Scuole rurali a Castel Bolognese

di Paolo Grandi

Fino al 1973, quando l’ex orfanotrofio Ginnasi fu trasformato nella Scuola Elementare “Alessandro Ginnasi” erano presenti nel territorio del Comune di Castel Bolognese alcune scuole elementari rurali. Ovunque il territorio nazionale ne era pieno: nate infatti per favorire l’abbattimento dell’analfabetismo nelle nuove generazioni, erano posizionate spesso nelle stesse case parrocchiali oppure in piccoli edifici pubblici appositamente costruiti, così da essere più vicine alla popolazione dati gli scarsi mezzi di comunicazione all’epoca esistenti (e spesso mancava pure la strada…). Generalmente non erano presenti tutte le classi, ma la cosiddetta “pluriclasse”, cioè un solo maestro (o due assegnando ciascuno ai due cicli) per tutti gli alunni delle varie classi.

L’obbligo scolastico dall’Unità d’Italia alla Repubblica

Occorre fare una breve premessa sugli ordinamenti scolastici fino all’avvento della Repubblica. Nel 1859 la legge “Casati” istituì una scuola elementare articolata su due bienni, il primo dei quali obbligatorio. Dopo la scuola elementare il sistema si divideva in due: ginnasio (a pagamento) e le scuole tecniche. Nonostante le “scuole tecniche” permettessero il proseguimento degli studi alla scuola superiore e in alcuni casi all’università, il sistema risultò comunque classista, dato il fenomeno dell’auto-esclusione, che portava alla rinuncia agli studi i figli delle famiglie meno agiate; e di fatto al censimento del 1871 fu attestato un notevole peggioramento dell’analfabetismo rispetto alla situazione pre-unitaria. Con la legge “Coppino” del 1877 la scuola elementare fu portata a cinque anni con l’introduzione dell’obbligo scolastico nel primo triennio, irrogando sanzioni ai genitori inadempienti. Con l’inizio del nuovo secolo si iniziarono a vedere i primi effetti positivi del sistema scolastico, con la riduzione dell’analfabetismo e la comparsa, per la prima volta, della “disoccupazione intellettuale”.
Nel 1904 la legge “Orlando” prolungò l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, prevedendo l’istituzione di un “corso popolare” formato dalle classi quinta e sesta, che si innestava subito dopo la scuola elementare, ed impose ai Comuni di istituire scuole almeno fino alla quarta classe, nonché di assistere gli alunni più poveri, elargendo fondi ai Comuni con modesti bilanci. La riforma “Gentile” del 1923, attuata in pieno fascismo, prevedeva cinque anni di scuola elementare uguale per tutti, frequentata da tutti gli aventi diritto con iscrizioni in base all’anno di nascita. La scuola elementare aveva scansione 2+3, preceduta da un grado preparatorio di tre anni (scuola materna), e seguita da un grado successivo chiamato scuola media inferiore, con diversi sbocchi, seguito a sua volta dalla scuola media superiore, di tre anni per il liceo classico, di quattro per il liceo scientifico, di tre o quattro anni per i corsi superiori dell’istituto tecnico, dell’istituto magistrale e dei conservatori, portando l’obbligo scolastico a 14 anni d’età.
La Costituzione repubblicana sancì l’istruzione pubblica, gratuita ed obbligatoria per almeno otto anni all’articolo 34, ma anche la contemporanea libertà di istituire scuole “senza oneri per lo stato” formula che avrà una interpretazione controversa nei decenni successivi; il sistema scolastico tuttavia rimase quello della legge “Gentile”: scuola elementare quinquennale e i tre anni successivi divisi in “scuola media” (che permetteva di proseguire gli studi grazie alla materia del latino) e “scuola di avviamento professionale” (che senza l’insegnamento del latino, escludeva da qualsiasi proseguimento degli studi). Solo nel 1962 si arrivò all’istituzione della Scuola Media Unica, triennale, obbligatoria.

