Relazione sui danni di guerra subiti dal comune di Castel Bolognese

(presentata dal CLN al Ministro competente)

Arnaldo Cavallazzi

Non è facile dare una dimostrazione dei danni bellici, sia morali che materiali e fisici, sofferti dal Comune di Castel Bolognese e dai suoi abitanti durante il periodo della guerra ed in ispecie quelli subiti durante il tempo intercorso dal novembre 1944 al 15 aprile 1945, quando il fronte si è stabilizzato sul Senio, pur tuttavia noi che abbiamo vissuto quei mesi di inferno nelle cantine dell’abitato proveremo di farne una pallida relazione.

Castel Bolognese, comune di 6.000 anime, posto a cavaliere della Via Emilia, la maggior rotabile della regione, durante gli ultimi sei mesi ha subito danni ingentissimi tali da essere classificato fra quelli maggiormente sinistrati della zona del Senio.

Il suo territorio essendo limitato dal fiume Senio per un tratto di circa 10 Km. durante la sosta invernale è stato il campo di battaglia degli eserciti in lotta e da ciò la causa maggiore delle sue disgrazie. L’agglomerato del paese, le sue adiacenze, le frazioni e i vari punti strategici hanno subito un centinaio di attacchi aerei e gli abitanti sono stati costretti a vivere per lunghi mesi nelle cantine, in rifugi sotterranei al pari delle talpe, bersagliati continuamente come da bufera che mai non resta, da centinaia di bocche che vomitavano ferro e fuoco.

Il territorio del paese non ha avuto un metro quadrato di terreno che non sia stato ripetutamente colpito; la vicinanza del Senio, in certi punti distante appena 700 metri, rendeva pericolosissimi anche il fucile e la mitragliatrice.

Le case di campagna sloggiate con la violenza dagli invasori tedeschi venivano depredate di quanto vi si trovava: bestiame, granaglie, vino, biancheria con la distruzione di quanto non si poteva asportare, minando con mine i fabbricati onde servirsi del legname per la costruzione di rifugi o per coprire camminamenti; tutto il territorio veniva trasformato in un immenso campo trincerato. I rurali rifugiatisi in paese, si ammucchiavano nelle cantine diventate vere bolgie infernali. Regnava fra la popolazione il terrore perché alle abitazioni erano state scardinate porte e finestre, sfondati i muri e il predone tedesco, senza sforzo, poteva penetrare nelle cantine, nelle abitazioni per impossessarsi di quanto trovava.

Durante il periodo da Natale a Capodanno i civili subirono le maggiori umiliazioni da parte dei tedeschi; i soldati di una nazione che avrebbe avuto la pretesa di vincere e di dominare il mondo davano miserevole spettacolo di se stessi rivelando la barbarie loro particolare. Bande di avvinazzati travestiti da pupazzi si avventuravano nelle cantine per commettere soprusi, prepotenze, ruberie o in cerca di avventure galanti mentre fra i rifugiati regnava lo squallore, la miseria, la disperazione. I frequenti cambi di reparto, fornivano ai loro componenti l’occasione di appropriarsi di veicoli e di biciclette per trasportare il bottino rapinato e così le provviste della popolazione, dai viveri ai medicinali, dalle reti da letto alle cucine economiche, dai materassi alle coperte, dalle lenzuole agli utensili di cucina, venivano continuamente assottigliate dai razziatori tedeschi. Spesso, e specie di notte, dalle cantine si levavano clamori e proteste che qualche volta finivano a suon di mani coi germanici specie quando ubriachi tentavano il ratto di donne, ratto che tante volte riusciva. Liti scoppiate per le strade e il malcapitato al mattino veniva trovato colpito a morte.

Ai primi di gennaio, in seguito a una nevicata che aveva abbondantemente imbiancato il terreno, una intera divisione si mimetizzò con tessuti di lino e di canapa violentemente rubati ai cantinati.

