Mons. Francesco Liverani

Mons. Francesco Liverani
(Biblioteca comunale di Castel Bolognese, Fondo personaggi).

Mons. Francesco Liverani si spense nel 1894 a Cortona, ultima tappa di un esilio volontario in cui scontò le conseguenze di una presa di posizione anticonformista a favore dell’Unità d’Italia. Il Risorgimento nazionale costituì per lui, come per molti cattolici, un caso di coscienza, che affrontò con coraggio, ma senza fortuna.

Giordano Bruno diceva che quando il primo bottone dell’abito non viene abbottonato nel verso giusto, la successione dei rimanenti viene stravolta. Per il Liverani il bottone mal posto, che doveva aprire la sequela delle sue tribolazioni, fu la morte tragica e prematura del padre a Castel Bolognese, piccolo borgo di Romagna incuneato tra Imola e Faenza, ove il monsignore nacque il 22 febbraio 1823.

Nel 1831 il moto ordito da Ciro Menotti di Modena aveva innescato in Emilia, in Romagna e oltre un’insurrezione prontamente soffocata dall’intervento austriaco. Ma neppure la dura reazione di Gregorio XVI, appena salito al soglio pontificio, riuscì a spegnere il fermento rivoluzionario che faceva della Romagna una sorta di Vandea alla rovescia, continuamente turbata da violenti contrasti tra le fazioni avverse. L’assassinio di Paolo Liverani, padre di Francesco, fu uno dei tanti delitti consumati in quel clima insurrezionale. Il Liverani, sanfedista o “papalone” malvisto dagli avversari, fu colpito a morte da una fucilata al petto la sera del 31 luglio 1831 mentre recitava le orazioni affacciato ad una finestra della sua abitazione. Nell’inverno successivo i famigliari, duramente provati dalla luttuosa perdita, lasciarono Castel Bolognese per la vicina Imola, ove trovarono alloggio nel palazzo dei conti Tozzoni.

Nel febbraio 1833 fece solenne ingresso in Imola, per prendere possesso della Cattedra di San Cassiano, Giovanni Maria Mastai Ferretti di Senigallia, ex arcivescovo di Spoleto. Francesco, il più giovane dei maschi della famiglia Liverani, si attirò ben presto la benevolenza del nuovo vescovo, che lo convinse ad entrare nel seminario diocesano e, successivamente, lo mise in condizione di iscriversi all’Accademia dei nobili ecclesiastici di Roma, facendolo ammettere con i fratelli al ceto patrizio di Senigallia.
Quando dal conclave del 1846 il vescovo di Imola, nominato in precedenza cardinale, uscì eletto Papa Pio IX, si prospettò al Liverani, già membro dell’Accademia, una brillante carriera nella corte vaticana.

Fin dall’inizio del pontificato Papa Mastai lo gratificò con pubbliche manifesfazioni di amicizia, che sortirono gli effetti temuti dai molti invidiosi. Don Francesco, giunto nel frattempo alle soglie della laurea ad honorem e dell’ordinazione sacerdotale, fu nominato prelato domestico e insignito di molti altri titoli come quello di protonotario apostolico partecipante. Nel 1854 produsse uno dei risultati più consistenti dei suoi studi storico-letterari, ancora agli esordi ma promettenti: la pubblicazione di un trattato sulle reliquie della Natività conservate nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, di cui era stato nominato canonico. Le accuse di plagio rivoltegli dai colleghi, il disaccordo con il cardinale Patrizi, arciprete della basilica messo in cattiva luce dal Liverani presso il papa per aver trascurato la disciplina, fecero divampare le ostilità mal celate. Il prelato romagnolo venne presentato come un uomo volubile, pazzo ed anche inaffidabile per presunte relazioni con persone sospette, tra le quali il mazziniano Aurelio Saffi da Forlì. Il Liverani, non favorito certamente dal suo temperamento impulsivo, fu sopraffatto dall’ondata di accuse e di malignità che raggiunsero l’obiettivo di inimicargli Papa Mastai.