Il Circolo didattico di Castel Bolognese

La scuola elementare, sino alla recente riforma della scuola di primo grado, apparteneva ad un “Circolo didattico” che, salvo Comuni importanti ove potevano esservene più di uno, raggruppavano più plessi scolastici anche di diversi Comuni, ed al quale era preposto un “Direttore Didattico”. Il Circolo di Castel Bolognese corrispondeva ai Mandamenti pretorili di Castel Bolognese e Casola Valsenio e comprendeva i comuni di Casola Valsenio, Riolo Terme, Castel Bolognese, Solarolo e Bagnara di Romagna con tantissime scuole rurali sparse ovunque, specie nei comuni collinari che sino agli anni ’50, con l’inizio dello spopolamento dell’appennino, contavano assieme fino a 10.000 abitanti con una elevata popolazione da obbligo scolastico. Con la creazione, nei primi anni ’60, del Circolo Didattico di Riolo Terme, quello di Castel Bolognese si ridusse ai soli comuni di Castel Bolognese e Solarolo, mentre il comune di Bagnara di Romagna venne aggregato ad un Circolo del Comune di Lugo.

L’istruzione pubblica a Castel Bolognese città

Così scrive Oddo Diversi (1):
Nell’anno scolastico 1860-61, dopo l’annessione dell’Emilia-Romagna al Piemonte, quando entrò in vigore nelle nuove province del Regno il sistema scolastico piemontese, fu soppresso l’antico ginnasio e furono istituite tre classi, cioè la prima e la seconda maschile e la prima femminile. L’anno successivo fu aggiunta la seconda femminile e nell’anno scolastico 1863-64 alle quattro classi succitate vennero aggiunte la terza maschile e femminile.
Nell’anno 1866-67 venne istituita la quarta maschile, mentre la quarta femminile funzionò solo molto tempo dopo, cioè nel 1921. In questa epoca si può dire che l’istruzione primaria era già funzionante, con una quinta classe poi aggiunta, pur non essendo ancora obbligatoria la frequenza scolastica.
Con delibera consigliare del 17 novembre 1874, venne istituita una scuola complementare maschile che doveva preparare gli alunni uscenti dalla quarta classe e avviarli ai corsi tecnici e ginnasiali. Le scuole cittadine furono riunite in Palazzo Mengoni dopo il 1866-67 in quanto, secondo Pietro Costa (2) le scuole femminili erano in locali inadeguati, nello stesso fabbricato delle carceri. Nel 1935 fu inaugurato il nuovo complesso scolastico di Viale Roma. In esso trovarono la sede le scuole elementari pubbliche, la Direzione Didattica, un museo di scienze naturali (nel 1927 dedicato al maestro Jacchini) ed una biblioteca. I maestri, ricorda Costa, erano alle dipendenze del Comune ed ogni anno, come si usava da antica data, il Consiglio comunale doveva pronunciarsi sulla loro conferma o meno.

L’istituzione delle scuole rurali

Con delibera d’urgenza della Giunta Comunale presa nel novembre 1874 furono istituite alcune scuole di campagna affidandole ai parroci. Diversi riferisce che:
Due di queste scuole rurali e provvisorie, quelle di Campiano e della Serra, vennero poi riconosciute come scuole miste stabili, a tal punto da poter accogliere i fanciulli di più Parrocchie e abolire così le scuole parrocchiali. Gli edifici delle scuole rurali di Campiano e della Serra furono costruiti nel 1890, quelle del Borello e della Pace nel 1915, quella di Biancanigo fu costruita nel 1956. Costa riferisce di una relazione fatta dal Direttore Didattico alla Giunta Municipale per l’anno scolastico 1883-84 ove si citano anche le scuole rurali di Campiano e Serra, quindi da ritenersi gestite da insegnanti del ruolo comunale, ove vi erano tutte le quattro classi. Queste due scuole tuttavia erano ancora ospitate in locali di fortuna. Il Costa parla di un capitolato di appalto per i due edifici approvato dalla Giunta Municipale nel 1887 e, nell’occasione, si propose pure l’apertura di una scuola a Casalecchio che pare sia successivamente sorta, forse con la sola gestione parrocchiale, se sempre il Costa afferma che “Nella frazione di Casalecchio si portò l’insegnamento elementare alla quarta e alla quinta classe”. Solo nel 1907 si approvarono i progetti per le scuole di Borello e Pace che, come detto, aprirono le porte agli scolari nel 1915. Biancanigo, la frazione più popolosa, aveva la sua scuola, ospitata nei locali della Canonica.
Durante la seconda guerra mondiale, scrive Tristano Grandi (3), tutti gli edifici scolastici subirono danni: le scuole del Capoluogo furono bombardate e andarono persi gli archivi della scuola e della Direzione Didattica, gran parte dei libri della biblioteca e quasi completamente il materiale del Museo di Scienze Naturali. Anche le scuole rurali subirono seri danni. In attesa della ricostruzione, le Scuole del Capoluogo e quelle della campagna furono ospitate in locali di fortuna, presi in affitto in alcune case del centro o, in campagna, in case di contadini. Diversamente da quanto riferito dal Diversi, Grandi scrive che la scuola di Biancanigo funzionò dal 1 ottobre 1946 al 30 settembre 1970 e, pertanto, fu la prima scuola rurale ad essere soppressa, dato anche la vicinanza della frazione al Capoluogo.