Le cantine migliori erano fatte sloggiare dai civili e adibite ai vari comandi; molte volte il trasloco avveniva di notte senza rispetto a donne e a fanciulli che vagavano per il paese in cerca di un rifugio sotto lo scoppio delle granate e in condizioni climatiche delle peggiori.

I cittadini dai 15 ai 65 anni prelevati dalle cantine per essere adoperati nei servizi diurni e notturni, di corvè alle linee o per costruire camminamenti che portavano da un fabbricato all’altro, da strada a strada; lo scopo principale era sempre quello di arrecare ai fabbricati ed alle strade i maggiori danni.

Le molte stufe che riscaldavano i ricoveri degli invasori, inghiottivano enorme quantità di legname secco, fatto di travi e di mobilio, che squadre di civili erano obbligati ad apprestare. Pianti e grida uscivano dalle cantine per invocare un famigliare caduto, per protestare per le robe rubate, tutti invocanti la fine di tanto supplizio. Allo scrosciare della mitraglia, al tambureggiare delle artiglierie si alternavano gli incendi provocati dai proiettili incendiari; sulle strade deserte si vedevano solo i carretti dell’UNPA e del Pronto Soccorso traballanti sulle macerie portando o feriti all’ospedale o morti al cimitero, scortato solo dall’occhio triste e avvilito di figure lacero e smunte che si affacciavano dai vani delle case.

Le condizioni sanitarie non erano delle migliori; l’ospedale trasformato in un fortilizio dalle truppe di occupazione era colpito da ogni lato, i cronici, gli ammalati e i feriti, ricoverati nel sottosuolo buio e umido un unico chirurgo, per quando anziano e malandati in salute, era sempre pronto ad ogni bisogno, ad ogni necessità in nome del dovere, le medicazioni e le amputazioni venivano compiute a lume di candela, con pochi disinfettanti e senza sieri. Il tetano e la cancrena angustiavano sollecitamente le piaghe dei feriti, mentre nelle cantine dell’abitato serpeggiava la difterite.

Il paese era completamente staccato dal mondo civile, abbandonato da tutti, alle prese con la miseria, con la fame, con le malattie contagiose, con la disperazione. Dopo la liberazione di Faenza (15 dicembre 1944) il fronte stabilizzato sul Senio, la prospettiva di una dura situazione aveva indotto molti castellani a pensare seriamente al da farsi per risolvere la crisi immancabile e fu così che alcuni uomini organizzarono la cottura del pane aprendo un forno e gestendo uno spaccio di carne. Altri cittadini, non ignorando che Bologna attraverso i secoli, in altre contingenze, aveva aiutato il suo Castello, che aveva costruito nel 1388, nuovamente ricorsero al suo aiuto. Bologna rispose con slancio all’appello e dopo pochi giorni, il paese passato alle dipendenze della Provincia di Bologna, poteva ricevere medicinali, viveri e la evacuazione dei feriti più gravi. La popolazione si solleva, il magazzino viveri funziona, e con esso gli uffici municipali. I membri della commissione che si era formata per togliere dal caos il paese, composta nella sua maggioranza di perseguitati dal fascismo, si improvvisarono impiegati comunali e malgrado gli scrosci delle mitraglie e delle granate la vita tende a normalizzarsi. Tutti auspicano ed attendono la liberazione, ma la liberazione non viene. Ma ecco finalmente all’alba del 12 aprile una pattuglia alleata raggiunge l’abitato. Viva la libertà!

La popolazione esce dalle cantine e tripudia per le strade riscaldata da una bella giornata di primavera; ma ahimè quante miserie, quante rovine e quanti lutti!

Il 5% della popolazione è caduta per non più rialzarsi, il 10% è rappresentato dai feriti; quante amputazioni, quanti ancora con le ferite sanguinanti mentre il nostro disgraziato paese è ridotto in condizioni edili da muovere pietà.

