Antonio Bosi, un testimone diretto

A sessant’anni di distanza dalla Liberazione è una fortuna poter ascoltare ancora chi ha vissuto e conosciuto la tragedia di Castello non dall’osservatorio delle cantine in cui stava rifugiato, ma assumendosi con senso di responsabilità l’impegno di contribuire alla difesa della popolazione e di assicurare punti di riferimento ad una comunità abbandonata a se stessa, senza governo e nella morsa del terrore.

Antonio Bosi, classe 1915, è il notaio che a Castello ancora oggi è conosciuto e stimato dai suoi concittadini. La sua testimonianza, lucida ed appassionata, sul periodo di guerra integra e corregge quanto è stato detto e scritto con reticenze o, al contrario, con amplificazioni, in cui troppo spesso, si coglievano l’ignoranza e/o la faziosità. E’ un racconto interessante quello che trascriviamo dalla viva voce del dottor Bosi, schietto e circostanziato su temi scottanti, che ancora oggi un’ipocrita prudenza consiglierebbe di sorvolare.

“Il servizio militare, prestato con il grado di tenente di artiglieria alpina, mi tenne lontano da Castel Bolognese dal novembre 1937 al 13 settembre 1943. Io non potevo far parte di un comitato cittadino dopo il 26 luglio 1943, come erroneamente è stato scritto nell’opuscolo del 60° sulle parrocchie di Castel Bolognese. In quel periodo io ero in Provenza. Nel paese, in quella data, si costituì una piccola commissione per la distribuzione del grano. Ne facevano parte l’arciprete Sermasi, padre Samoggia, il ragioniere Milanesi, Oreste Zanelli e altri. Ritornai a Castello dopo gli eventi dell’8 settembre ‘43. Tutto prendeva una brutta piega. Anche in paese si costituì un fascio repubblichino ad opera di uomini che si illudevano di fare carriera politica, sperando nella rivincita dell’Asse, ma non fecero altro che spiare chi ascoltava radio Londra. Mi rifiutai di riconoscere la Repubblica Sociale e di giurarvi fedeltà. Fui denunciato al tribunale di Ravenna, dove mi presentai il 21 marzo 1944. Ad accogliermi c’era, tra gli altri, il colonnello Antonino Bolchi, che mi ricoprì di improperi alla presenza di un ufficiale superiore della brigata Taro, che era stato con me di presidio in Francia. Erano appena ritornati, innervositi, dall’esecuzione capitale di tre reclute: le avevano fatte fucilare nella pineta San Vitale, perché erano rientrate in ritardo da una licenza di tre giorni! Un mese dopo ricevetti l’ordine di presentarmi al tribunale speciale militare di Bologna ove mi fu richiesto tutto il mio curriculum: campagna al fronte occidentale, greco-albanese, operazioni in Balcania, presidio in Francia: mi permisi di dichiarare, apertis verbis, che non intendevo combattere al fianco di un alleato (quello tedesco), che teneva prigionieri con i miei soldati anche due dei miei fratelli. Assicurai che come non intendevo combattere al fianco degli anglo-americani, così non intendevo combattere al fianco dei nazifascisti per avversione alla guerra civile. Ero contrarlo a qualsiasi spargimento di sangue. Era il 18 aprile 1944. Il procuratore generale ascoltò le mie deposizioni e mi mise in libertà con queste precise parole: “Lei può andare, ma si ricordi che il bando Graziani (che prevedeva la pena di morte per i disobbedienti n.d.r.) scade a maggio”. Allora mi nascosi per vivere serenamente fino a quando i tedeschi occuparono il paese. Dal settembre 1943 fui privato di tutti i viveri assegnati dal Comune ai castellani in base alla tessera. Il tribunale militare mi aveva assolto dalla colpa di non avere riconosciuto la Repubblica Sociale. I repubblichini del mio Comune non mi assolsero. Mi sono sempre chiesto il perché, ma non ho mai riserbato il minimo rancore”.

Alla fine del 1944, quando la guerra cominciò a fare sul serio anche a Castel Bolognese invaso dai tedeschi e senza governo, Antonio Bosi prese coscienza dei gravi disagi della popolazione, uscì dall’isolamento ed assunse impegni civili insieme con uomini di fede politica diversa e collaborando con volontari, dei cui meriti egli ci lascia una delle testimonianze più sentite e più veritiere. Alla fine del 1944 persone di diverso orientamento politico, che non si riconoscevano nel fascismo, diedero vita ad una Consulta Comunale con lo scopo di provvedere alle necessità di Castel Bolognese. La Consulta, che di fatto era elemento di governo, non si denominò ufficialmente comitato di liberazione per motivi dovuti alla situazione politica locale. Ne fecero parte Michele Bernabè, Antonio Bosi, Giovanni Dal Prato, Giuseppe Dari, Tommaso Morini, l’arciprete Sermasi, Stefano Violani. Fungeva da segretario il notaio Gustavo Gardini.

