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Castel Bolognese,
un paese d'indomabili garibaldini
di Luigi Arbizzani
tratto da "Emilia Romagna Prima Pagina" n. 6-7, luglio agosto 1982
Castelbolognese, durante la seconda guerra
mondiale, corse il rischio di essere cancellato completamente. Posto a ridosso della
sponda sinistra del Senio, fra lautunno 1944 e laprile 1945 si trovò ad
essere "lultima spiaggia" del fronte tedesco in Italia, e fu bombardato,
cannoneggiato, minato; divenne terreno di scontri ravvicinati fra gli alleati e le
retroguardie dellesercito di Kesselring: ebbe l85 per cento dei suoi muri
distrutti, dal municipio, alla chiesa, alle case, ai resti di antichi baluardi. Da decenni
la grande distesa di macerie del 1945 non cè più: si è restaurato e costruito
palazzi, chiese e case. Labitato dentro il perimetro rettangolare del XIV secolo
(segnato dai resti delle antiche mura e dai torrioni o dallo squadrato allineamento di
villette, giardini e viali) è tutto ordinato e pulito.
Incastrato tra Faenza ed Imola, sulla via Emilia, Castel Bolognese è un piccolo luogo;
piccolo ma ricco di storia, antica e recente. Specie dal Risorgimento le partecipazioni
dei castellani alle vicende patriottiche sono state ben più intense del modesto numero
complessivo della popolazione. Aldo Spallicci, lo definì «il villaggio scarso di case ma
ricco di tanta impetuosa fede nei destini dellItalia».
Noi vogliamo ricordare ancora il coraggio che vestì il castello della Camicia Rossa.
Già la Carboneria aveva i suoi adepti e nel marzo del 1831 ben 32 castellani
parteciparono allo scontro armato che scoppiò a Rimini contro gli Austriaci. Nel 1843 il
castellano Giovanni Marzari, detto il «Romagnoletto», fu tra gli organizzatori del moto
di Savigno sulle colline a Sud Ovest di Bologna; mentre nel 1845 alle Balze di Modigliana,
a cavallo fra Romagna e Toscana, fra i rivoluzionari che si scontrarono con i soldati del
Papa, tre furono i castellani.
Il Quarantotto, lanno dei moti in tutta Europa, scosse ancor di più i cuori
patriottici: fin dal marzo una trentina di volontari presero parte, con due comandanti in
testa, alla prima campagna militare e dIndipendenza e segnarono la scelta che
seguirono diversi altri. I volontari castellani (che giunsero ad essere complessivamente
110) combatterono gli austriaci a Ostiglia e a Ponte Molino nel Mantovano, e a Vicenza
dove tre di essi fecero olocausto della vita. E nel Castello si festeggiò la fuga di Pio
IX da Roma (avvenuta il 25 novembre) e si eresse in Piazza un albero della libertà: e
prima e dopo la proclamazione della Repubblica romana, avvenuta il 9 febbraio 1849, si
sviluppò un gran sostegno della nuova istituzione. A difesa, poi, della Repubblica sotto
diversi cieli combatterono i castellani finché non cadde il 3 luglio del 1849:
allassedio di Bologna e nel fatto darme del Savena, allassalto di Ancona
e di Roma
Nonostante la durissima repressione dello Stato pontificio, che giunse a decapitare il 19
dicembre 1854 nella piazza di Castelbolognese due cittadini ed a Faenza un terzo
castellano, lattività cospirativa per lunità nazionale continuò dentro e
fuori paese. Così alla spedizione di Sapri capeggiata da Carlo Pisacane, nel giugno del
1857 partecipò un castellano e nella primavera del 1859 nel Corpo
dei Cacciatori delle Alpi organizzato da Garibaldi accorse un gruppo di 74 volontari di
Castello.