Ecco lo stato attuale dei fabbricati di interesse pubblico:

-Mulini -I mulini in numero di tre hanno cessato tutti di funzionare; uno è distrutto; gli altri gravemente danneggiati, impediti per i gravi danni subiti dal canale che ne alimenta il moto.

-Scuole – Le scuole del capoluogo si trovano in condizioni da non poter essere riaperte, perché oltre ai danni alle strutture, sono sprovviste di porte e di finestre. Quelle di campagna, su 4, 3 risultano distrutte solo la 4 è nelle condizioni di essere riaperta agli scolari.

-Palestra – ginnastica: messa in condizione di servire allo scopo per il quale essa è stata creata.

-Teatro Comunale- Il teatro comunale, costruito nel 1919 con la solidarietà di tutti i cittadini senza distinzione di parte politica, è miseramente crollato.

-Orfanotrofio femminile- I danni alle strutture e la mancanza di porte e finestre renderanno impossibile l’uso dei vasti locali a cominciare dalle piogge autunnali. Oggi le misere orfanelle vivono quasi all’aperto.

-Asilo infantile – L’asilo infantile è rimasto completamente distrutto. I bimbi che ne ricavavano beneficio sono in attesa di un nuovo locale che soddisfi ai loro bisogni.

-Maternità e infanzia – Locali e masserizie gravemente danneggiati. L’istituzione non funziona.

-Ospedale Civile – L’ospedale civile, nelle strutture e nelle attrezzature è rovinato. Trattato da fortilizio durante l’invasione ne ha subito tutte le conseguenze.

-Ricovero Cronici – Il ricovero cronici fa parte del corpo dei fabbricati dell’ospedale, quindi in condizioni misere.

-Chiese – Delle 12 chiese ed oratori del capoluogo nessuna è in condizioni di essere riaperta ai fedeli. Delle 6 chiese parrocchiali di campagna 4 sono distrutte e le 2 rimanenti danneggiate. Fra le maggiormente sinistrate meritano di essere menzionate il bel S. Petronio, opera dell’architetto Morelli, e il maestoso S. Francesco entrambe nell’abitato del capoluogo.

-Campanili – Nell’agglomerato non vi è rimasto traccia di campanili. Minati alla base sono scomparsi il campanile di S. Petronio, di S. Francesco, del Suffragio e di Santa Maria. Il campanile di S. Petronio opera d’arte del secolo XIV era uno dei più belli della nostra Romagna.

-Cimiteri – Neppure i cimiteri sono stati risparmiati dalle offese belliche; tutti danneggiati quelli delle frazioni in vicinanza del Senio: della Pace e di Biancanigo risultano distrutti.

-Stazione FF.SS. – La stazione delle ferrovie dello Stato è quella che ha subito i maggiori attacchi aerei, ed è completamente distrutta nei fabbricati e nelle attrezzature.

-Fognature del Paese – In moltissimi punti interrotta perché colpita da bombe di aeroplano e da granate e nel complesso gravemente danneggiata.

-Fornitura idrica – La fornitura idrica dell’interno del Paese è gravemente compromessa; un solo pozzo artesiano funziona in modo insufficiente ai bisogni della popolazione. I pozzi comuni essendo stati nella loro maggioranza inquinati ai tedeschi, si è creato una situazione favorevole al diffondersi del tifo.

-Condizioni di viabilità – La viabilità all’interno del paese non è ancora stata ripristinata perché enormi cataste di macerie sbarrano molte strade, in gran parte disselciate.

-Monumenti storici ed artistici – La torre quadrata che sorgeva al centro del paese, opera del secolo XIV, che era l’orgoglio di tanti castellani, demolita per brillamento di mine il 4 febbraio 1945. La chiesa monumentale di S. Sebastiano dedicata ai caduti per la Patria, opera artistica di Maestro Lamberto da Castel Bolognese, costruita in principio del XVI secolo è semi distrutta e con essa un prezioso affresco ed una sontuosa cancellata in ferro battuto. La facciata delle ex scuole comunali del capoluogo comunale è completamente rovinata; era stata costruita su disegno dell’architetto Giuseppe Mengoni.

