Accadde in teatro: un diverso finale alla Boheme

Il teatro si annovera tra le vittime più illustri del vecchio Castello, travolto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra non se ne ritenne economica e prioritaria la ricostruzione, rimandandola a tempi migliori che attendono tuttora una sua ormai improbabile e, forse anacronistica, rinascita.

Il vecchio “Teatro Emiliani”, forse disegnato dall’architetto castellano Giovanni Antonio Antolini, ebbe la sua origine nel 1806 e si trovava sulla Via Emilia, a valle, tra le Monache Domenicane e via Guidi ove tuttora un palazzo è ricordato come “il teatro vecchio”. Ritenuto insufficiente e ormai decrepito, venne aperta la “sala Garibaldi” dedicata ai balli, alle recite ed alle conferenze, costruita sul retro di Palazzo Mengoni, sfruttando lo spazio di quello che un tempo fu l’orto dei frati Minori Conventuali, di cui il palazzo era il Convento, praticamente l’attuale Piazza Borghi. Nel 1914 sorse un “comitato pro teatro” e finalmente nel 1919, trasformando la “sala Garibaldi”, i castellani ebbero il proprio nuovo teatro con palchi, barcacce, golfo mistico e ampio boccascena.

Ad animarlo non mancava la locale “filodrammatica” ed il rinomato corpo di ballo, ma numerose compagnie “forestiere” furono chiamate nel tempo a calpestarne il palcoscenico: commedie, farse, operette ed opere liriche non mancarono di rallegrare le serate dei castellani che, numerosi, lo frequentavano.

L’amico Rino Villa ricorda questo aneddoto. Quella sera si rappresentava l’opera lirica “La Bohéme” di Giacomo Puccini. Orchestra mediocre, scenografia ordinaria, cantanti modesti; fra questi spiccavano i due protagonisti: Mimì: un soprano che più che per i do di petto si distingueva per l’eccessiva pinguedine; Rodolfo: un tenorino gracile gracile dalla voce ancora acerba. Tra gli applausi dovuti e gli inchini ricambiati l’opera stava trascinandosi ormai verso la fine senza particolare gradimento e si era giunti alla catarsi: Mimì, morta di tisi, giaceva nel letto e Rodolfo, l’innamorato, stentava a rendersi conto dell’accaduto. Qui l’autore vuole che Rodolfo, vinto dal dolore per la perdita dell’amata, ne sollevi al cielo il cadavere gridando: Mimì, Mimì, mentre cala in fretta il sipario. Orbene, mentre l’orchestra terminava il suo pezzo, il gracile Rodolfo, in scena, forse stava arrovellandosi per capire in quale maniera rispettare la scenografia del grande Puccini e sollevare la corpulenta Mimì (che peraltro era morta, ripeto, di tisi!). Cominciò a girarle attorno, finché la soluzione gli venne dal loggione: una voce da basso profondo gli urlò nel silenzio della sala “fa du vièzz!”. E con una liberatoria risata generale venne giù il teatro.

Paolo Grandi

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Paolo Grandi, Accadde in teatro: un diverso finale alla Boheme, in http://www.castelbolognese.org

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