Varie notizie sulle vicissitudini della Rocca

Pianta rocca

Nell’Archivio di Stato di Bologna si conserva una bella copertina in cartapecora, sulla quale è la seguente dicitura, vergata nell’inconfondibile grafia di fine ‘300: “Spixa de la Rocha de Chastello Bolognexe”; nel frontespizio è incollata una etichetta con la scritta: “Constructionis meniarum Castri Bonon.”. Ma all’interno rimangono solo i lacci della rilegatura, ovviamente del volume trafugato in epoca recente, poichè la seconda dicitura sembra del ‘600; questa, oltretutto, rivela una errata interpretazione, trattandosi della Rocca e non delle Mura. In ogni caso non rammarichiamoci più di tanto poichè, oltre a quanto già noto, ho rintracciato un documento del 1412 che, costituendo inventario di munizioni ed attrezzi, ci restituisce inoltre la struttura del manufatto. Confrontando lo schizzo datato 1516 (vedere illustrazione), tutto quadra, tranne la posizione di uno dei tre “torrioncini” che , essendo detto “di sotto” (nel 1412) dovrebbe collocarsi sul lato Nord della Rocca, mentre, stando al disegno, non può che coincidere con quello a Ovest: questo “torexino”, in cui era ricavata la cantina, risulta il più armato (con bombarde) perchè situato nella zona più sguarnita del sistema difensivo castellano. Troviamo dunque tre “camere coperte da volta” che costituiscono il “maschio” sul lato verso il castello: di esse una è “la camera del Castellano” (ben armata), altra non contiene artiglieria e quella detta “de sopra”,senza armi, serviva anche per l’avvistamento. Oltre al “torexino de sotta”, di cui abbiamo detto, sul perimetro quadrangolare della Rocca stavano altri due torrioni (quelli angolari), dotate di bombarde ed altro. In condizioni normali la Rocca era abitata dal Castellano e i suoi “famigli”, a capo di un contingente che poteva variare da 10 a 13 soldati.

Castel Bolognese. 1481: ristrutturazione della Rocca

Grazie a rogiti del notaio Babone Ramberti, tra luglio e settembre 1481, siamo in grado di ricomporre l’ultimo tassello per quanto riguarda lo sviluppo strutturale della Rocca che, dopo quasi cent’ anni dalla fondazione, riceve quella forma coi lati semicircolari che ancora oggi si riconosce in parte. Nei quattro documenti disponibili non troviamo la descrizione minuziosa dell’ intervento, ma le espressioni in essi contenute bastano a svelare il progetto: “pro faciendo novam arcem sive citadellam”, ed ancora si fa riferimento alla fabbrica del fortilizio o cittadella “apud arcem et circhum circha dictam arcem”. E’inoltre probabile che il cantiere si sia esaurito nell’anno in questione, poichè la consegna dei materiali è prevista entro il mese di ottobre e sappiamo che tal genere di lavori non venivano effettuati nei mesi invernali. La documentazione ci permette di conoscere l’ingegnere sovrintendente, per conto del Governo di Bologna, nella persona di mastro Antonio de Pasettis da Ferrara, mentre il capomastro risulta tal Pietro di Albertino; altro personaggio, in qualità di “fattore” per Bologna, è mastro Pietro del fu Giovanni da Milano; i tre suddetti, con rogito datato 5 settembre, si associano nella conduzione del cantiere. Sono inoltre menzionati altri mastri muratori che potrebbero aver partecipato ai lavori, in quanto “temporaneamente” dimoranti in Castel Bolognese. Ovviamente la figura locale che troviamo coinvolta è il massaro, Aloisio di mastro Vincenzo. I materiali considerati sono i mattoni cotti e la calce; i primi, in numero di 20.000, vengono quotati a lire 3 e Soldi 9 il migliaio; la seconda, per complessive Corbe 2400, a Soldi 4 la Corba.