-Energia Elettrica – L’energia elettrica da circa un anno è stata tolta. Gli impianti sono tutti da rifare e non si ha nessuna sicura notizia di quando potrà essere ripristinata.

-Edifici industriali – Le maggiori industrie del paese e cioè quelle della raccolta della frutta, la fabbricazione dei vini e la cernita degli stracci erano rappresentate da una dozzina di stabilimenti. Di questi una metà sono andati distrutti, i rimanenti sono in condizioni di non poter riprendere il lavoro in breve tempo.

-Fabbricati all’interno del paese – I fabbricati esistenti all’interno del paese per una superficie di circa metri quadrati 82.000 risultano danneggiati nella seguente minuta:

fabbricati sinistrati al 25% – metri quadri 13.000
50% – 20.500
70% 24.500
100% 24.000

Dai dati qui esposti risulta in modo chiarissimo che il 60 % di tutti i fabbricati dell’agglomerato sono da ricostruire, appena il 40 % sarebbero riparabili; quelli non colpiti o con danni inferiori al 25 % sono in quantità tanto trascurabile che si è creduto di non elencarli.

-Frazioni di campagna – Le frazioni più importanti sono due: Ponte del Castello e Biancanigo, che per il fatto di essere collocate sulla sponda sinistra del Senio, hanno subito le maggiori rovine, anzi quella di Ponte del Castello è stata addirittura rasa al suolo. In complesso le case che compongono le varie frazioni sono in numero di 190 e di queste 100 sono da ricostruire, mentre le altre 90 hanno subito danni da consigliarne la riparazione.

-Fabbricati rurali – I fabbricati rurali sparsi nel territorio agricolo del nostro comune hanno subito danni proporzionati agli altri edifici del paese sia pubblici che privati. Le case coloniche sono così classificate in base al sinistramento avuto:

case che hanno bisogno di lievi riparazioni numero 66;
case sinistrate al 25% – n. 89;
case sinistrate al 50% – n. 100;
case da ricostruire n.135.
Totale case coloniche n. 390.

-Condizioni della viabilità in campagna – Tutti gli incroci stradali, anche di poca importanza, hanno subito danni rilevantissimi. Le mine hanno operato in larghezza e in profondità, i fianchi fatti saltare, alcune località sono rimaste tagliate fuori perché prive di comunicazione.

-Condizione del terreno – La superficie coltivata entro i confini del comune, raggiunge ettari Ha 319,95. In ogni campo il terreno è rimasto sconvolto dalle granate e dalle bombe di aeroplano, i frutteti o distrutti o tagliati alla base; pure tagliata alla base decine di migliaia di piante e di vite ordinate in filari; altre vite, altre piante a migliaia, stroncate dalle schegge di granata. I numerosi campi di mine apprestate dai tedeschi oltre che recare numerosi danni e nuovi lutti hanno impedito la raccolta delle messi rimaste in autunno e dei foraggi. Numero 86 poderi risultano minati per una superficie di 600 ettari.