Liberatasi le Romagne dal dominio papale e votato per lannessione al Regno di
Vittorio Emanuele II, lo spirito dunificazione dellItalia dei castellani
(nonostante che andassero delineandosi due distinte correnti fra i patrioti: quella
moderata e quella mazziniana) si manifestò con rinnovato slancio. Nellimpresa
siciliana iniziata da Garibaldi e dai Mille il maggio del 1860, parteciparono tre
castellani e, poi, negli scontri armati che condussero alle annessioni delle Marche,
dellUmbria e delle Regioni dellex Regno di Napoli, vi parteciparono in una
quarantina.
Nella terza guerra di Indipendenza contro lAustria, nel 1866 i volontari castellani
che parteciparono alla bella vittoria guidata da Garibaldi a Bezzecca, nel Trentino,
furono una sessantina.
Quando Garibaldi puntò a Roma raccolse ancora lapporto di castellani: a Monte
Rotondo ed a Mentana nellautunno del 67 ce ne furono 45. Nella colonna di 78
volontari animata dai fratelli Cairoli che combatterono a Villa
Glori, infliggendo duri colpi ai soldati del Papa, ci furono 8 garibaldini di
Castello.
Infine, attraverso la Breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870 fu tra i primi ad
entrare in Roma Raffaele Pirazzini, capitano, ferito
al petto a Monte Rotondo, figlio di Giovanni uno dei decapitati in piazza Castelbolognese
nel 1854.
Giuseppe Garibaldi era già morto da 15 anni e i popolani patrioti erano già divisi su
vari fronti politici tra repubblicani anarchici e socialisti, ma la guerra di indipendenza
dei greci contro i turchi nel 1897 (e la partecipazione del figlio delleroe dei due
mondi Ricciotti e del comunardo Amilcare Cipriani), risuonò la chiamata per i castellani.
Larga fu la solidarietà con la «causa della civiltà» e 6 i volontari castellani che su
terra ellenica parteciparono alla drammatica battaglia di Domokos,
il 17 maggio 1897: due fecero olocausto della vita e uno riportò ferite.

Garibaldini di Castel Bolognese a Roma nel centenario
della nascita di Garibaldi (luglio 1907). Da sinistra: Anastasio Zecchini, Sante Bertucci,
Luigi Tampieri, Attilio Borzatta.
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La lapide che ricorda i caduti di Castel Bolognese
nelle battaglie risorgimentali. Ora è murata nel loggiato di Palazzo Mengoni; prima della
distruzione durante la seconda guerra mondiale era infissa nel vecchio palazzo municipale.
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I GARIBALDINI DI
CASTELBOLOGNESE NELLA TRADIZIONE POPOLARE
I Garibaldini di Castelbolognese sono i
protagonisti di molti racconti in cui Francesco Serantini, sullo sfondo famigliare e
ottocentesco del paese natale, ne rievoca con umana simpatia e non celata. ammirazione le
imprese famose.
Gli episodi narrati dallo zio Gigiòla e dalla nonna Oliva, ma soprattutto quelli appresi
direttamente dalla viva voce dei vecchi garibaldini, hanno impresso nella memoria dello
scrittore, fin dalla sua giovane età, limmagine di un popolo, quello castellano,
che ha vissuto con semplicità e dignità lepopea garibaldina.
LArlòne, Zappi, Nastasio, Gnazi sono alcuni tra i superstiti di una generazione che
fu chiamata ai grandi eventi della storia. "Il villaggio scarso di case ma ricco di
tanta impetuosa fede nei destini dellItalia nuova" (A. Spallicci.),
Castelbolognese, occupa un posto di rilievo nella Romagna garibaldina.
Un entusiasmante richiamo indusse anche qui tanta gente, artigiani, operai,
professionisti, a indossare la camicia rossa.
Non fu certo il denaro, nè la gloria, nè il desiderio di mutare condizione sociale.