I fornitori rispondono ai nomi di mastro Rizzardo del fu Ferracuto di Brisighella, fabbro, per sola calce (“calce colombina”), come pure Rainaldo del fu Nicola da Quarnento, mentre Giovanni del fu Stefano dei Pallantieri fornisce calce e mattoni: quest’ultimo, come sappiamo, era proprietario di una fornace impiantata nei pressi del Castello. Si chiude così la storia della Rocca castellana, di cui ora conosciamo l’intera vicenda architettonica: queste ultime note ci permettono di affermare che la soluzione adottata nel 1481 testimonia una certa precocità nell’ ambito dell’ architettura difensiva, almeno in area romagnola.

La Rocca, dalla demolizione del 1501 alla “rinascita” 1516

In questa occasione è il notaio Giovan Battista Gottarelli che ci offre la soluzione di alcuni problemi, in particolare per quanto concerne la demolizione parziale della Rocca voluta dal Valentino: infatti nell’aprile del 1502 la Comunità risulta ancora debitrice verso alcuni soggetti “pro ruine arcis Terre Cesarine”. E’ la conferma che da tempo si attendeva.

Resta comunque da chiarire l’intervento che porta alla costruzione dei quattro baluardi semicircolari; a questo punto pare che l’opera sia da collocarsi a fine ‘400. Dopo qualche anno il fortilizio ritorna agli onori della cronaca. Il noto disegno della Rocca datato 1516 (cfr. Linea Diretta n.6 1995) si può considerare ora “un allegato tecnico” all’atto notarile appena rintracciato e redatto il 10 settembre di quell’anno. Trattasi dell’assegnazione in appalto di opere murarie, da parte della Comunità, ai capomastri Giovan Battista del fu Pietro di ser Paolo (senz’altro dei Pallantieri) e Giacomo del fu Giovan Battista “a trivio”.

L’opera da portare a termine entro la metà di dicembre, consisteva in un particolare riadattamento della Rocca che, tramite la realizzazione di una “camicia muraria” addossata al perimetro esistente, sul lato “di fuori” (cioè della metà di Ponente), diveniva parte integrante del Castello, congiungendosi alle mura di questo. Il muro da farsi doveva eguagliare le mura del Castello e in esso doveva aprirsi un indefinito numero di “bombardiere”. Vi è quindi perfetta corrispondenza tra disegno e rogito.
Nonostante la rielaborazione, non considererei il disegno “una sorta di testamento di morte di questa struttura” (S. Gelichi), poichè nel rogito i due muri da farsi entro la fossa, per collegare i torrioni semicircolari a Nord e Sud con le mura del Castello, vengono definiti “archi”, il che presuppone il passaggio di acque. Di conseguenza la scritta nel disegno “fossa fatta secha” può intendersi come “fossa svuotata per l’occasione”; d’altra parte in documenti dello stesso anno la fossa tra Rocca e Castello è considerata tale in tutti gli effetti.

Si riporta ora la prima clausola del capitolato d’appalto: “che li detti magistri muraduri siano tenuti fare el ditto muro de fora dela detta rocha, comenzando dal muro de la terra (=castello) e seguitando intorno a li torrioni de ditta rocha cusi’ vechi como nuovi ed suso el muro de detti torioni et fare dui archi sopra la fossa per athacafe le dette mura inseme, de quatro teste secondo el consueto de ditto Castello”. Fra le altre clausole accenniamo a quelle relative alla malta legante (calcina e sabbione) e al reimpiego di mattoni della Rocca stessa.

Castel Bolognese: la scomparsa “CHIESANUOVA”

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Castel Bolognese: planimetria del centro storico nel 1857. La lettera I evidenzia la scomparsa “Chiesanuova”