-Situazione degli alloggi – Dai dati sinora raccolti in questa relazione sui danni di guerra patiti dal comune di Castel Bolognese balza fuori spontanea la domanda: – e la popolazione com’è accasata?-. Avvenuta la liberazione, la popolazione, piuttosto che cercare ricovero in altre zone meno colpite ha insistito nel rifugiarsi nei fabbricati meno rovinati, in attesa delle riparazioni necessarie che non si sono potute effettuare per mancanza di mano d’opera e specialmente per assenza completa di materiali edili. Partendo in tali condizioni, al sopraggiungere della cattiva stagione, appena 3.000 abitanti saranno in grado di ripararsi sommariamente dai rigori dell’inverno, per gli altri 3.000 sarà necessario trovare un modo di sistemarsi. Ci è stato annunziato l’arrivo di numero 10 baracche di legno; abbiamo accolto con soddisfazione la notizia, ma dobbiamo francamente dichiarare che il ricovero di poche dozzine di colpiti è ben lungi dal soddisfare le esigenze dei sinistrati del nostro paese. Si rendono necessaire molte, ma molte altre baracche di legno, e specialmente l’affluire di materiale edile per poter rabberciare quelle abitazioni che sono in condizioni di essere riparabili; tenendo conto che per il fatto che le case di Castel Bolognese sono tutte costruite sopra cantine sotterranee, lo scuotimento prodotto dalle bombe di aeroplano e dalle granate, ha raggiunto il sottosuolo dei fabbricati rendendo lo studio di un piano regolatore che eviti la ricostruzione sulle vecchie fondamenta e metta la via Emilia, la maggior arteria stradale della Regione, in condizioni di essere allargata, per sopperire alle necessità dell’oggi e ai bisogni del domani.

-Condizioni Economiche – La rovina edile del paese ha messo in condizioni identiche le industrie grandi e piccole, l’artigianato, il commercio e l’agricoltura. Le industrie vinicole, le più numerose, quelle frutticole e quelle relative alla cernita degli stracci sono ferme per la distruzione che abbiamo accennato nel corso di questa relazione e quelle riattivabili non lo potranno essere in breve tempo per mancanza di riparazione e per l’assenza di energia elettrica. Il personale addetto a tali stabilimenti aggrava la disoccupazione. L’artigianato che era il nerbo dei lavoratori dell’agglomerato non ha ancora trovato la forza di risollevarsi dal baratro nel quale è caduto l’inverno scorso, in conseguenza delle distruzioni avvenute nelle sue officine, delle attrezzature sconvolte e soprattutto per la mancanza di materie prime. Il commercio è arenato per mancanza di generi o distrutti o razziati, solo il mercato nero trionfa a beneficio dei molti lestofanti e a danno del misero consumatore.

-Agricoltura- Al lavoro dei campi, partecipano direttamente 2.000 rurali tra maschi e femmine -un terzo della popolazione totale del comune- . I campi semidistrutti e minati; le case coloniche distrutte o danneggiate, il frumento seminato in misura ridotta l’autunno scorso, non si è potuto liberare a primavera dalle erbe parassite e il raccolto, in parte abbandonato perché rovinato, è stato insufficiente; i cosiddetti “marzuoli” non si sono potuti seminare, le viti ed i frutti non sono stati potati e non hanno avuto i trattamenti invernali, in conclusione metà del terreno lavorativo è rimasto incolto.

-Patrimonio zootecnico – Il patrimonio zootecnico in consegna ai rurali ha subito la sorte di ogni altra branca dell’attività terriera. Lo specchio che segue se ne possono ricavare le conclusioni più amare.

Animali presenti alla fine del mese di ottobre 1944 e rimasti al 15 aprile 1945:

Bovini n. 2925 rimasti n. 103
Suini 2906 53
Cavalli 120 9
Asini 20 4
Muli 6 0
Ovini 512 15
Pollame 39.742 450
Conigli 9.854 830

-Macchine ed attrezzi agricoli – Le macchine ed gli attrezzi agricoli o sono stati rubati o danneggiati e così i fili pensili delle viti, i pali di sostegno delle medesime ecc.. Le piccole industrie vinarie della campagna hanno avuto gli attrezzi spezzati; il vino rubato, il bottame trattato come combustibile. Il contadino, per quanto innamorato della terra, senza casa, con il terreno minato, non ha fatto ritorno al suo lavoro sgomento, avvilito da tanta rovina ha dovuto ingrossare la più misera delle categorie: il bracciantato.