Nel gennaio 1861 lasciò Roma e si portò esule volontario in Toscana. A Firenze frequentò il Gabinetto Vieusseux ove conobbe, tra gli altri, Giuseppe La Farina, Cesare Correnti, Alessandro Lamarmora. Da Firenze spediva al giornale piemontese “L’Opinione” una serie di articoli contro il cardinale Giacomo Antonelli, segretario di Stato (uno Stato ormai ridotto al solo Lazio) di Pio IX, inseriti poi tra i documenti in appendice al volume: Il Papato, l’Impero e il Regno d’Italia (Firenze, Barbèra, 1861). Nei capitoli quarto e quinto del libro l’autore attacca frontalmente il cardinale Antonelli e i suoi famigliari oriundi della Ciociaria, tra i quali il conte Filippo, governatore della Banca Romana: una vera e propria consorteria accusata di avere gettato “la rete su tutta Roma” e di avere trasformato il principato di Santa Chiesa in “una Società di traffico e di cambio”, ovvero in una sorta di tangentopoli del secolo scorso.
In queste pagine la vis polemica del Liverani tocca i vertici della sua veemenza, implacabile nel centrare i bersagli quanto quella di Lutero alle prese con “l’avarizia romana”. La denuncia degli scandali introduce alla tesi centrale sostenuta nel volume: la necessità da parte del papa di rinunciare al potere temporale, la cui funzione storica doveva considerarsi esaurita e di accordarsi con lo Stato italiano. Non è forse un caso che la pubblicazione coincidesse con la missione segreta affidata dal Cavour al Padre Carlo Passaglia, corifeo dei chierici antitemporalisti, nell’intento di risolvere pacificamente la questione romana.

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La missione fallì e il Passaglia venne censurato. Il Liverani ne assunse le difese in un altro volume: La dottrina cattolica e la rivoluzione italica (Firenze, Barbèra, 1862), in cui scagliò gli strali acuminati della sua faretra contro il conservatorismo fanatico dei Gesuiti, i loro sofismi, i loro intrighi per fare definire dogma la necessità del dominio temporale pontificio. Negò inoltre al papa il diritto di emanare sanzioni canoniche per questioni politiche.

Il Liverani additava come vanto dell’Italia la compattezza del suo popolo nella credenza religiosa cattolica ed auspicava che questa solida tradizione spirituale e culturale fosse il germe del Risorgimento nazionale e sociale. Temeva che l’ostilità verso il patriottismo del popolo italiano potesse comportare la rottura della sua unità religiosa, mentre riconosceva che “le conquiste più splendide della fede sono in mezzo ai popoli più liberi”. Il suo pensiero politico, tuttavia, non può essere interamente compreso nella corrente del cattolicesimo liberale, condannato da Gregorio XVI nell’enciclica “Mirari vos” e affermatosi nell’età della Restaurazione con il Montalembert e il movimento dell'”Avenir”. Alcune convinzioni di fondo separavano mons. Liverani dal conte De Montalembert: il prelato di origine romagnola non condivideva del teorico francese la difesa del potere temporale e la formula “libera Chiesa in libero Stato”, ripresa poi dal Cavour in senso diverso.

Il Liverani può essere considerato un precursore della Conciliazione senza ignorare, tuttavia, i limiti della sua proposta: far rivivere il Sacro Romano Impero nella restaurazione dell’impero dei romani.

“La questione romana – egli scrive – sarebbe sciolta, sol che al titolo di Re d’Italia s’accompagni, col volere del pontefice, il titolo, il diritto e la corona d’Imperatore dei Romani” ed ancora auspica: “Non sia lungi il giorno, in che Vittorio Emanuele, novello Carlo, si presenti ad offrire al sepolcro di San Pietro l’Italia riscattata, e a prendere da quell’altare, per tanti secoli deserto, la corona dell’impero”.

Egli era profondamente convinto di non riesumare il misticismo medievale e di indicare alla rivoluzione italiana un obiettivo inserito nel percorso storico dell’Italia e compatibile con i tempi nuovi. Ma a distanza di tempo la sua proposta appare ancor più fragile e inconciliabile con il quadro politico dell’Europa moderna: un’utopia che non sapeva distinguere la sfera religiosa da quella politica e non si rendeva conto che l’alleanza trono-altare era storicamente superata. Per tali ragioni il Liverani non poteva essere compreso nè dagli intransigenti nè dai liberali. L’avversione dei suoi denigratori ebbe gioco più facile e il destino non poteva riservargli altro che solitudine ed oblio, per lui tanto più amari da sopportare quanto più aveva goduto degli onori e della protezione dei potenti.

La reazione dei Gesuiti della “Civiltà Cattolica” fu molto dura e gli scritti del prelato entrato in rotta con Pio IX sfuggirono all’Indice per l’intervento del cardinale napoletano D’Andrea, vicino ai liberali. Mons. Liverani venne privato di ogni carica e beneficio con l’aggravio dell’allontanamento dalla mensa eucaristica. La perdita del patrimonio lo costrinse a vivere in condizioni economiche disagiate.

