo una breve parentesi di affidamento della chiesa ai frati Minori Osservanti, il 7 giugno 1447 Papa Niccolò V (Tommaso Parentucelli 1447-1455) con bolla pontificia confermava la richiesta del Vescovo di Imola Pietro Ondedei (1412-1450) di affidare la chiesa di Santa Lucia, situata nel Borgo di Castel Bolognese, ai frati minori della Provincia di Romagna. Il Santo Padre concedeva inoltre ai francescani di costruirsi un convento. La presenza missionaria dei fratelli di San Francesco portò una grande ventata di religiosità e ciò è dimostrato anche dalle numerose offerte, lasciti e testamenti che permisero loro di ripristinare in breve tempo la piccola chiesa.

La nuova chiesa di San Francesco

Sull’architettura dell’antica chiesa di San Francesco si hanno poche notizie; molto resta invece delle sue cappelle, circa una ventina, che cercheremo di conoscere. Il Corbara in un suo scritto ipotizza un tipo di costruzione della chiesa quale quello abbastanza comune nella fase gotica, cioè ad una sola grande navata a due spioventi, con tre cappelle affiancate in testata, sulla laterale a sinistra delle quali posasse il campanile. È certo che la cappella maggiore era rimasta quella dedicata a Santa Lucia, dotata di beneficio, ove la festa della Patrona veniva celebrata con grande solennità anche con un’offerta annua del Comune, che contribuì con la somma di 200 lire ad ampliarla negli anni 1536-1537 con la costruzione di un volto sopra la strada Calcavinazze (oggi via Rondinini) su cui nel 1544 sorse il coro ornato di stalli di noce.
Due delle prime cappelle laterali sono quelle di S. Lorenzo (preesistente alla venuta dei frati e dal 1564 giuspatronato della famiglia Scardovi) e di S. Biagio (dal 1574 giuspatronato della famiglia Ricci); in quest’ultima v’era esposto un quadro, restaurato nel 1648, ove era raffigurato il Crocifisso con S. Biagio ed altri santi. La famiglia Montanari nel 1461 aveva fatto erigere, in onore di Sant’Antonio abate, un altare di fronte al quale seppelliva i propri defunti. In onore dello stesso Santo e di San Giovanni Battista compare la cappella fatta costruire dal concittadino ser Giovanni Pascoli, con atto testamentario datato 27 dicembre 1530. Per volontà testamentaria di Domenico Carnevali fu eretta nel 1498 una cappella a San Giovanni, nel documento non viene specificato se si tratta dell’evangelista o del Battista.
Sulla destra, entrando, in aderenza al muro della facciata, fu edificato nel 1490 e dotato di un beneficio dagli eredi di Rosso Zangari di Mazzolano, un altare a San Tommaso. Il dipinto ad olio rappresentava l’apostolo di fronte a Cristo, nell’atto di mettere il dito nel costato del Salvatore, ai lati erano raffigurati San Pietro e Santa Maria Maddalena. Memorie posteriori, del 1534, 1567 1574 lo ricordano della famiglia Mazzolani.
Consultando le Visite Pastorali a cominciare dalla metà del XVI secolo troviamo che fin dal 1491 era stata eretta una cappella dedicata a San Paolo e dotata di un beneficio. Un altare costruito presso un pilastro della chiesa e dedicato alla Madonna, venerata sotto il titolo di Assunzione di Maria Vergine al cielo, è menzionato in un documento del 23 gennaio 1514; l’atto lo indica di giuspatronato di Mastro Bolognesio Bettini. Questa è la prima notizia riguardante la devozione a Maria con questo particolare titolo.
Altre notizie rivelano che la famiglia castellana dei Contoli aveva fatto costruire agli inizi del Cinquecento una cappella in onore di San Francesco dotandola di un proprio beneficio e nominandovi, a partire dal 24 marzo 1519, don Rinaldo Contoli quale rettore. Sopra l’altare, oltre S. Francesco, era dipinta sul muro l’immagine della Madonna, che fu ravvivata nelle tinte nel 1582.
Il 7 aprile 1523 mastro Giovambattista Pallantieri dispone perché ogni anno il 16 agosto sia celebrata la festa di San Rocco e se i suoi figli fossero morti senza eredi, voleva che fosse innalzata e dotata una cappella ad onore del medesimo santo. Di tale altare più non si parla negli anni successivi, segno evidente che si ritenne più opportuno celebrare la festa. Ad un altro altare è legato il nome della famiglia Pallantieri: quello di Santo Stefano protomartire, eretto per volontà testamentaria dal cavaliere Alessandro (1530?-1610) con rogito notarile del 10 maggio 1610. La Visita Pastorale del 1648 rivela che sopra il muro del sopracitato altare erano affrescati una Madonna con Bambino, Santo Stefano e San Giovanni Battista. Una successiva Visita Pastorale, compiuta cinque anni dopo, indica una variazione nella rappresentazione pittorica: al posto del Battista era stato effigiato San Cristoforo.
Era stato costruito pure un altare in onore di Santa Pudenziana, di giuspatronato della Comunità, in occasione del voto fatto dal popolo di Castel Bolognese, di celebrare ogni anno la festa, per essere scampato all’assedio ed al saccheggio dei Guasconi il 19 maggio 1512 – festa della santa-.
Un rogito del 31 ottobre 1534, rogato dal notaro castellano Gottarelli, oltre a rivelare che nell’angolo della chiesa francescana (verso piazza Bernardi) era dipinto un affresco raffigurante la Vergine, fa riferimento, per la prima volta, non più alla chiesa di Santa Lucia, ma all’Ecclesiam S. Francisci. Questo significa che il popolo castellano, a circa un secolo dalla venuta dei frati, identificava l’edificio religioso col nome del “poverello di Assisi”, pur mantenendo l’intitolazione a Santa Lucia.
La Sacrestia dava su Piazza Bernardi e, tra questa e la chiesa, sorgeva il campanile. Collegato dal voltone su via Calcavinazze si apriva il convento, di cui si dirà a parte.

