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VECCHIE BOTTEGHE DI CASTELLO
di Paolo Grandi
Andare a fare la spesa, una volta, non
era quel rito consumistico che oggi ci costringe a radunarci in enormi centri commerciali
traboccanti di merce di qualsiasi genere offerta in enormi scaffali o da svogliate
commesse. A queste megalopoli del commercio manca quel calore umano, quella fiducia in chi
vende, che il vecchio bottegaio sapeva offrirci. Sono rimaste così scolpite nella memoria
dei nostri vecchi, e poco nella nostra, quelle figure di commercianti che in piccoli
centri come Castel Bolognese avevano la loro bottega affacciata sul corso principale e la
governavano con laiuto della moglie o di un garzone. Molti esercizi erano gestiti
dalle donne, specialmente quelli che vendevano generi ove prevalente era il gusto
femminile come stoffe, cotone, lana, chincaglieria o merceria. Molti erano anche i
venditori ambulanti, che giravano la campagna casa per casa, o che aprivano la loro
bancarella al mercato del venerdì. Con laiuto di due autentici Castellani: Tino
Biancini, figlio di commercianti e commesso in varie botteghe di Castello; Romana Zannoni,
esercente ora in pensione, facciamoci accompagnare in un immaginario percorso di visita ai
negozi sotto i portici e nelle piazze di Castel Bolognese, in unepoca databile fra
gli anni 20 e 30 di questo secolo.
La nostra passeggiata inizia sotto il portico della via Emilia, dalla parte della
Farmacia, ora di proprietà della famiglia Bolognini, ma allora gestita da "Masâ"
(Tommaso Montevecchi), un farmacista tutto particolare con un occhio di vetro ed una gamba
di legno. Siamo diretti verso la piazza; la prima bottega è quella delle "Marcone",
le sorelle Plazzi, che vendevano generi di cartoleria, stoffe e confezionavano, dandoli in
affitto, abiti per mascherate. Seguiva la tabaccheria delle sorelle Capra "Al
Chépri", il cui successore sarà "E Cacher". La bottega
successiva vendeva granaglie e generi alimentari; era condotta da due fratelli non
sposati, soprannominati "I Pulôn" Subito dopo apriva la sua vetrina
colma di carne "Pateta", Anselmo Lolli: era un uomo piccolo e grosso; suo
figlio Aurelio che lo aiutava, minuto e gracile. Nel retrobottega le figlie "Le
Patatine", Norma e Rosina, signorine sempre vestite di tutto punto, davano una mano
quando cera bisogno. Nella bottega successiva "Filumèna d Caio",
Filomena Carnevali vendeva il cotone; subito dopo apriva agli avventori "LUstareja
de Capèl". Al posto dellattuale gioielleria Ferrucci si trovava
lUfficio Postale condotto dalla famiglia Dalprato. Nel Palazzo Ginnasi aveva sede la
lavorazione del tabacco e, dopo la prima guerra, un laboratorio di maglieria della Ditta
Sgarbanti di Bologna. Dove adesso cè la ex macelleria dei fratelli Conti cera
la bottega de "I Pum" che vendevano di tutto un po.
Passato lingresso della chiesa di San Francesco, sotto un riparo di stuoie stava la "Perecotte"
che vendeva frutta secca, pere e mele cotte e, alla stagione, le caldarroste tenute calde
nella "gòfa": un sacco di iuta pieno di paglia. Allangolo della
piazza stava la bottega di Etna, la quale dapprima vendette generi alimentari, poi
cartoleria e, da ultimo, merceria. Il negozio esiste tuttora col nome di
"Sottosopra", ed è stato condotto fino a pochi anni fa dal figlio "Gianino
d Etna". Voltato langolo della piazza e passato laltro ingresso
della chiesa di San Francesco, sotto la Sagrestia, scendendo alcuni scalini "La
Ziròlma", Gerolama Galeati vendeva frutta secca, frutta fresca, verdura e
pignatte di terra.