L’elenco delle vittime civili, e tra queste alcuni volontari dell’Unpa e della squadra di pronto soccorso, aumentava quasi quotidianamente nei mesi della sosta del fronte, fino al 12 aprile 1945. La testimonianza di Antonio Bosi, che di seguito riportiamo, rende merito all’operato dei volontari, che agirono solo per amore del proprio paese a differenza di altri, che anteposero gli interessi dei loro partiti.

“Figura eminente della storia di Castel Bolognese dal 1943 al 1946 (anno della sua morte) è Arnaldo Cavallazzi. Questi non volle far parte della Consulta Comunale, perché era anarchico e quindi non poteva entrare in un’organizzazione costituita da partiti. Prese personalmente l’iniziativa di costituire una squadra, che provvide gratuitamente alla riparazione delle case collabenti a causa dei bombardamenti e mi confidò di avere costituito questa squadra sotto l’egida dell’Unpa. Scavò le fosse per dare provvisoria sepoltura ai morti nello spazio interno dell’ospedale adibito ad orto, introdusse nella fossa di ogni deceduto una bottiglietta sigillata con il nome e la data di morte, con lo scopo di agevolare il riconoscimento da parte dei parenti, soprattutto di quelli che venivano da lontano. (1) Affrontò con spirito profondamente cristiano, umanitario e anarchico problemi di cui nessuna autorità si occupava dopo l’abbandono degli organi addetti all’amministrazione: segretario Sacchiero, diserzione dei dipendenti comunali. Arnaldo Cavallazzi raccolse anche le carte dell’archivio comunale, gettate dalle finestre del vecchio municipio sul selciato semicoperto di neve e di macerie della piazza Bernardi.

L’archivio, di cui fu custode Pacifico Tacconi, era stato rovesciato dagli sfollati della Pace sospinti dalla necessità di fare posto a se stessi. Per iniziativa di Cavallazzi i documenti (c’erano tra l’altro i proclami che Garibaldi aveva inviato ai volontari castellani) furono provvisoriamente accatastati nel solaio dell’edificio posto all’incrocio tra via Garavini e via Rossi, oggi sede di una banca, in attesa di finire in mani peggiori, come dirò più avanti.

Ai primi di febbraio del 1945 Arnaldo Cavallazzi si recò a Bologna per strade secondarie, raggiungendo la farmacia gestita in via Santo Stefano dal castellano Mario Santandrea, con l’aiuto del quale fece arrivare a Castello medicinali indispensabili al funzionamento dell’ospedale locale, diretto con spirito di sacrificio dai medici Bargero e Bassi. Per interessamento di Mario Santandrea e di altri castellani residenti a Bologna si poté fare rifornimento anche di viveri. Benemerito di Castel Bolognese fu monsignor Vincenzo Poletti, ispettore della Croce Rossa, che veniva in paese da Bologna di notte carico di medicinali. Purtroppo Castello non gli ha mai espresso la gratitudine per quello che aveva fatto. Io ho potuto constatare che c’erano molte resistenze a riconoscere le benemerenze se venivano dal clero, per la settarietà dei partiti politici”.

Noi aggiungiamo alla testimonianza che anche Antonio Bosi affrontò rischiosi viaggi a Bologna perle stesse finalità suddette.

12 aprile 1945: Castel Bolognese viene liberato dal fucilieri carpatici della divisione polacca. La vita democratica rinasce tra inevitabili stenti. Sono soddisfatti gli antifascisti coerenti, che non avevano mancato di esporsi con coraggio quando imperversava la bufera. Ma è anche l’ora dei voltagabbana e degli opportunisti. Sedicenti partigiani escono alla luce del sole dalle cantine, in cui erano rimasti rifugiati magari al fianco del nemico.

Lasciamo ancora la parola ad Antonio Bosi: “Gli alleati insediarono la prima giunta nel palazzo Dalprato (oggi proprietà di Gaetano Marzocchi). Il palazzo era già stato sede, al piano terreno, dello spaccio di generi alimentari della Consulta Comunale. Fu nominato sindaco Tommaso Morini. In giunta c’ero anch’io investe di palo d’ormeggio della Democrazia Cristiana, investito di questo incarico dal comandante anglo-alleato su suggerimento di Gigetto Dall’Oppio. La giunta restò in piedi fino al giugno 1946, quando si insediò la prima giunta socialcomunista con Nicola Nenni, sindaco e il dottor Cilla, segretario. Io facevo parte della minoranza. Cilla propose alla giunta uno stanziamento a favore dell’archivio comunale collocato, per motivi precedentemente detti, nel palazzo di via Garavini, di fronte a San Petronio, divenuto sede provvisoria del Comune prima del trasferimento nel Palazzo Mengoni. I lavori di riordinamento dell’archivio andavano per le lunghe. Alle richieste di chiarimenti da parte della minoranza, le risposte venivano procrastinate fino a quando noi dell’opposizione venimmo ad imparare che buona parte dell’archivio comunale, caricata su un camion nel cortile del Comune, era stata portata e venduta ad Imola. L’aveva acquistata il libraio antiquario Bassi.