Miracolosa apparve soprattutto, come scrive Manara Valgimigli, "la fede di Garibaldi,
straordinariamente ferma, assolutamente pura... la quale egli riversava e trasmetteva su
tutti intorno a sè". A Roma Mazzini aveva detto: "Qui non possiamo essere
mediocrità morali". E qui era il fascino dello stesso Garibaldi: una fede
disinteressata nelle "grandi creazioni morali che segnano e dirigono le vie della
storia" e che assicurano al contributo degli anonimi una gloria che sopravanza il
mutare dei tempi.
Di questo non erano consapevoli neppure gli stessi patrioti e garibaldini di
Castelbolognese presenti a tutte le principali campagne risorgimentali.
Gli allori militari non li sollevarono dalla loro umile condizione; dopo lepopea,
ritornarono alla vita di ogni giorno e vissero gli anni della, vecchiaia respinti dalle
nuove generazioni nellangolo delle memorie, onorati come i "reduci dalle patrie
battaglie", ai quali le istituzioni ogni tanto davano lustro, in occasione dei grandi
anniversari, per decorare le sfilate dei cortei.
La pensione che lo stato concesse ai reduci era povera cosa 14 lire e 60 centesimi (40
centesimi di trattenuta). Il Serantini racconta che quel denaro, accettato con di sprezzo,
veniva speso in bevute così i fieri reduci ne additavano linutilità insieme con la
protesta verso un governo da loro non riconosciuto.
I garibaldini di Castello erano bevitori gagliardi: il loro ritrovo era losteria del
Pozzo, gestita da un mazziniano intransigente. Gli anarchici, invece, frequentavano
losteria di Piràt e si distinguevano per la barba intera e le vistose cravatte nere
a farfalla.
Tra i due gruppi non mancavano le divergenze, sempre però ricomposte da una bottiglia di
vino e da una stretta di mano.
L "osteria del Pozzo" sorgeva di fronte ad un pozzo pubblico accostato
allabside di San Petronio: fuori, sotto il pergolato, due semplici panche ai lati di
una tavola e dentro, uno stanzone dal soffitto basso, retto da travi mal squadrate.
Tra il fumo di pipa e i miasmi vinacei i vecchi guerrieri trascorrevano gli ultimi anni
ricordando il Volturno, Bezzecca e Villa Glori e fraternizzavano con i giovanissimi, che
chiamavano i "burdèll", arruolatisi con il figlio di Garibaldi, nel 97,
per la causa dei Greci a Domokos.
Alla morte di un commilitone indossavano il "vestito buono" del giorno di festa,
che era anche quello dellultimo viaggio. "I garibaldini racconta
Serantini mettevano berretto e camicia rossa del morto sulla bara, mentre i
superstiti seguivano il funerale in camicia rossa medaglie e berretto rosso con la
trombina verde ricamata sul davanti sopra la visiera. Al cancello del cimitero, che era il
posto dei discorsi, il maestro Zappi, autorevole fra i garibaldini, tesseva lelogio
funebre cominciando immancabilmente così: "Cittadini, commilitoni!".
Di ritorno dal Cimitero i commilitoni, in corpo, andavano immancabilmente allosteria
del Pozzo, per una libagione propiziatoria in pro dei defunto.
Era una sorta di rito ancestrale: riempiti i bicchieri li alzavano in silenzio come un
offertorio vuotandoli dun fiato....Uscendo si contavano: siamo ancora in sei, siamo
ancora in cinque e così via..
Tratto da: "I garibaldini: per una storia del
Risorgimento a Castelbolognese: guida alla mostra / a cura di Stefano Borghesi ... [et
al.]. - Castelbolognese : Centro stampa del comune, 1982. ((In testa alla cop.: Comune di
Castelbolognese, Biblioteca Comunale L. Dal Pane. - A pie della cop.: Mostra
storico-documentaria, Castelbolognese-Ex Chiesa di S. Maria della Misericordia, 28-31
maggio 1982))"
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