Il cortile di Palazzo Mengoni, allora sede delle scuole comunali, si animava il venerdì
per il mercato delle uova, dei polli e dei formaggi. Sotto il portico, dove adesso è
ospitato lUfficio Polizia Municipale, cera il telefono pubblico gestito da
Silvia Boschi, poi la sede dei pompieri, infine, dove oggi sono i vigili urbani, la
macelleria di Enrico Bagnaresi "Bacòc", la famiglia che ha dati i natali
a Giovanni Bagnaresi "Bacocco" segretario comunale, storico e scrittore
castellano. Sotto la torre "Maì dUliva" (Maria Nanni, nonna di
Tino Biancini) aveva la bancarella delle caramelle, delle noccioline e vendeva loca.
Proseguiamo il nostro giro sotto i portici di via Garavini. Nella ex chiesa del
Crocifisso, oggi "Maison de la mode", aveva sede il Caffè "de
Mas-cì", di Gianni Tosi, il quale era aiutato nella conduzione dalla moglie Martinona,
un donnone grosso; la coppia aveva due figli gemelli: Romolo e Remo. Lattuale
negozio di foto ottica Minarini, ospitava allora una ferramenta, quella di "Aldo
d Marchì", Aldo Scardovi, che fu poi ceduta a "E Fì",
Castellari, il quale lasciò lItalia per trasferirsi in Australia. Seguiva la
merceria "dal Piligrèni" poi, al posto dellattuale Cartoleria,
nella casa natale di don Carlo Cavina, "Pavlà d Pipètta", Paolo
Zannoni, vendeva la frutta. Infine nellangolo ove il portico si faceva più largo,
cera "Pagnòca" con ogni ben di Dio.
Michele Budini detto "Pagnòca" era il proprietario della più bella e
più fornita bottega di Castel Bolognese, che conduceva assieme alla moglie "Frazchina",
perenne vittima delle sue sgridate. Dava spesso un aiuto anche il figlio Dino. Il Budini
era un uomo tarchiato, con baffi e capelli folti e da lui si trovava sempre di tutto:
generi alimentari, tabacchi, cotone, profumi e persino i giocattoli; tutte le settimane "Pagnòca"
si recava a Bologna per lapprovvigionamento. Entrando in negozio, sulla destra, si
trovava il bancone per la vendita dei tabacchi; il banco del fondo aveva sotto il piano
ampie vetrine con ogni sorta di genere alimentare; dietro, grandi scansie contenevano, in
maniera ordinata, altre merci e, ad una certa altezza, una lunga serie di vasi di vetro
pieni di diversi tipi di caramelle, una vera ghiottoneria per i bambini ed i golosi.
Attraversata via Rossi e passato il Convento delle Maestre Pie, si incontrava la merceria
di "Zaira d Carvaja", Zaira Panazza, posta più o meno
allaltezza dellattuale Parrucchiera Tiziana. Più avanti, verso la fine del
portico, "Ninètta de Mor", vendeva generi alimentari e, strano
abbinamento merceologico, mobilia usata. Sul lato opposto di via Garavini, in gran parte
occupato dai fronti di Palazzo Zauli - Naldi, della chiesa e della canonica di San
Petronio e dellOrfanotrofio, cera una sola bottega al posto dellattuale
Caffè Commercio: quella di Francesca Ravaglia "Frazchinèna", merciaia,
il primo negozio di Castel Bolognese, a detta di Romana Zannoni, che abbia venduto il
cotone mulinè da ricamo. Più tardi, qualche decina di metri più indietro, trasferirà
la macelleria Felice Borghi.
Svoltiamo langolo del Suffragio e andiamo in Piazza Fanti, un tempo più raccolta.