Dopo aver lasciato Firenze, peregrinò inquieto per vari luoghi dell’Italia centrale, tra i quali Siena, Chiusi, Magione. La passione degli studi fu il solo lenitivo di tutti i suoi disagi. Innumerevoli nuove pubblicazioni evidenziavano una singolare vastità di interessi e di competenze. I soggiorni in Toscana lo stimolarono negli studi archeologici particolarmente rivolti ad individuare la chiave della lingua etrusca. Richiamandosi alle polemiche che seguirono il trattato delle reliquie di Santa Maria Maggiore, egli scrive: “D’allora in poi lo studio è diventato come una seconda natura e la dottrina l’unico respiro della mia vita… i libri sono stati il mio conforto, la mia consolazione e l’unico rifugio, nel quale ho trovato scampo in ogni calamità” .

Per i meriti scientifici acquisiti ricevette diversi riconoscimenti, tra i quali una onorificenza da parte dell’Imperatore d’Austria. Ma il riconoscimento più ambito venne da Roma, quando furono maturi i tempi in cui Papa Mastai potè ricredersi sull’illustre prelato. La riappacificazione con il pontefice ebbe luogo nel 1873 con la mediazione di una sorella dei Liverani stesso, superiora dell’Educandato di Fognano. La religiosa aveva ricevuto la vestizione dal cardinale Mastai Ferretti quando questi, nel 1846, sostò a Fognano, sulle colline di Faenza, durante il viaggio da Imola a Roma per recarsi al conclave. Per sua iniziativa, a conclusione di laboriosi preliminari, il fratello si decise a produrre una ritrattazione, in cui domandava perdono al papa anche per lo scandalo dato.

Prima dell’incontro che doveva suggellare la riconciliazione, il papa, informato che il monsignore era venuto a Roma ricoperto da poveri abiti, gli mandò il cardinale Nina con il sarto di palazzo per rivestirlo dalla testa ai piedi, ma il Liverani preferì presentarsi all’udienza indossando alcuni capi che aveva chiesto a prestito. Nel corso del colloquio, alla presenza del cardinale Nina, Pio IX risalì alle origini dell’amicizia, sottolineando che mons. Liverani “era figlio di tale, che era stato vittima della sua devozione verso la S. Sede” e ai canonici di Santa Maria Maggiore, venuti ad ossequiarlo per la festa di San Pio V, disse con sdegno: “Siete voi altri che mi avete fatto adirare contro il Liverani, ma egli è un galantuomo e voi siete una banda di ribaldi”. Garantì inoltre al prelato un assegno a vita, che contribuì solo in parte a sollevarlo dalle ristrettezze economiche. Il Liverani, tuttavia, non cedette all’invito di Pio IX che lo voleva ancora a Roma; gli assicurò la corrispondenza epistolare, ma restò fermo nel proposito di vivere per sempre lontano da quella città. Nel 1877 venne ad abitare a Cortona, ove rimase fino alla morte.

L’inserimento nel nuovo ambiente fu certamente molto difficile. In uno sfogo con il cardinale Nina, il Liverani lamenta: “Il vescovo di Cortona al quale feci una visita la prima volta che venni qua, dove trovai ancora l’amico Bartolini, non si è mostrato al mio ritorno quale avrebbe dovuto essere. Non voglio tediare V.E. con racconti prolissi. Io sono venuto a Cortona dopo essere stato affrontato in Magione dai framassoni in odio non della mia persona, ma della S. Sede e di S.S., quindi egli non dovrebbe essere mai causa per me di amarezza ed imbarazzi”. Ma sul conforto di Pio IX non poteva più contare. Da Roma gli giungevano notizie preoccupanti sulla salute del pontefice, che si sarebbe spento l’8 febbraio 1878.

Intanto a Cortona mons. Liverani portava in pegno l’orologio al Monte Pio e si scontrava con il clero locale. Significativo è il contrasto con il Padre Antonino Fioresi, dopo appena un anno di soggiorno a Cortona: “Nelle feste di S. Margherita -scrive il prelato- pregato dal P. Fioresi scolopio a soccorrere la nuova fabbrica, diedi quanto mi trovai di meglio alla mano e feci stampare un opuscolo, nel quale ingenuamente censurai quanto era stato scritto eziandio dai coetanei, intorno alla Santa. Questo ridestò un vespaio nel clero, che propose di rispondere; ma io prima che imbrandissero le armi ristampai il ragionamento con la giunta di altri tre che pongono in evidenza, quanto dubitando ed anche incespicando, era stato scritto nel primo ragionamento. Il p. Fioresi, a cui ne feci recapitare un esemplare, rispose insolentemente. Io stavo vicino alla stufa quando mi fu consegnata la sua lettera e senza replicare sillaba la gettai nelle fiamme”. Intervenne il rettore degli Scolopi per calmare le acque, ma lo sgarbo restò a conferma del pregiudizio alimentato nei confronti del prelato da parte non solo del clero, ma anche della gente di Cortona. Mons. Liverani aveva preso alloggio nel villino Marsili, ma si trovò a volte costretto a restare chiuso in casa, per evitare gli affronti. Dal contadino che gli lavorava l’orto alla guardia municipale venivano riportati pettegolezzi infondati. Le mormorazioni abbondavano soprattutto nel quartiere del Poggio. Un fanciullo con la complicità della madre diffuse turpi insinuazioni nei confronti del monsignore, che l’aveva rivestito e soccorso in quanto raccomandatogli dal priore di San Domenico. Le calunnie furono raccolte da ragazzacci, che non si trattennero dallo scagliare sassi contro le finestre del villino. Un giornale di Arezzo trasse pretesto da una banale questione letteraria, per ripetere le “novelle invereconde” che circolavano a Cortona e per svalutare lo storico, definito “liberale rinnegato e prete rinnegato”, “monsignore fatto, sfatto e rifatto”. Il Liverani annota: “La mano dei liberali insieme e dei retrivi faceva sbraitare tutti questi burattini”.