Io scrissi un articolo sul Giornale dell’Emilia. Il prefetto di Ravenna lo lesse e convocò il sindaco di Castello e l’assessore Collina in presenza mia, di Tommaso Morini e di Peppino Dari, per le diverse irregolarità rilevate e documentate nel citato articolo. Il prefetto Mazza (era stato viceprefetto a Milano durante la Repubblica di Salò) invitò i convocati a rassegnare immediatamente le dimissioni dietro minaccia di denuncia all’autorità giudiziaria. Nel Comune di Castello fu mandato un commissario prefettizio. Le elezioni che seguirono portarono alla prima amministrazione con sindaco democristiano nella persona di Dino Biffi.

Una pagina equivoca della loro storia locale i socialcomunisti l’avevano gia scritta ai primi di gennaio 1946, quando in paese si vociferò di una lite furibonda all’interno del partito, la cui sede era allora il sotterraneo dell’ex Caserma dei carabinieri (oggi sede della Banca di Romagna in via Emilia Interna), nel corso della quale perdette la vita Michele Bernabè, “Michèl d’la Zintunèra”, onesto militante della sinistra, già membro della Consulta Comunale. Oggetto della lite pare che fosse il resoconto dei quattrini realizzati dalla vendita del grano del Consorzio, resoconto che i partiti dell’opposizione richiedevano da tempo e che lo stesso Bernabè pretendeva dai compagni.

Secondo la versione ufficiale Michele Bernabè era stato colpito a morte da un proiettile partito “accidentalmente”, una versione questa a cui nessuno ha mai creduto. Il verbale dell’atto di morte, stilato dal medico, fu oggetto di mormorazioni in quanto la descrizione delle lacerazioni provocate dal proiettile nella parte inferiore della testa non sembrava suffragare l’ipotesi dell’”accidentalità”. Erano tempi in cui anche la giustizia non funzionava perfettamente. Alla vedova non venne neppure riconosciuto il diritto alla pensione”.

La testimonianza del dottor Bosi termina qui. “Non ho voluto fare polemiche – egli aggiunge – ma ho sentito il dovere, prima di morire, di rendere omaggio ai benemeriti”. Insieme con questo noi abbiamo colto nella testimonianza anche un ammonimento: non si può chiudere la bocca alla verità, alla verità della storia.

S.B.

Questa testimonianza è stata rilasciata nella circostanza delle celebrazioni del 12 e del 25 aprile 2005 – 60° anniversario della Liberazione.

Testo pubblicato a puntate sul Nuovo Diario Messaggero (numeri del 4, 11,18 e 25 giugno 2005)


(1) Su questo punto della testimonianza, forse per una leggera imprecisione o un fraintendimento, sorse una controversia, come si evince da una lettera scritta al Nuovo Diario da Tristano Grandi e pubblicata il 25 giugno 2005. Grandi rivendicò il merito di aver dato una pietosa e provvisoria sepoltura ai morti nell’orto dell’Ospedale. A quanto risulta, le sepolture furono poco più di dieci. Ad Arnaldo Cavallazzi va un merito ancora maggiore, come si può leggere in un importante documento trascritto dall’Archivio privato Scilla Cavallazzi Liverani: infatti, come attestò don Giuseppe Sermasi, Cavallazzi e la squadra UNPA si occuparono della sepoltura di numerosissime salme al cimitero, previa il trasporto dei morti al cimitero stesso sotto i continui bombardamenti.