In un angolo "Ravaiòl", Giovanni Ravaglia aveva la bottega di fabbro; in
quello opposto, dove ora cè la Banca di Credito Cooperativo, "Piràt"
Garavini vendeva lacqua, la gazzosa e
i fiori secchi. Nel palazzo
dangolo, ove ora cè la farmacia Ghiselli, cera la bottega di "Frazchina
d Pipètta", Francesca Zannoni, che vendeva generi di merceria ed il
venerdì si trasferiva in piazza, al mercato, con la bancarella. Nel cortile del palazzo,
due tipiche figure castellane: "Gelati" e "Natala":
Cesare Rossini, detto "Gelati", vendeva (
è ovvio
) il gelato
ed il formaggio. Anche lui il venerdì trasferiva lattività in piazza, nel centro
del mercato. Romana Zannoni, che da bambina abitava lì, ricorda che tutti i bambini del
caseggiato lo aiutavano a girare la manovella della macchina mantecatrice per la paga di
un gelato. La "Natala" era invece Natalina Morbidelli, mia bisnonna;
marchigiana dorigine, qui trasferitasi col marito ferroviere, era la prima
specialista dei lupini e dei semi di zucca che personalmente acquistava poi salava in casa
ammollandoli nellacqua della fontana che si trovava presso il torrione
dellOspedale. Non aveva un banchetto per la vendita, ma girava per Castello e anche
in teatro, col cestino sotto il braccio ed un bicchiere di legno come misurino.
Ritorniamo in Piazza Bernardi, dalla parte opposta a Palazzo Mengoni e a San Francesco.
Nella prima bottega, vicino alla chiesa del Suffragio "Rôsa d Pipètta",
Rosa Zaccherini, altra mia bisnonna, vendeva frutta, verdura, pane e la rinomata oca di
Castel Bolognese. Seguiva Tarcisio Borghesi, barbiere (anche oggi, più o meno nello
stesso posto, cè il barbiere della piazza) e la merceria della "Marassa"
Silvia Baldini; poi si arrivava al negozio dei Villa, "I Pastarùl", che
vendevano la pasta fresca ed il parmigiano. Romana Zannoni ricorda linterno del
negozio, col banco di vendita sulla destra entrando e, dietro, tanti ripiani di legno,
tutti guarniti di tela bianca, in ognuno dei quali era riposta una diversa qualità di
pasta.
Subito dopo un macellaio, "Mario Mazlèr", Mario Galeati. Passata via
Gottarelli, la piazza si stringeva fin quasi della metà rispetto allattuale; lì
aveva sede la macelleria di "Filiz d Burgagnò", Felice Borghi, che
vendeva ogni qualità di carne fresca macellata. Subito dopo cera la tabaccheria di "Emma
de Floss" o "Emma d Cencio", Emma Budini; poi si apriva
lelegante porticato del palazzo comunale che ospitava la filiale della Cassa di
Risparmio di Lugo. Arriviamo di nuovo sulla via Emilia e seguiamo il porticato verso Porta
del Mulino, alla parte del Municipio. Allangolo della piazza aveva le sue severe
vetrine la Farmacia Savelli, poi Solaroli. Al posto dellattuale Banca Popolare "Giacomino
d Porr", Giacomo Bosi, salumiere. Giacomino confezionava i salumi e li
vendeva direttamente; mio padre ricorda ancora il profumo della sua mortadella e
labilità che il Bosi possedeva nel tagliare sottili fette di mortadella con enormi
coltelli: le affettatrici non erano ancora arrivate!
Più avanti si trovava il negozio di "E Sgagnél" Antonio Biancini,
babbo dello scultore Angelo Biancini, che vendeva le scarpe e, poco dopo, nel posto
dellex Macelleria Badiali, un altro venditore di salumi e carne di maiale: "Carlòn
d Manareba", Carlo Solaroli. Carlòn era lo specialista del
sanguinaccio, "E barlèngh" che teneva davanti la bottega, sotto il
portico. Il Solaroli era anche affittacamere ed aveva una grande sala sopra il portico che
locava per svolgervi le feste, tra le quali voglio ricordare quella annuale tenuta dalla
"Società Sempregiovani".
Oltrepassata la Caserma dei carabinieri, che occupava tutto lattuale stabile della
Banca di Romagna e losteria di "Castór", si arrivava nella ex
chiesa del Rosario Nuovo dove Aurelia Sgalaberni vendeva le terraglie, i tegami, i piatti,
i bicchieri di vetro e di cristallo. Poco più avanti si apriva la vetrina di "Tugnó
de Floss Barbìr" e poi quelle di "Palita Giandoja". "I
Giandoja" o "E spazi d la Pèpa" era così chiamato sia
perché si vendevano i rinomati cioccolatini torinesi, sia perché, come insegna, sopra la
porta, si trovava una pipa di legno. In realtà nel negozio si vendeva di tutto: tabacchi,
sale, generi alimentari, di cartoleria, di merceria, giocattoli, e faceva pure da bar.
