Maria Landi – La Torr

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Un destino crudele ed una malvagità cieca hanno deciso della tua esistenza. Svettavi nel cielo, sopra le case, con la tua mole slanciata e leggiadra. Guardavi di lassù i paesani che svolgevano la loro esistenza ai tuoi piedi. Eri il simbolo della compattezza e della forza : nulla e nessuno, nel corso dei lunghi secoli, avevano potuto o voluto avere la meglio su di te. Eri il punto di riferimento al quale senza rendersene conto, ognuno guardava. Facevi parte di tutto quello che era il nostro paese.
Nessuno si meravigliava del tuo esistere : eri lì da sempre e da sempre ognuno ti trovava lì all’inizio della vita e lo accompagnavi fino alla fine dei suoi giorni. Col suono della campana che viveva con te, chiamavi a raccolta i bambini della scuola, avvertivi del pericolo che incombeva sul paese e sugli abitanti, davi l’estremo saluto a chi si incamminava nel suo ultimo viaggio. Poi ci fu quel triste giorno in cui fu decretata, con mentalità bieca, la tua fine e tu rovinasti al suolo, come tutto il paese.
Il paese risorse, ma tu no e noi da allora siamo un po’ più poveri.

La steva sempr’im pì ‘te’ fond dla piaza,
elta squadreda, fata d’pré d’na volta
ch’agl’iaveva ciapè e culor dè temp,
coti da è sol, carpedi dai giazon.
L’eva zencv-sizent enn, la nostra torr,
quand c’a la cnunsè mè, de’ trentanov.
Andeva a scola a e’ son d’la su campana,
“la dulurosa”
che la matèna agl’ i ott la scampanèva
l’ariveva una dona, la Panèna
cun una gran ciavtaza un po inriznida,
l’arveva un finistrì e cun una manvèla
la feva salté fura una scaltèna,
l’andeva sò e dop un queich minut,
e cminzeva e’ sturmì de’ campanon.
Nò baben c’a vnegna da la campagna,
c’a segna un po’ piò indrì d’quii de’ paes
a zarchegna d’arivé prèma d’agl’i ott,
par puté ster a vdé la cerimonia
d’la dona cl’a suneva e’ campanon.
Pù andegna d’corsa d’drì e’ Sufragi,
duv cl’era la funtana d’Ravaiol,
cl’a deva un aqua fresca e ruzinosa;
un um piaseva brisa e’ su savor,
mo andeva a bé listess a là in’te’ fond
detr’a che bus, scavé ‘te’ mezz d’la piaza.
E pù via, a la scola, guardend vers a la torr,
cl’aveva un grand arloi in s’dò fazéd,
vers la muntagna e vers a la valéda.
A j o impare ed cnosar i nomr’intigh,
guardend a e’ su arloi toti al maten.
Si enn, as sen vesti ques tot quent i dè.
Mè andeva a scola, lì la steva alè,
abadend a e’ su paes, stes sota d’lì,
prutizend i Castlen da là s’la veta,
cum che fa una ciòza cui pulsen.
L’aqua, e’ vent, al bufer, i taramòt,
gnint, in gnà mai fat gnint,
l’era rubosta com una muntagna.
Neca la guera cun granat e bomb
la ieva fat soltant un queich scurgon.
Parò un brott dè, poc prèma ch’finess l’inferan
i la minè ‘ti pi’ cun cativeria,
e cun un bott tremend la caschè zò.
L’era ormai premavira, i prem d’fabrer.
E’ mond l’era svarsé tott sora e sota.
La cativeria l’eva fat sparì t’un sgond
e’ segn piò bel de’ nostar por paes.
E turnet e’ bon temp dop un queich dè:
e’ rott e fo’ amasé pianè,  pianè,
al ca, al stré, al cis, i chemp spalté
i turnè a nova vita, i risurzè.
Mo par la torr, par veia dl’ignuranza…
…la su Pasqua l’a’ ancora d’arivé.

Stava sempre in piedi in fondo alla piazza,/ alta, squadrata, fatta di pietre antiche/ che avevano preso il colore del tempo/ cotte dal sole, screpolate dai ghiacci./ Aveva cinque-seicento anni la nostra torre/ quando la conobbi io nel trentanove./ Andavo a scuola al suono della sua campana/ la “dolorosa”/ che la mattina alle otto rintoccava./ Arrivava una donna la “Panena”/ con una grossa chiave arruginita,/ apriva un finestrino con una manovella,/ faceva uscire adagio una scaletta/ andava su e dopo qualche minuto/ cominciava lo stormir del campanone./ Noi bimbi che venivamo dalla campagna/ un po’ meno svegli di quelli del paese/ cercavamo di arrivare prima delle otto/ per poter stare a veder la cerimonia/ della donna che suonava il campanone./ Poi andavamo di corsa dietro il Suffragio/ dov’era la fontana di “Ravaiol”/ che dava un’acqua fresca e rugginosa./ Non mi piaceva affatto il suo sapore,/ ma andavo a bere lo stesso laggiù in fondo/ dentro quel buco scavato nella piazza./ E poi via, alla scuola guardando verso la torre/ che aveva un grande orologio su due facciate,/ verso la montagna e verso la vallata./ Ho imparato a conoscere i numeri romani/ guardando il suo orologio tutte le mattine./ Sei anni ci siamo viste quasi ogni giorno,/ io andavo a scuola, lei restava lì,/ badando al suo paese steso lì sotto/ proteggendo i castellani di là in cima/ come fa una chioccia con i suoi pulcini./ L’acqua, il vento, le bufere, i terremoti,/ niente, non le hanno fatto mai niente/ era robusta come una montagna./ Anche la guerra con granate e bombe/ le avevan fatto soltanto scorticature./ Ma un brutto giorno, poco prima che finisse l’inferno,/ la minarono ai piedi con cattiveria,/ e con un botto tremendo cadde giù./ Era ormai primavera, i primi di febbraio./ Il mondo era rovesciato sopra e sotto./ La cattiveria aveva fatto sparire in un secondo/ il segno più bello del nostro povero paese./ Tornò il bel tempo dopo qualche giorno./ Il rotto fu riparato piano piano,/ le case, le strade, le chiese, i campi devastati/ tornarono a nuova vita, risorsero./ Ma per la torre, per via dell’ignoranza…/ …la sua Pasqua deve ancora arrivare.

Tratto dalla raccolta “Pinsir in zirandla”, 1999

La Torre aveva due campane, una grande ed una piccola. La maggiore (la “Dulurosa”, quella che chiamava gli alunni a scuola), fu rifusa dopo la liberazione e collocata nel 1975 su un cippo all’angolo tra via Antolini e via Piancastelli.

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