Gli edifici delle scuole rurali

Le quattro scuole di Campiano, Serra, Borello e Pace, pur essendo state costruite in tempi diversi, rispettarono lo stesso progetto che diede loro un aspetto molto severo; l’edificio di Biancanigo invece uscì dalla felice penna del geometra comunale Astor Ciamei e rispondeva ai più moderni canoni dell’architettura scolastica dell’epoca: ampie finestre per offrire più luce naturale dentro le aule, mancanza di barriere architettoniche all’ingresso, ampi locali.
Le quattro scuole erano strutturate in maniera alquanto semplice: al piano rialzato, raggiunto dopo aver salito alcuni gradini esterni, si apriva in un atrio rettangolare dove partiva sulla sinistra una scala che conduceva al piano superiore, mentre a destra e a sinistra c’erano i gabinetti. Di fronte invece una porta lasciava accedere all’aula, ampia circa 60 mq, ove si svolgevano tutte le attività didattiche (ed in caso di elezioni vi si allestiva il seggio elettorale). Al piano superiore c’era l’alloggio per il docente, di discreta ampiezza (circa 75mq) dotato di cucina, tinello, soggiorno, due camere e bagno; vi si aprivano inoltre due terrazze poste sopra i gabinetti del piano inferiore. Gli alloggi furono abitati solo saltuariamente; infatti, salvo la scuola della Serra, le altre erano facilmente raggiungibili con i mezzi privati, a piedi o anche con mezzi pubblici nel caso di Campiano. Perciò in caso di affollamento, anche le due stanze più ampie del piano superiore venivano trasformate in aula. Durante la loro vita gli edifici non subirono alcuna trasformazione, salvo il coperto; inizialmente a quattro acque ma piuttosto debole, fu trasformato nel dopoguerra a due acque sfalsate appoggiandole sui muri portanti. Decisamente poco bello da vedere, ma originale per tutti gli edifici. Manca totalmente, al momento, la disposizione interna dell’edificio di Biancanigo. Un bell’appezzamento di terreno, arricchito da belle piante, circondava gli edifici. Non mancavano, nel retro i bassicomodi.