Lattività fu rilevata da Domenico Sgalaberni, poi dal figlio Igino con la moglie
Romana Zannoni i quali, dopo la guerra, trasferiranno lattività in una casa di
fronte. Al loro posto aprirà la bottega di generi alimentari Mario Dalpozzo, Mario de
Srai". Le botteghe erano finite; il portico continuava con la casa di Delina
d PocSonn, con quella di Rigadnô mediatore di suini, e dei signori
Lanzoni, medici del paese.
Attraversiamo la Via Emilia e ritorniamo indietro per il portico di levante, non senza
aver visitato in via Guidi la latteria di "Carôla de Latt", Carolina
Mazzanti. Poco dopo linizio del portico losteria "d la
Lupa"; nello stesso locale Igino Sgalaberni aprì il negozio di granaglie e, dopo
la guerra, qui trasferì il negozio di alimentari. Seguiva, al posto dellattuale
forno Fabbri, la tipografia delle sorelle Cavallazzi, poi la bottega di granaglie di "Vittôri",
infine un edificio chiamato teatro vecchio che, per un po di tempo, venne
utilizzato come sala cinematrografica. Nellattuale casa Scardovi, "Gisto",
Egisto Montevecchi riparava le biciclette, metre nei locali ora occupati dal negozio
"La Miniera" "Nina d Rumana" Nina Minardi, vendeva la
verdura e la frutta, anche cotta. Passati davanti alla bottega de "E
Barbirèn" Giovanni Camerini, il portico finiva nellangolo conil negozio di
"Sintina d Nino" venditrice di terraglie. Una porticina, tuttora
esistente, immetteva poi in un locale di proprietà delle Monache Domenicane dove don
Antonio Garavini gestiva la Cassa Rurale.
Superato il monastero delle Domenicane, dopo il voltone, lasciamo losteria di "Badôn",
la più antica di Castel Bolognese, poi il caffè di "Gianina d
Chicco" e scorgiamo in mezzo al portico il banchetto della "Murina".
Giuseppina Zagonara, detta "la Murina" vendeva semini, lupini ed altre
delizie; Anna, sua figlia, ne ha continuato lattività fino a circa venti anni fa
munendosi anche di un carretto col quale ogni mattina raggiungeva le scuole allora
di entrata e di uscita, diventando una figura tipica di Castello ed unamica per
tutti i bambini. Un poco più avanti, al posto dellattuale ferramenta, cera il
negozio di "Olga d Maì dUliva" la mamma di Tino Biancini, la
quale vendeva pasticceria e generi alimentari. Il portico continuava senza negozi.
Nellattuale sede delle Assicurazioni Generali fu creata per qualche tempo una sala
cinematografica; passata la chiesa di Santa Maria, si insedierà il forno Marchi.
Al di fuori della via Emilia, di via Garavini, della piazza, pochi erano i negozi. Nel
borgo, nel palazzo oggi sede del Museo Civico, cera il forno "d la
Muzona" più avanti lo spaccio di "Maria d Guido"; nella Fonda
si trovava il forno di Stuvanè Borghesi, poi ereditato dal figlio Pavlò Borghesi.
Un ricordo meritano anche gli ambulanti: Bòcia, Sante Garofani, Italo e Nina
Gianandrea vendevano la verdura; Pierina Patuelli Pierina d Pinèli vendeva
la biancheria; E Cavadlâ Domenico Martini vendeva il carbone.
Quasi tutte queste botteghe sono oggi scomparse, e molte di esse non hanno superato gli
anni della seconda guerra mondiale.

Il venditore ambulante Bòcia.
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La Natala, Natalina Morbidelli, era la specialista dei
lupini e dei brustolini, in perenne lotta commerciale con la Mùrina.
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La "Segavecchia" in una delle ultime edizioni
curata da Giuseppina Zagonara ("la Mùrina").
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