Le memorie di Antonio Bosi

Riguardo le memorie del dottor Antonio Bosi sugli anni della guerra e del dopoguerra a Castel Bolognese apparse tra maggio e giugno sulla pagina di Castel Bolognese del settimanale da Lei diretto, voglio, per onor della verità storica, correggere un errore fatto nella testimonianza. Il notaio Bosi afferma infatti che “Arnaldo Cavallazzi (…) scavò le fosse per dare provvisoria sepoltura ai morti nello spazio interno dell’ospedale adibito a orto, introdusse nella fossa di ogni deceduto una bottiglietta sigillata con il nome e la data di morte con lo scopo di agevolare il riconoscimento da parte dei parenti, soprattutto di quelli che venivano da lontano”. In verità questa mesto lavoro, come quello del trasporto dei feriti più gravi all’Ospedale di Imola fu eseguito dalla Squadra di Pronto Soccorso, costituitasi sotto l’egida della Croce Rossa su interessamento dell’Arciprete Sermasi da me diretta dopo la tragica morte di Pierino Moschetti. Le prove di quanto affermo si trovano nella mia pubblicazione “Il servizio di Pronto Soccorso a Castel Bolognese” ove si legge: “Era necessario risolvere questo problema del seppellimento dei morti perciò noi portaferiti proponemmo ai dirigenti responsabili dell’Ospedale di utilizzare una parte dell’orto per seppellire i morti. Ricevuta l’autorizzazione scavammo, in breve tempo, a turno, un fossato comune lungo il muro che, dal Canale del Molini va al Viale Roma. (…) Il 17 dicembre Biancini, D. Borghesi, P. Borghesi e Grandi, assistiti dal Cappellano dell’Ospedale coadiuvati da alcuni operai resero le estreme esequie ai due colleghi caduti (Moschetti e Donati) e li seppellirono insieme con altre sei salme di persone decedute in quei giorni, in quella fossa comune che pochi giorni prima i portaferiti, e tra essi gli stessi caduti, avevano scavato con tanto sudore, sotto il pericolo incombente delle granate che ogni tanto solcavano il cielo”’ Ma anche lo stesso dott. Bosi all’epoca Commissario Prefettizio delle Opere Pie Raggruppate di Castel Bolognese in una lettera del 5 luglio 1945 prot. 120, diretta ai componenti della Squadra di Pronto Soccorso Portaferiti, riconosce loro il merito di “non aver sdegnato di scavare le fosse per seppellire i morti”. Chiedo per tanto alla S. V. di voler pubblicare la presente precisazione, anche per il rispetto dovuto a chi, in quei frangenti perse la vita per soccorrere i più sfortunati.

Tristano Grandi, direttore della squadra di Pronto Soccorso Cri di Castel Bolognese


Dichiarazione

Nella mia qualita’ di parroco di Castel Bolognese e di membro di una Commissioni Cittadina che in mancanza delle Autorita’ costituite presiedeva alle sorti del paese, ho avuto modo di conoscere l’attivita’ della squadra di soccorso organizzata dal Sig. CAVALLAZZI ARNALDO fino dall’epoca delle prime granate cadute nel nostro abitato e cioe’ fino dal 30 novembre 1944. Gli scopi che questa squadra si prefisse fin dal suo sorgere sono i seguenti: 1) Vigilanza delle cantine – 2) Puntellatura di tetti colpiti – 3) Smantellamento di muri pericolanti – 4) Rimozione delle macerie – 5) Trasporto dei feriti all’Ospedale – 6) Trasporto dei morti al cimitero sotto il continuo martellamento delle artiglierie alleate – 7) Recupero di granaglie – 8) Sepoltura di numerosissime salme al cimitero – 9) Richieste di soccorso notturno.

Nel compimento di quest’opera eroica e provvidenziale lo stesso Cavallazzi Arnaldo e’ rimasto ferito mentre altri due membri hanno trovato la morte: Liverani Ariovisto e Cani Aldo, il primo per scheggia di granata, il secondo per scoppio di mina.

In seguito alla occupazione di Ravenna da parte delle truppe alleate, essendo rimasto Castel Bolognese completamente isolato dal capoluogo di provincia, il Cavallazzi stesso, non ostante la sua eta’ (settantenne) ed i rigori della stagione invernale, ideo’ ed effettuo’ un viaggio a Bologna quasi completamente a piedi per fare per fare presenti alle Autorita’ di quel capoluogo la situazione critica della popolazione di Castel Bolognese e per proporre l’aggregazione temporanea a quella provincia. La proposta fu accettata, e si deve alla sua abnegazione e al so spirito di sacrificio se la popolazione di Castel Bolognese e’ stata in seguito sufficientemente approviggionata e se ha potuto resistere per ben cinque mesi alla furia delle granate e alla reclusione nelle cantine.

Ritornato dopo alcuni giorni il Cavallazzi si prodigo’ in ogni modo, anche dopo la ferita al piede, per aiutare la sua squadra, per portare soccorso ai colpiti e per mantenere il paese nelle migliori condizioni igieniche possibili.

A lui deve andare necessariamente la gratitudine e l’ammirazione di tutta la popolazione.

In fede.
F/to don Giuseppe Sermasi – Arciprete

Castel Bolognese, 2 novembre 1945

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