La nuova chiesa

Nella seduta del 2 ottobre 1702, presieduta dal Padre Guardiano Giacomo Filippo Ricci da Santarcangelo, i frati deliberarono di erigere una nuova chiesa. L’architetto di corte Francesco Fontana (Roma 1668 – Castelgandolfo 1708) propose tre progetti (uno dei quali è quello realizzato) per il nuovo San Francesco, obbedendo al volere dei frati che non intendono distruggere il campanile il quale, come detto, si trovava in fondo alla navata, posato accanto alla cappella maggiore e, quindi, in posizione abbastanza centrale guardando l’intero corpo della chiesa. Ciò impose all’architetto di “tenere più grande a capace che sia possibile la nave maestra della chiesa” e, d’altro canto, di “ricorrere ai ripieghi dell’arte per nasconder all’occhio il corpo quadrato del campanile e far che questo con il suo impedimento faccia nel tempo istesso officio d’ossatura al principal Altare della chiesa”. Come un architetto di corte abbia realizzato una chiesa in Romagna si spiega forse con la presenza in quegli anni quale Parroco dei Santi Dodici Apostoli, da sempre chiesa dei Minori Conventuali in Roma, di un Castellano: padre Serafino Gottarelli, che fu già Ministro Provinciale dei Frati Minori in Bologna dal 1680 al 1683, morto a Roma nel 1706 mentre lo stesso Francesco Fontana stava provvedendo alla ricostruzione in forme settecentesche della medesima chiesa, opera iniziata nel 1702 e terminata dal padre Carlo a causa della prematura scomparsa, ad appena quarant’anni, dell’architetto.
L’edificio venne ristrutturato in maniera radicale, molti altari vennero demoliti e purtroppo diverse opere d’arte andarono disperse. Ciò creò non pochi malumori nei “patroni” degli altari oggetto di “ripristino”. Le cronache annotano che fra i castellani più battaglieri contro l’operato del Padre Guardiano si distinse il Conte Giovanni Domenico Ginnasi (1666- ?) il quale agitava coi frati una vertenza assai curiosa: padre Ricci era accusato d’aver fatto costruire sopra la strada, di notte, un voltone che poi fu atterrato manu regia per ordine del Card. Legato, dietro protesta del paese. “Il guardiano per rifarsi, demolì affatto gli altari della sua chiesa, rendendola in tutto sospesa, e spezzò i banchi della Comunità di detto castello e del conte Giandomenico Ginnasi, sfogando in questa maniera la sua collera. Nella notte, in cui fu demolito il voltone su la strada, furono demoliti tre altari, cioè il maggiore, e quelli del Crocifisso e di S. Pudenziana della Comunità. Fu fatto un altare in sacrestia dal muratore Annibale Mainardi. Il detto padre si servì del materiale delle sepolture per la fabbrica della nuova chiesa con danno notabile dei padroni” si legge nel Gaddoni, che riprende la cronaca da un documento dell’Archivio di Stato di Bologna.
Il 2 giugno 1703 lo stesso Padre Guardiano pose la prima pietra del nuovo edificio sacro “in una parte della vecchia chiesa”. Inevitabili compromessi permisero al nuovo tempio di proseguire senza intoppi nella sua edificazione. Nel 1710, mentre i lavori erano ancora in corso, il vescovo di Imola, card. Ulisse Gozzadini, dispose che nell’erezione dei nuovi altari, che sarebbero stati in numero assai minore rispetto alla chiesa precedente, fossero assegnati ad ognuno più benefici. Un disegno datato 1760 (ritrovato presso l’Archivio dei frati francescani di Bologna dal geometra Domenico Gottarelli) dell’architetto Bolognese Giuseppe Alberti, raffigurante la pianta completa della chiesa e del convento, dimostra che in tale anno tutto era stato definitivamente portato a termine.
A pochi decenni dalla sua costruzione, la chiesa francescana venne messa a dura prova dal tristemente famoso terremoto del 1781. I danni furono ingenti anche se non si ebbero fortunatamente vittime fra la popolazione castellana. Vennero maggiormente colpiti i campanili e le cupole delle chiese di tutto il territorio comunale. I frati affidarono il ripristino dell’edificio all’architetto imolese Cosimo Morelli (1732-1841) ma, per mancanza di mezzi economici, non fu possibile realizzare l’intervento previsto.
