Storia della Torre Civica di Castel Bolognese

La Torre Civica era a pianta quadrata, ad unico fornice con arco ogivale, non troppo slanciata ed ospitava alla sua sommità tre campane nonché il grande orologio con numeri romani, che guardava con un quadrante Piazza Bernardi e con l’altro Via Garavini.

La scala interna che conduceva all’orologio ed alla cella campanaria usciva dalla torre più o meno all’altezza dell’arco del fornice, cosa che costrinse ad addossare al pilastro destro una piccola costruzione che racchiudeva il resto della scala. Tale stonatura edile fu risolta solo nel 1926 dalla genialità del liutaio Nicola Utili. La catapecchia venne abbattuta e in sua vece fu aperta nel fianco della torre una porta stilizzata chiusa da una scala porta che si apriva e chiudeva mediante una manovella posta in una nicchia in basso, e innestata in un perno girevole. La manovella era azionata quotidianamente da Giovanni Ravaglia che, oltre ad essere incaricato della manutenzione dell’orologio, saliva a suonare la campana grande per avvisare l’inizio delle lezioni nelle scuole.Tale operazione suscitava sempre meraviglia e curiosità nei bambini che si recavano a scuola e nei ricordi dei piccoli castellani di allora viene descritta come una piccola magia.

Un bambino privilegiato era Giovanni Ravaglia, nipote del Giovanni Ravaglia custode della Torre, il quale poteva seguire il nonno all’interno della Torre e scoprirne tutte le meraviglie interne. Nella testimonianza che segue, raccolta da Paolo Grandi, Giovanni Ravaglia ci fa rivivere questa specie di “cerimonia” che avveniva tutte le mattine sotto gli occhi dei bambini prima dell’inizio delle lezioni:

“Mio nonno Giovanni Ravaglia, detto Gianò, aveva avuto dal Comune l’incarico della manutenzione dell’orologio, provvedendo alle necessarie riparazioni degli ingranaggi di bronzo e mantenendolo sotto carica. Infatti il suo meccanismo funzionava a contrappeso come quello, per intenderci, di un orologio a cucù, e tutti i giorni occorreva far risalire i contrappesi che scorrevano all’interno della torre. Pertanto, ogni mattina il nonno vi si recava per un duplice scopo: quello della carica, e quello di suonare con la campana grossa. cento battute che chiamavano alle scuole i bambini del Castello e della campagna. Ero ben felice di seguirlo e di aiutarlo, specialmente per contare i rintocchi, che dovevano essere proprio cento esatti; ma qualche mattina mi recavo là da solo e, ligio alle sue raccomandazioni, non facevo salire nessuno, nemmeno i miei amici, che rimanevano giù nella piazza ad aspettarmi. Mi sentivo così più grande e più importante di loro: in fondo, svolgevo un servizio per la collettività. Per accedere alla torre occorreva ribaltare la porta che racchiudeva il primo tratto della scala, per mezzo della macchina ideata da Nicola Utili, estraendo da una nicchia, chiusa a chiave, la manovella che permetteva l’operazione. Posati a terra anche gli ultimi scalini, abbastanza pesanti. tanto che, se ero solo, cercavo sempre qualcuno che mi aiutasse, potevo finalmente salire. Giunto all’interno della torre il secco e costante schiocco prodotto dal movimento delle lancette mi incuteva un po’ di timore: la mia fantasia immaginava la presenza di una strega o di una figura sinistra, oscura abitante di quell’antro, intenta ad armeggiare tra gli ingranaggi. La scala di legno che conduceva fino alle campane girava lungo le pareti della torre, vuota al suo interno; dapprima si arrivava all’orologio, ancorato ai muri con robuste travi di ferro. Era un incanto vedere muoversi i perni delle lancette che passavano da parte a parte tutta la torre. I due quadranti, uno affacciato sulla piazza, l’altro su via Garavini, erano di vetro, divisi in dodici settori, sostenuti all’interno da un telaio di ferro, portanti ciascuno una cifra in numero romano. Sopra l’orologio stava la cella campanaria, con tre campane. La più piccola non veniva suonata, la mezzana suonava i quarti d’ora, la grossa le ore. Mi piaceva affacciarmi dai fornici per ammirare i tetti e la campagna del nostro Castello. La guerra ci ha tolto anche la torre, alla quale ero molto affezionato. Dalle rovine ho salvato la lancetta delle ore di un quadrante che ho poi consegnato al museo cittadino, ove si custodiscono altri pezzi dell’orologio”.

Di tutta questa operazione ci rimangono tre rare fotografie, scattate nel 1927 e conservate nel Fondo Utili della Biblioteca Comunale, che ci fanno vedere le varie fasi di discesa della scala e rendono perfettamente l’idea di quanto fosse semplice l’operazione descritta precedentemente nonché di quanto fosse ingegnosa e pratica l’invenzione di Nicola Utili. Inoltre in Municipio, nella Donazione Utili, è tuttora conservato e visibile il modellino-progetto della scala : esso è datato 8 gennaio 1926 e anticipava fedelmente la modifica poi apportata alla Torre nel corso dello stesso anno.

Sicuramente la nuova sistemazione dell’ingresso della Torre fu un piccolo evento che fece discutere il paese e che suscitò i timori e i dubbi di più persone, ironie e proteste d’ingegneri e preoccupazioni dei soprintendenti ai monumenti. Ma a lavoro finito tutto si placò e lo stesso Soprintendente ai monumenti d’arte medioevale e moderna dell’Emilia e Romagna definì la soluzione “abile, ingegnosa, singolare e pratica”.

Tutta questa operazione viene raccontata con un tocco di poesia in un articolo di Francesco Balilla Pratella, apparso su La Piè del novembre 1927, il quale rende il dovuto omaggio alla genialità di Nicola Utili.

La Torre prima e dopo l’abbattimento della “catapecchia” che conteneva l’ultima parte della scala di accesso.

modello 8-1-26

Retro del modellino-progetto della scala di accesso alla Torre; notare la data scritta a matita:8 gennaio 1926.

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