Non a caso egli evitò di lasciare a Cortona il poderoso manoscritto delle sue memorie, ampiamente documentato, che nel 1887 affidò invece alla nipote Paolina Gallerati di Imola, obbligandola ad aprirlo solo dieci anni dopo la sua morte. Da questa disposizione traspare la consapevolezza di avere raccolto una documentazione scottante, che il lettore scopre in tutto il suo valore storico, rimanendone fortemente colpito. Basti pensare ai giudizi espressi sulla figura e sull’operato del papa, che il memorialista intende presentare così come l’ha conosciuto: “Chi dicesse che Pio IX era altero e superbo, calunnierebbe e chi dicesse che era umile o sentiva bassamente di sè, mentirebbe. Egli era l’uomo delle contraddizioni e delle ripugnanze ed era tutt’insieme altezzoso e dimesso”. Sono riportati episodi incredibili come quello del Padre Giacinto, confessore del Cavour, obbligato da Pio IX a rivelare la confessione e molti altri dettagli scabrosi, riferiti ai momenti drammatici del pontificato, che ci presentano un papa volubile, influenzabile, non sempre coerente: “Pio IX era un angelo, ma non un galantuomo; Vittorio Emanuele era un galantuomo, ma non un angelo. Ecco perchè questi due uomini non hanno potuto incontrarsi insieme con gravissimo discapito e danno della Chiesa e della Patria”.

Mons. Liverani non intese schierarsi dalla parte nè degli adulatori nè dei denigratori: “Di Pio IX ho parlato con lealtà e franchezza, vivo e morto, e sempre con la riverenza dovuta alle somme chiavi. Perchè sarà sempre venerabile per me quel che fu da me venerato per cinquant’anni”. Alcuni non escludono che i suoi giudizi siano deformati dagli attriti personali e dai lati spigolosi del suo carattere; altri rilevano che le sue memorie manoscritte sono una fonte sfuggita alla stessa commissione incaricata del processo per la beatificazione di Pio IX. Si può tuttavia asserire che lo scandalismo alimentato intorno alla figura di mons. Liverani evidenzia che il prelato era tanto scomodo, da essere isolato e perfino ricoperto di disprezzo.
Quando a Cortona si svolsero i suoi funerali, un cronista del periodico locale “L’Etruria” annotò’: “Al corteo semplicissimo prese parte soltanto il Clero, la Misericordia e una piccola rappresentanza dell’Accademia Etrusca… I funerali riuscirono davvero meschini di fronte al merito dell’illustre Cav. Liverani. Le civili autorità e rappresentanze cittadine commisero la più vergognosa delle mancanze che mai può essere scusata al cospetto di un grande e autorevole cultore di studi come Francesco Liverani, la cui fama è nota per l’Italia”. Dell’estinto venivano elogiate le benemerenze nel campo degli studi, ma si ignorava l’adesione al Risorgimento.

Alla richiesta di informazioni da parte del Comune di Imola nel 1927, Cortona rispondeva che il prelato, nato a Castel Bolognese, era deceduto in Via Borghi n. 2, il 28 febbraio 1894 ed era stato sepolto con una semplice epigrafe nel Camposanto della Misericordia. Oggi non resta più traccia nemmeno della tomba e i resti riesumati sono finiti nell’ossario comune come quelli di un uomo qualunque.

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Cortona, casa di vicolo Borghi n.2, dove mons. Liverani si spense il 28 febbraio 1894.

di Stefano Borghesi
tratto da Romagna Arte e Storia, n. 40 / 1994

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