Trascorsero pochi anni ed un nuovo “cataclisma” si abbatté sull’intera Europa: Napoleone Bonaparte. Con l’occupazione francese (1797) vennero soppressi tutti gli Ordini religiosi che subirono anche la confìsca dei propri beni. La chiesa, rimasta aperta al culto, ebbe il titolo di nazionale e fu dichiarata sussidiaria dell’arcipretale poco dopo, cioè al ripristino del governo pontificio, che la dotò di una pensione annua di 75 scudi.
Nel 1843 il cardinale pro-tesoriere ebbe in animo di concedere la chiesa in giuspatronato ad una distinta famiglia, ma a ciò si oppose il vescovo di Imola card. Mastai-Ferretti, il quale istituì una Deputazione con a capo l’arciprete di San Petronio, allo scopo di provvedere al mantenimento ed ai restauri, che al momento si presentavano urgenti al campanile ed ai soffitti.
Il terremoto colpì nuovamente il paese nel 1854 col conseguente pericolo di caduta della cupola della chiesa, per cui furono necessari adeguati restauri. Il Vescovo di Imola, pertanto, nel febbraio del 1856 decise di istituire una Deputazione per la Fabbrica, composta dall’Arciprete di San Petronio quale Presidente, dal Priore Comunale, da due Amministratori dell’Eredità Parini: D. Giuseppe Emiliani e Giuseppe Camerini, dal rettore Don Valpondi, e dai sig.ri Dott. Antonio Deggiovanni, Antonio Barbieri, Francesco Valdrè e Antonio Martelli. La chiesa non fu chiusa al culto per cercare di scongiurare la decisione, già presa dall’Arciprete Gamberini e sostenuta dal vescovo, di trasportare definitivamente l’Immagine della B. V. della Concezione in San Petronio ed abbandonare la chiesa di San Francesco al proprio destino. Si decise pertanto di trasportare l’Immagine della B. V. della Concezione sull’altare maggiore, di rendere inagibile al popolo la navata, e di ridurre la chiesa al solo Presbiterio e coro, utilizzando anche la Sacrestia, non interessata dai pericoli di crollo. Per solennizzare però le feste di Pentecoste, la Novena dell’Immacolata, e la Festa della Concezione, allora celebrata il 2 febbraio, si ritenne opportuno trasportare l’Immagine in San Petronio il giorno prima, riportandola in San Francesco il giorno dopo il termine di queste feste. Si usò così per dieci anni, fino al termine dei restauri. La cupola, secondo quel che scrive don Garavini, finì per crollare nel 1858. I lavori di riparazione, progettati dall’architetto ticinese Costantino Galli, giudicati alquanto costosi dall’Arciprete Gamberini (si spesero oltre 5.000 scudi), cominciarono nel 1861 e furono ultimati nel 1866. Dell’originalità dell’opera del Galli è testimone il dott. Corbara che in un suo scritto così descrive l’ardita costruzione: “Fatto è che caduta la cupola come s’è detto, restò aperto il grave problema del tetto, poi risolto tra il 1861 e il 1866 solo dall’estrema abilità di costruttore di un altro oriundo ticinese, Costantino Galli, operoso a Faenza, cui si dovette l’invenzione, arditissima a causa dell’ampiezza del tratto, di una travatura lignea intrecciata, sotto la quale egli distese la volta d’incanniciato. Come giustamente affermano l’Emiliani e il Gaddoni — e posso testimoniare io stesso che la esaminai — era un capolavoro di tecnica, e talmente portante e robusto che neppure le lesioni delle bombe riuscirono a farla cadere. Bucherellata, e qua e là spezzata, nel dopoguerra essa era sempre lassù, con accanto il suo modellino, altro piccolo capolavoro. Tutto fu dissennatamente distrutto, invece che restaurato, col risultato che il coperto attuale non tiene affatto. Quasi ogni anno o per una ragione o per l’altra ha dovuto essere rammendato, mentre il continuo filtrare dell’acqua sul cemento armato delle travi e sul reticolato metallico della soffittatura provoca una progressiva disgregazione, il cui destino è oscuro.”
Un anno dopo, a seguito dell’entrata in vigore della Legge n. 3848 datata 15 agosto, la chiesa fu devoluta al Demanio, ossia divenne patrimonio del nascente Stato Italiano. L’acquisizione, in pratica, non cambiò la sua destinazione d’uso e rimase comunque aperta ed officiata da sacerdoti cappellani della parrocchiale di San Petronio. Per un brevissimo periodo però, verso la fine del XIX secolo, la stessa venne requisita e trasformata in magazzino