Riguardo a questo edificio sacro, da definirsi più correttamente “del Corpus Domini”, scriveva Padre Serafino Gaddoni: “E’ in errore l’Emiliani nell’asserire che Confraternita e Chiesa ebbero principio nel 1572”. Invece a proposito della sola chiesa, Giovanni Emiliani era nel giusto, come ci confermano due documenti conservati nell’archivio notarile castellano; qui, nel vol. n° 69 troviamo un foglietto volante con questa scrittura: “Nel 24 giugno 1572 fu fatto un mandato di procura dei Confratelli del SS. Corpo di Cristo (o SS. Sacramento) chiedendo al vescovo d’Imola di vendere la Chiesa e oratorio vecchio per fabbricare una nuova chiesa e oratorio nella strada detta La Rocca”. L’appunto trova corrispondenza in un rogito sotto tale data, pertinente al vol. n° 68, pp. 78-79. Risulta evidente che la Confraternita castellana aveva il proprio oratorio in luogo diverso da quello dove, a partire dal 1573, costruì il nuovo. Quindi Padre Gaddoni è in errore, considerando la nuova fabbrica quale ristrutturazione e ampliamento del precedente oratorio, che probabilmente risale al 1541, anno della erezione della confraternita. L’oratorio del Corpus Domini nasce quindi a ridosso dell’antica Rocca oramai abbandonata e, come noto, viene chiuso al culto nel 1811; d’altra parte non è logico che intorno al 1541 la Rocca fosse ritenuta elemento difensivo inutile, tanto da permettere costruzioni nelle immediate vicinanze. Resta, in ogni caso, da individuare il sito del primo Oratorio o Chiesa, ma credo non sia impresa impossibile.

Castel Bolognese: “pezzi” di castello in vendita

Verso la fine del Settecento parte dell’area pertinente all’ex Rocca e l’attiguo terrapieno delle mura verso il Torrione di Sud-Ovest erano praticamente adibiti a letamaio, tanto da indurre il locale Governatore a emanare un severo bando affinchè il popolo potesse “venerare senza incomodo di fetore” sia la chiesa del Corpus Domini che il Cimitero. Il problema si risolse in ogni caso di là a poco, mediante le seguenti operazioni:

  • chiusura al culto della chiesa del Corpus Domini, acquistata poi da Antonio Tassinari;
  • il trasferimento del Cimitero;
  • la vendita di aree comunali.

 

Ci occuperemo di quest’ultima operazione fra gli anni 1812-1816. Nel 1812-13 l’Amministrazione comunlae aveva alienato, tramite asta pubblica, il Torrione detto “della Rocca” (A), con annesso terrapieno delle mura (B), per Lire italiane 250, offerte da Francesco Pacifico Barbieri; il capitolato d’asta prevedeva fra l’altro che il compratore restaurasse a sue spese le mura interessate, non apportasse modifiche strutturali “in perpetuo” a Torrione, mura e terrapieno e fosse obbligato a concedere il libero accesso alla Guardia o Pattuglia in caso di necessità. L’operazione, seppure regolare, fu tenuta in sospeso, finchè nel 1815 l’Amministrazione “si accorse” che il prezzo di vendita era “un poco basso” e che i restauri occorrenti avrebbero ora comportato una cifra ragguardevole; aumentata l’offerta dal Barbieri in ragione di Lire 50, il 17 gennaio 1816 giunse il benestare dal Commissario pontificio in Bologna.

Due mesi dopo fu deciso di alienare anche la porzione della “spianata della Rocca” (C) di tornature faentine 0.3.7.5 posta fra il “vecchio cimitero” (D) e l’ex chiesa del Corpus Domini (E). Ottenuto il consenso dai confinanti, cioè il Barbieri sopraddetto e l’arciprete Domenico Contoli, il “pezzo di guasto della Rocca” fu assegnato ad Antonio Tassinari, già proprietario dell’ex Chiesa, col benestare della superiore autorità, ma senza l’esperimento d’asta previsto dalla Legge. In particolare si dimostrò soddisfatto l’Arciprete, in quanto ottenne per il Cimitero l’accesso (F) dal terrapieno comunale e la riedificazione del distrutto muro (G), affinchè “il detto luogo venisse a salvarsi da ulteriori profanazioni”.

Articoli di Lucio Donati tratti da “Linea Diretta” n° 6 1995, n°3 1997, n° 1 1996, n° 8 1994 e n° 2 1997.

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