L’intitolazione delle scuole di Castel Bolognese

Le scuole ebbero tutte un’intitolazione con separati decreti del Provveditore agli Studi di Ravenna del 6 agosto 1965:
La scuola della Pace a Gilberto Bentivoglio, maestro, originario della Pace e perito a Cefalonia;
La scuola della Serra fu nominata “Carolina di Serra” dal toponimo del podere ove sorgeva.
La scuola del Borello a Francesco Rossi, medaglia d’oro nella prima guerra mondiale, originario di Casalecchio;
La scuola di Biancanigo al pittore Giovanni Piancastelli e quella di Campiano a monsignor Francesco Liverani.
Relativamente all’intitolazione della scuola della Pace, il Sindaco Reginaldo Dal Pane, con lettera del 14 gennaio 1965, faceva presente al Provveditore agli Studi che, pur apprezzando la scelta di intitolare quella scuola a Giuseppe Mengoni, la Pace era la zona nella quale risiedeva, e risultava risiedere allora, la famiglia Bentivoglio alla quale apparteneva, appunto il maestro Gilberto, sottotenente della Divisione Acqui, fucilato a Cefalonia dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Per questo motivo, per ricordare l’insegnante ed il combattente, ne avrebbe preferito l’intitolazione. Anche per l’intitolazione della scuola di Campiano intervenne il Sindaco: infatti risulta da una lettera del 10 novembre 1964 che essa sarebbe stata intitolata ad Alfredo Oriani ma il Comune avrebbe preferito, come per le altre scuole, l’intitolazione ad un castellano e per questo avanzava la richiesta di intitolazione a monsignor Liverani, protagonista del dibattito politico e filosofico di metà ottocento.
Più complessa risulta l’intitolazione della scuole del Capoluogo. Da una lettera del Comune indirizzata al Provveditore agli Studi il 15 gennaio 1965, appare che gli Insegnati avessero deliberato di intitolarla al poeta Giovanni Pascoli ed il Provveditore, con proprio decreto del 10 novembre 1964 aveva ratificato quella intitolazione. Ma il Sindaco, con la sopraddetta missiva, pur rispettando il volere del Corpo Insegnanti avanzava il parere di intitolarla piuttosto al dottor Carlo Bassi che tanto si era speso nel nostro Ospedale sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale. La richiesta fu accolta e la scuola elementare del Capoluogo, con decreto del 6 agosto 1965 fu intitolata al dottor Carlo Bassi. Alla nuova Scuola Media passò l’intitolazione a Giovanni Pascoli.

Ricordi di maestri e scolari

Il maestro Giuseppe Gamberini fu l’ultimo insegnante della scuola del Borello; nel suo libro ”C’era una scuola” (4) ricorda da aver avuto una quarta classe di nove bambini e che v’era pure una pluriclasse, seconda e terza, alla quale era assegnata un’altra insegnante che risiedeva nella scuola. Prima della definitiva chiusura, la scuola, ricevette la visita del Vescovo di Imola, in occasione della Visita Pastorale nella Parrocchia del Borello anche allora retta dall’indimenticabile don Giuseppe Rinaldi-Ceroni –don Beppe-, ed anche della Direttrice Didattica, Angela Visani assieme al marito Ispettore Scolastico di Faenza.
La maestra Alves Ravaglia in Margotti, di Sant’Agata sul Santerno, che il 12 marzo 2021 ha compiuto 100 anni, fu maestra a Biancanigo nell’anno scolastico 1947-48, con l’incarico di supplente a partire dal dicembre 1947. Le lezioni si svolgevano nella canonica di Biancanigo, e vi erano due pluriclassi, una dalla prima alla terza (quella della Ravaglia) e l’altra dalla quarta alla quinta. La maestra Ravaglia raggiungeva la scuola in bicicletta, partendo da Sant’Agata la domenica pomeriggio, dove ritornava di sabato dopo le lezioni. Non era previsto un alloggio, per cui la maestra dovette adattarsi, pagando un piccolo affitto al contadino la cui casa (oggi sostituita dalla Casa d’accoglienza San Giuseppe e Santa Rita) era di fronte alla canonica e accontentandosi di un posto letto nella stessa camera delle due figlie del colono. La maestra Ravaglia ricorda ancora il freddo patito in quella modesta casa, dove comunque veniva trattata come una persona di famiglia, e il piccolo ristoro che trovava in una vicina casa di contadini dove si recava di tanto in tante a dare ripetizioni ad un bambino che doveva sostenere l’esame di quinta.
Gabriella Avveduti ha frequentato le scuole della Pace. La sua maestra di prima, seconda e terza si chiamava Pia Marchetti ed abitava in una villetta di Via Lughese; in quarta e quinta ebbe come insegnante Maria Drei Gottarelli. I bambini confluivano in quella scuola dalla parrocchie di Pace, Casalecchio e Casanola, naturalmente residenti del comune di Castel Bolognese. C’erano due pluriclassi nella due aule della scuola: al piano terreno la prima, seconda e terza; al piano superiore la quarta e quinta; la seconda insegnante nell’anno scolastico 1960/61 era la Francesca Budellazzi Marzocchi. In quell’anno scolastico eravamo nove bambini in prima, quattro in seconda e cinque o sei in terza classe.
L’insegnamento in una pluriclasse avveniva in questo modo: la maestra iniziava a spiegare o ad assegnare il compito al gruppo, per esempio della terza classe, poi passava al successivo. Gabriella pertanto ricorda che, stando attenti, si riusciva ad imparare in anticipo le cose degli anni successivi; ella afferma che infatti ha fatto fatica nel passaggio tra la terza e la quarta elementare poiché le cose di quarta in classe non le aveva mai ascoltate.
In aula c’era la cattedra, rialzata sopra una pedana di legno, una lavagna a cavalletto ed i banchi doppi, sempre di legno, col piano inclinato ed un ripiano sottostante per appoggiare le poche cose con le quali ci recavamo a scuola: un astuccio con penna, pennino e matite, il solo libro di lettura in prima e seconda classe affiancato poi dal sussidiario nel successivo triennio; pochi quaderni, piccoli, a righe per la scrittura, a quadretti per la matematica e la geometria. Alle pareti erano appese alcune carte geografiche. Non mancava il crocifisso.
La scuola era illuminata con alcune lampade elettriche e vi era il riscaldamento, assicurato da una stufa di terracotta a più piani in ogni aula; noi alunni ci divertivamo, a turno, ad andare ad alimentarla con la legna.
Nel grande atrio di ingresso, oltre all’ufficio della bidella, c’erano i gabinetti, uno a destra e uno a sinistra rispettivamente per i maschi e per le femmine. Al piano superiore c’era anche l’appartamento della maestra ma all’epoca non era utilizzato. Forse l’ultima inquilina fu la maestra Ines Montevecchi che l’aveva abitato molto tempo prima. Accudiva la scuola la bidella, Peppina Della Casa, che abitava non lontano, nel casello della ferrovia di via Casanola. Era lei a portarci l’inchiostro nel bottiglione, che veniva conservato in piccoli recipienti di vetro infilati nei banchi. Infatti all’epoca si scriveva in corsivo e con penna, pennino ed inchiostro, attenti a non sporcare grembiule o vestiti, anche se spesso l’inchiostro ci colava nelle mani. Altra croce erano le macchie sul quaderno, asciugate con la carta assorbente e poi cancellate con la gomma, sperando di non fare il buco nella carta! Calligrafia ed ordine nei quaderni infatti erano severamente giudicati dalle insegnanti.
Ricordo infine che passammo un anno scolastico in una casa colonica lì vicina, ove una stanza era stata adattata ad aula, perché fu rifatto il tetto all’edificio scolastico.