Il Tempio della B.V. della Concezione, data la sua bellezza artistica ed architettonica, fu inserito nel 1932 fra i monumenti di maggior pregio della provincia ravennate. A seguito degli eventi bellici della seconda guerra mondiale ed in particolare con la sosta del fronte sul fiume Senio, la chiesa venne quasi interamente distrutta. Don Italo Drei (1920-1983) ricordò che il 29 dicembre 1944 l’artiglieria alleata colpì il campanile e la facciata secondaria dell’edificio. In questo particolare momento storico va segnalata la figura di don Antonio Garavini (1885-1966), il quale si prodigò, oltre che all’assistenza della popolazione castellana, anche al recupero ed alla salvaguardia delle suppellettili, degli arredi e delle opere d’arte di San Francesco. Terminata la guerra, il paese pian piano fu ricostruito con tenacia e tanti sacrifici. La sensibilità dei castellani, del loro parroco don Giuseppe Sermasi (1904-1979) e del Dott. Antonio Corbara (1909-1984) fecero sì che, dopo diversi anni, la chiesa potesse riaprire le sue porte. Con commozione generale il 15 giugno 1965, dopo oltre venti anni dalla sua distruzione, il Tempio della “Madonna di Castello” venne riaperto con solenni festeggiamenti. Purtroppo mancavano diversi componenti del progetto originario del Fontana: il campanile, il coro, la sacrestia e il voltone. La guerra ha voluto lasciare il suo ricordo, commentò amaramente don Italo Drei.
Verso la fine degli anni settanta l’edificio religioso ebbe necessità di una nuova ristrutturazione, anche per poter festeggiare degnamente il 350° anniversario della preservazione del paese dalla peste che si sarebbe poi celebrato nel maggio-giugno del 1981. Sotto la guida dell’allora arciprete don Gianni Cenni si insediò un Comitato col compito di sensibilizzare l’opinione pubblica, Enti e Istituti di Credito per reperire fondi. Lo sforzo dei castellani ebbe un buon esito e molti interventi furono realizzati. La manifestazione vide una grande partecipazione popolare e l’intervento del Cardinale Luigi Ciappi inviato per l’occasione dal Santo Padre.
Il “calvario” della chiesa francescana non sembra aver fine. Le continue infiltrazioni d’acqua e le piccole ma continue vibrazioni dovute al transito dei mezzi pesanti sull’adiacente via Emilia hanno nuovamente minacciato la stabilità della cupola con la conseguente caduta di intonaco all’interno dell’edifìcio. L’allora parroco, don Gianni Dall’Osso, il 23 luglio 1990 chiese l’intervento della Prefettura e della Soprintendenza per la riparazione della chiesa, in quanto Patrimonio dello Stato. Il 10 agosto dello stesso anno, il Sindaco del paese emise un’ordinanza con la quale, per la salvaguardia della incolumità pubblica, vietava la celebrazione di funzioni religiose. Il 9 gennaio 1993 il Provveditorato alle OO.PP. dell’Emilia-Romagna poneva il recupero della chiesa fra le priorità del bilancio di quell’anno. Tra il 1993 ed il 1994 vennero eseguiti i lavori di restauro, rinforzo ed impermeabilizzazione della cupola che all’interno venne anche completamente ridipinta. San Francesco poté così riaprire le sue porte ed accogliere trionfalmente la B. V. della Concezione il 15 maggio 1994.

PAOLO GRANDI

BIBLIOGRAFIA:

GADDONI S.: Le chiese della Diocesi di Imola – I – Imola, 1927.
CORBARA A.: L’architetto Francesco Fontana per S. Francesco di Castel Bolognese in: Studi e memorie su Castel Bolognese, Imola, 1973.
DREI I.: La Chiesa e il Convento di San Francesco in: Il voto della Pentecoste e la tradizione religiosa castellana, Galeati, Imola, 1981.
SANGIORGI P.: La Madonna di Castel Bolognese, Castel Bolognese, 1993.

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Pentecoste 1965: il ritorno della B. V. della Concezione in San Francesco dopo i primi restauri. Don Antonio Garavini infermo viene accompagnato all’ultimo commovente incontro con la Madonna un anno prima della morte. La processione che riportò la statua della Madonna nella chiesa di San Francesco, è ritratta mentre è in sosta di fronte all’Ospedale.


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