-Altre cause di disagio – Castel Bolognese a tre mesi e mezzo dalla liberazione, può dire di non aver avuto alcun aiuto, se si eccettuano pochi viveri avuti attraverso il comando alleato. Materiali per la ricostruzione non se ne sono ancora visti: qualche promessa e nulla più. Gli abitanti, al giungere dell’inverno, saranno obbligati a ritornare nelle cantine, situazione tragica che si avvicina a grandi passi. La popolazione che non ha avuto alcuna promessa è in balia di se stessa, attende aiuto ma non lo spera e si sente abbandonata. Una missione americana, che si era interessata, senza alcuna nostra richiesta della ricostruzione del nostro ospedale, in questi giorni ha restituito i progetti relativi, la missione deve partire e l’ospedale resta da rifare. Eterna illusione è lo sperare nella generosità degli altri! Ciò nonostante i castellani non si perderanno d’animo e il loro borgo dovrà risorgere dalle macerie nelle quali la sventura l’ha sepolto.

Castel Bolognese, ha dato attraverso i secoli una quantità di uomini illustri, degli artisti come Giovanni Bernardi, Giovanni Piancastelli, Giuseppe Guidi, di dotti della Chiesa quali Petroncini, Ginnasi, Pallantieri, Camerini Saverio, dagli uomini d’arme come Pascali, Pallantieri, Balduzzi, Budini; di medici di valore come Ferri, Mazzolani, Biancini, dei giureconsulti come Gambarelli, Bragaldi, ai letterati come Contoli, Poggi, Liverani, idraulici come Camerini Silvestro, agli architetti Antolini e Moretti, dei Patrioti come Franceschelli, Capra, Marzali, Pirazzini, Budini e cento altri; ha dato anche un console alla Repubblica Romana: Pier Giovanni Panazzi.

Il nostro paese che spontaneamente, accettò il soffio vivificatore della rivoluzione francese, fu nel 1796 la sentinella avanzata della Cispadana ed anche allora il Senio segnò il confine tra i due stati: fra la Chiesa e Napoleone come nel III secolo aveva segnato i limiti tra il regno Lombardo e l’Esarcato.

Il Risorgimento è la pagina migliore della nostra storia: nei moti del 1821/31 i castellani dettero mente e braccia battendosi a Rimini; colui che fu poi Napoleone III fra le nostre mure fu esule e cospiratore. Nel 1848 una centuria di concittadini, che furono gli arditi della truppa pontificia contro l’Austria lasciarono morti e feriti a Vicenza. Nel 1849 alla difesa di Bologna e di Ancona altro sangue spargevano i castellani e così nello stesso anno aiutarono la Repubblica di Roma e quella di Venezia nella difesa che doveva preludere alla liberazione d’Italia dal gioco straniero. Le carceri pontificie furono costantemente popolate dai nostri patrioti, alcuni finirono la loro esistenza nel carcere di Pagliano, altri salirono sui patiboli. Nel 1859 a S. Martino nel 1960 a Milazzo coi Mille altri castellani facevano olocausto della loro fiorente giovinezza, nel 1866 nel balze del Tirolo, a Condino, a Bezzecca, nel 1867 a Mentana, irrorarono di sangue i campi e cadevano sugli spalti di Monte Rotondo; otto prodi facevano la parte dei 78 che coi Cairoli si batterono a Villa Glori. Nel 1897 erano nuove vittime in difesa della Grecia, contro il turco invasore, a Domokoss. Nella guerra contro il secolare nemico dal 1915 al 1918 oltre cento castellani lasciarono la vita sui campi di battaglia. Nelle calamità nazionali gli abitanti di questo comune si sono distinti, lasciando la vita, come infermieri fra i colerosi e con squadre di soccorso nei terremoti. Nelle agitazioni politiche e sociali hanno dato largo contributo alla propaganda popolando le carceri nel 1874, nel 1894, nel 1898.

Castel Bolognese ora porta le gramaglie delle sue sventure dopo aver subito la più atroce delle distruzioni che la sua storia ricordi.

(Documento conservato nell’Archivio privato Scilla Cavallazzi Liverani)

 

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