Andrea Sagrini è stato l’ultimo scolaro della scuola della Pace. Lì infatti frequentò la prima elementare nell’anno scolastico 1972-73 per poi passare alla Scuola Elementare Bassi. Da lui la scuola viene ricordata organizzata ancora come la ricorda la Gabriella Avveduti mentre al primo piano ricorda l’abitazione per l’insegnante.
Alla scuola della Pace, in quell’Anno Scolastico, ospitava solamente le classi prima, seconda e terza; la seconda era ubicata nella grande stanza al piano rialzato, mentre la prima e la terza erano al piano primo nei vani denominati “camera” rispettivamente a sud-est e nord-est. A suo giudizio, e stando al suo ricordo, questo era, grossomodo, il numero degli scolari delle tre classi: 12 in prima classe, 30 in seconda e 8 in terza.


(1) DIVERSI O.:
Il territorio di Castel Bolognese, Imola, 1972.
(2) COSTA P.: Un paese di Romagna – Castel Bolognese fra due battaglie (1797-1945), Imola, 1971.
(3) GRANDI T.: Castel Bolognese fra cronaca e storia, Castel Bolognese, 1984.
(4) GAMBERINI G.: C’era una scuola, Walberti, Lugo, 2010.

Si ringraziano per la collaborazione: Gabriella Avveduti, Fabio Foschi, Carlo e Maura Galdini Villa, Piera Guerrini, Mario Margotti, Andrea Sagrini.

Pagina pubblicata il 21 marzo 2021. Ultimo aggiornamento 25 settembre 2021

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