Il Monastero della Santissima Trinità

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La Comunità di Castel Bolognese aveva in progetto di costruire un Monastero femminile fin dal 1535, quando deliberò che fosse eretto, a spese comunali, sotto il titolo di Santa Pudenziana onde affidare a quelle monache la festa della suddetta santa, indetta nel 1509 per ringraziarla dello scampato pericolo e della vittoria sui Guasconi. Ancora il 4 aprile 1568 la Confraternita della Misericordia stanziò 250 lire per lo stesso scopo, da erogarsi in 50 lire annue a cominciare dal giorno in cui fosse iniziata la fabbrica. Nessuno dei due progetti vide la realizzazione, per cui, nel 1582, l’allora giovane monsignor Domenico Ginnasi si propose di erigere un monastero per le Domenicane. Divenuto Cardinale, il 5 dicembre 1612 ottenne da Paolo V la bolla di erezione; il 24 giugno 1613 venne posta la prima pietra e, terminati in gran parte i lavori già il 23 ottobre dello stesso anno, il successivo 2 novembre 1613 Chiesa e Monastero vennero solennemente benedetti, presente il cardinale Ginnasi, suo nipote monsignor Annibale Serughi Ginnasi arcivescovo di Manfredonia, il vescovo di Imola Rodolfo Paleotti.

Il Ginnasi avrebbe voluto erigere il Monastero presso la Chiesa del Corpus Domini, cioè nella Rocca del Castello, ma non vi riuscì; pertanto acquistò sulla Via Emilia, dal lato verso valle, alcune case, una delle quali era stata di proprietà di Girolamo Pallantieri, un suo parente, mentre un’altra casa con portico davanti, e che molto servì perché la chiesa riuscisse più decorosa, gli fu donata dalla Comunità. Affidò poi la costruzione del Monastero all’architetto fra Domenico Paganelli che già stava innalzando poco oltre sulla Via Emilia il palazzo di famiglia, e che, sicuramente, non demolì le preesistenti costruzioni, ma si limitò ad adattarle; ne sono prova sia gli archi tamponati di portico riportati alla luce circa quindici anni fa sulla facciata a seguito dei lavori di restauro, sia alcuni ambienti interni ove si conservano belle volte quattrocentesche ad ombrello. Del Paganelli, costruita ex novo, è senza dubbio la bella e raccolta Chiesa con il retrostante coro delle Monache, dedicata alla Santissima Trinità, mentre il Monastero fu intitolato alla Beata Vergine ed ai Santi Domenico e Francesco. I lavori di edificazione e di adattamento del Monastero continuarono però fin verso il 1616. In una lettera del Cardinale all’architetto in data 31 gennaio 1615 si legge che: “le Monache si dolgono che la loggia toglie il lume alla Chiesa e che quando vogliono dir vespro bisogna che accendano li lumi” e pertanto egli chiede che si provveda di conseguenza; ancora in una lettera dell’11 marzo 1615 il Cardinale scrive: “Ho preso molta consolazione dell’animo che V. P.tà mi dà con la sua del nostro Monastero et che riesca, com’Ella dice un gioiello“; tuttavia ancora nella lettera del 12 settembre 1615 il Cardinale supplica il Paganelli affinché porti a termine la fabbrica del Monastero. Solo nelle successive lettere si tace sul Monastero e, pertanto, è lecito pensare che, finalmente, la costruzione fosse stata compiuta.

L’ingresso solenne delle prime suore, Cecilia Orfei priora e Arcangela Nicolucci, maestra delle novizie, appartenenti alla Domenicane di Faenza, ebbe luogo il 3 novembre 1613; con loro entrarono nel nuovo monastero tredici giovani bramose di dedicarsi al Signore: questi i loro nomi: Laura e Diambra Ginnasi di Domenico, in religione suor Domenica e suor Lucrezia, Diamante Pallantieri di Giorgio poi suor Caterina, Bianca Marchesini di Orazio poi suor Dionisia, Cinzia Bussarini di Domenico poi suor Zenobia, Francesca Baldassarri poi suor Antonia, Armellina Contoli di Domenico, poi suor Achilla, Giulia Gabellotti di Damiano poi suor Ersilia, Agnese Parini poi conversa con il nome di suor Maria Tommasa, Paola Guarini di Rocco poi conversa col nome di suor Eufrasia. Tutte costoro erano di Castel Bolognese. Provenivano invece da Imola Cecilia Codronchi di Cesare poi suor Francesca, e da Faenza Lucrezia e Francesca Ricciardelli di Scipione poi suor Alessandra e suor Giovanna. Il corteo si mosse processionalmente da Palazzo Ginnasi per portarsi nella Chiesa di San Francesco, ove monache e novizie ricevettero la benedizione dal vescovo Paleotti ed ascoltarono un fervoroso discorso tenuto dal padre Cristoforo da Verucchio, guardiano dei Cappuccini di Imola.

