Galline sante… e uova miracolose!

di Paolo Grandi

I miei ricordi di bambino mi riportano oggi in un mondo che sa del quotidiano ma che ormai è scomparso quasi del tutto.
In casa mia si consumavano abbastanza uova, sia per lo zabaione quotidiano preparatoci a merenda, sia per confezionare la pasta fatta in casa o comunque fresche o sode per altre ricette e piatti.
La nostra fornitrice (che era tale ancora dai tempi del ristorante della stazione) era Vargina, Virginia Varoli, la mamma di Duilio Bernardi, scomparso da alcuni anni a seguito di repentina malattia, che passava in bicicletta e si fermava a consegnarcele in numero assolutamente pari o multiplo di sei: la “capa” era l’unità di misura che corrispondeva a 24 uova, “meza capa” erano 12, “mité ‘d meza” erano 6.
Succedeva però che non sempre Vargina ci poteva fornire le uova oppure che le esaurisse per via di una grande richiesta, così come, a causa della sua età avanzata, ad un certo punto lei smise venire a Castello e cessò definitivamente il suo commercio.  Mia mamma in questi casi mi incaricava di recarmi dalle Monache Domenicane.  Costoro infatti all’epoca avevano tanti animali da cortile ed anche la stalla con i maiali perciò commerciavano le uova che le loro galline depositavano quotidianamente.  E forse perché vivevano in quel luogo santo o chissà per quale stramberia della natura, non era raro trovarne una o più con due tuorli.
Ero piccolo, ed andare dalle Monache era per me una festa: infatti, inforcata la bicicletta, potevo finalmente valicare quell’insuperabile confine che era il “bar Giardino” e, ligio a tutte le raccomandazioni fattemi, poter attraversare la via Mazzini (allora via I Maggio non esisteva…) ed il viale Umberto I.  Arrivato nell’androne del Monastero, suonavo la campana della porta: poco dopo una voce dall’accento veneto (che poi era suor Michelina, la portinaia) si sentiva da un pertugio di un’anta: “Sia lodato Gesù Cristo” “Sempre sia lodato – rispondevo – sono Paolo e sono venuto a comprare le uova”  “Vieni alla ruota che te le do” ed il pertugio si richiudeva.  Di fronte alla ruota accadeva l’altro arcano: la giravo, vi mettevo la sporta e la rigiravo all’interno; nel frattempo cercavo di scoprire le fattezze di quella suora dal piccolo occhiello della ruota, ma non era facile anche perché era abbastanza in alto e ci arrivavo ancora con un po’ di difficoltà.  Ad un certo punto la ruota girava e riappariva la sporta piena.  Poi lasciavo i soldi e la suora prontamente da dentro mi diceva “aspeta che te do la rimanensa”, cioè il resto.
E via a casa; però….si sa che le uova sono fragili; e fare lo slalom in bicicletta fra i tombini del viale Cairoli non era il massimo per preservarle.  Così qualche uovo finiva in frittata, massime quella volta che le feci fuori tutte perché per prender un tombino scivolai e la bicicletta mi scappò da sotto così finimmo tutti in terra: le uova, la bici e me.  Poi fu la volta dei rimproveri……
Le uova delle Domenicane erano conosciute per tutto Castello e molti si recavano là ad acquistarle.  Tra costoro mia zia Alma Zannoni Cornazzani, i cui dolci erano una delizia e che riusciva a confezionare meringhe (gli spumini) impareggiabili nel sapore e nella cottura.
Poi anche le Monache, per questione di igiene, trovandosi in pieno centro, furono costrette a liberarsi degli animali da cortile.  Sono così finite le uova (sante) con due tuorli…

Foto di Paolo Grandi

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Paolo Grandi, Galline sante… e uova miracolose!, in http://www.castelbolognese.org

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