Il Cardinale dotò il Monastero di molti beni mobili ed immobili. Nell’inventario del 1648 ed in altri inventari vi si trovano elencati: “Una possessione nella Villa di Donegaglia territorio di Solarolo, con tre case sopra, di tornature 90; un loghetto con casa ad uso d’orto di tre tornature posto in borgo di Castel Bolognese” ed altri terreni nelle Ville di Casalecchio, di Barignano e dello stesso Castello. Fra i beni mobili, si trovavano quattro busti di santi donati dal Cardinale nel 1617, sei candelieri ed una croce d’argento recanti lo stemma Ginnasi, stimati nel 1740 circa 1.500 scudi, lasciati al Monastero dal Cardinale con il testamento del 16 agosto 1638.
Nel 1783, durante i lavori eseguiti alla facciata, fu murata una lapide presso l’atrio di ingresso, in memoria del benefattore cardinale Ginnasi:

D. O. M.
DOMINICO S.R.E. PRAESBITERO CARDINALI
GINNASIO QUOD ASCETERIUM HOC
FUNDAVERIT DE SUO CONSTRUXERIT DOTAVERIT
PROBANTE PAULO V SUMMO PONTIF.
AGNATI
MONUMENTUM POS.
ANNO MDCCLXXXXIII

Traduzione: A Dio Ottimo Massimo A Domenico Ginnasi cardinale prete di Santa Romana Chiesa, che questo Monastero fondò, costruì e dotò del suo, con la approvazione di Paolo V Sommo Pontefice, i parenti posero questo monumento nell’anno 1783.

Un’epoca triste segnò il Monastero durante la dominazione francese in Italia. Nel 1797 fu proibita la accettazione delle novizie e l’anno seguente ebbe luogo la soppressione del Monastero. Il governo tollerò che le suore continuassero ad abitarvi, ma l’11 luglio 1810 vennero definitivamente espulse in virtù di un decreto del 25 aprile di quell’anno. Chiesa e Monastero furono spogliati dei beni e degli arredi sacri, in parte venduti all’asta, nel rimanente dispersi; l’edificio fu comprato da Paolo Liverani il 4 marzo 1811: era una persona molto pia, che diede i natali a monsignor Francesco Liverani (1823-1894), protagonista del pensiero politico della seconda metà dell’Ottocento, in stretta amicizia con Antonio Rosmini e con il papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti 1846-1878) che lo aveva conosciuto ed apprezzato quando questi era Vescovo di Imola ed il Liverani giovane seminarista di quella città.

Il Liverani concesse ad alcune suore, benché secolarizzate, di abitare l’ex convento, confidando di riaprirlo. Nel 1816 cominciarono le trattative ed il 14 dicembre 1818 la Congregazione dei Vescovi e Regolari emanò il decreto di riapertura; le suore rientrarono il 24 settembre 1821 dopo che il Liverani aveva provveduto ad un generale restauro del Monastero, riservando per sé e per i suoi discendenti il giuspatronato. Il 6 giugno 1857 Pio IX di passaggio per le Romagne sostò circa un’ora nel Monastero che, ritornato fiorente, dovette subire una nuova chiusura a causa delle leggi eversive del nuovo Stato Italiano nel 1886. I figli del defunto Paolo Liverani, monsignor Francesco e avvocato Lorenzo, intentarono una causa contro il Governo come usurpatore di un edificio di loro proprietà. Con sentenza del 17 marzo 1892 del Tribunale di Ravenna fu riconosciuta la ragione agli eredi Liverani, che poterono restituire e donare il Monastero alle suore domenicane con atto notarile del 10 luglio 1893.

Durante la sosta del fronte sul fiume Senio, dal dicembre 1944 all’aprile 1945, il Monastero dovette subire, come del resto l’intera città, bombardamenti e rovine; una parte delle monache venne rifugiata a Bagnara di Romagna, mentre la rimanente si oppose fermamente ai ripetuti tentativi delle truppe tedesche di violare la clausura. Le sue cantine servirono da rifugio e da asilo, in quei mesi di disperazione, a numerose famiglie sfollate della Parrocchia della “Pace”, che si trovavano sul Senio in pieno fronte, ed in esse fu riparata anche la Sacra Immagine della Beata Vergine della Concezione, patrona cittadina, per salvarla dalle offese perpetrate alla Chiesa di San Francesco.

Oggi il Monastero, che ospita 21 monache ancora in stretta clausura, rappresenta per Castel Bolognese una istituzione religiosa senza eguali, un dono di grazia e di fede, che ricade a beneficio dell’intera popolazione castellana.

Tratto da: GRANDI P., Il Cardinale Domenico Ginnasi, Faenza 1997.

PAOLO GRANDI

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