Le orfanelle della “Barsana”

di Maria Landi

Nella primavera del 2015 si è festeggiato il settantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale e, come è naturale, anche della liberazione di Castel  Bolognese, avvenuta il 12 aprile 1945. Il nostro paese subì il lungo martoriato periodo della sosta del fronte, durante l’inverno del 1944/1945.

Sulle opposte sponde del fiume Senio si fronteggiarono immobili i due eserciti contendenti. Le ostilità e le azioni di guerra furono pesantemente subite dalle popolazioni che vivevano in questo territorio, specialmente sulla riva sinistra del Senio. I cittadini di Castel Bolognese furono costretti, per poter sopravvivere, a ritirarsi nelle cantine situate sotto le loro case, ritenute più  sicure e protette dai continui bombardamenti e cannoneggiamenti. Gli abitanti delle campagne, che da tempo  vivevano in rifugi scavati sotto terra e diventati oramai poco sicuri e malsani, sfollarono in massa verso il paese, stipandosi nelle cantine ancora disponibili. Fra le drammatiche vicende, troppo spesso tramutate in tragedie, vissute dalle diverse migliaia di cittadini che formavano la popolazione di Castel Bolognese, si inserì alla fine del 1944, un ulteriore pietoso dramma. Dal diario tenuto dalle Monache Domenicane del monastero di Castel Bolognese, pubblicato nel 1950 e riguardante il periodo del fronte, estrapoliamo quanto segue:

8 dicembre 1944. Stamane poi sono arrivate improvvisamente sette ancelle del Sacro Cuore con trenta orfanelle (in realtà dai documenti risultano 23, ndr) della Piccola Opera della Divina Provvidenza che hanno casa a Faenza. Sfollate da vari mesi in una villa della parrocchia di Pergola, i Tedeschi le hanno allontanate per sottentrarvi essi stessi con un sotterfugio. Dando da intendere che le avrebbero riportate a Faenza, cosa impossibile perché c’era da attraversare il fronte, ieri pomeriggio le hanno caricate in macchina e giù a rotta di collo verso la via Emilia. Naturalmente invece di volgere verso Faenza, hanno voltato verso Castel Bolognese. Solo allora la superiora ha intuito il tranello in cui era miseramente caduta. Qui giunte, non si sapeva davvero dove accoglierle. Nelle cantine dell’ospedale non c’era più posto, essendo già tutto zeppo tra suore, personale, infermi, vecchi e le orfanelle di Castello. Per interessamento del signor arciprete, vengono alloggiate nella cantina che sta sotto il parlatorio, l’atrio e l’alloggio dei custodi.

Ma chi erano le trenta sfollate giunte da Faenza in maniera tanto drammatica e scaricate senza alcun riguardo e alcun senso umanitario, quasi fossero un qualsiasi quantitativo di merce? Perché proprio nel territorio di Castel Bolognese, già interessato a pressoché continui bombardamenti e cannoneggiamenti? Da dove venivano? Quale era stata la loro casa fino al momento di quel terribile forzato esodo?

La casa dalla quale provenivano le trenta sfollate era un istituto ubicato a Faenza in corso Baccarini. Si trattava di un orfanotrofio femminile chiamato Piccola Casa della Provvidenza. Questo istituto era sorto negli ultimi decenni del 1800, grazie ala generosità e all’amore per il prossimo di una benestante signora della buona borghesia faentina, Lucia Spada. La magnanima signora, nata nel 1851, rendendosi conto con angoscia delle tristi condizioni in cui viveva una larga parte della popolazione, priva di ogni forma di assistenza, di lavoro e di pane e delle ancora più pietose condizioni dei bambini, ai quali veniva a mancare l’appoggio e  l’aiuto di un genitore, si mise una mano sul cuore. Animata da un grande spirito di carità, aprì la sua grande casa alle bambine rimaste orfane, offrendo loro ospitalità, assistenza, educazione, affetto. La signora Lucia, come oramai veniva chiamata dai Faentini, venutale a mancare il conforto della propria famiglia, viveva in mezzo alle sue orfanelle, collaborando con le maestre e con le monache  alla conduzione di questa meritevole  istituzione da lei voluta e finanziata. Alla sua morte avvenuta nel 1922  la signora lasciò in eredità alla Piccola Casa della Provvidenza, il palazzo di Corso Baccarini e un vasto podere in zona Celle, la Barsana (Bersana in italiano, ndr), con la villa padronale dove le bambine trascorrevano le vacanze. Garantiva così continuità, stabilità e una fonte sicura di sostentamento per le sue orfanelle.

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La Bersana, oggi Casa Padre Daniele, è sita in via Pergola 17. Attualmente è una struttura per la formazione spirituale (foto tratta dal sito www.cpdbersana.it)

Le 23 bambine e le 7 suore lasciate a Castel Bolognese in balia degli eventi, erano la continuità di quel collegio sorto a Faenza alla fine dell’Ottocento. Un ulteriore numero di ragazze, all’approssimarsi del fronte e dopo i primi bombardamenti del maggio 1944, erano tornate nelle loro case per vivere, con i propri parenti, i drammatici eventi che si prospettavano. Le 23 rimaste erano sfollate alla Barsana, la loro casa di campagna ritenuta più sicura. Da questo luogo ideale lontano dalle bombe, un giorno vennero prelevate da un automezzo di soldati tedeschi, i quali volevano installarsi nella villa, per farne un baluardo di resistenza agli invasori. Assicurarono che le avrebbero portate nella loro casa di città, perché la villa sarebbe stata presto zona di guerra.

Con un subdolo inganno furono scaricate a Castel Bolognese nei pressi dell’ospedale, allora sfollato nelle sottostanti cantine. In questi sotterranei si svolgeva la vita ospedaliera. Da una parte erano sistemati gli anziani ospiti del locale ricovero di mendicità, poi c’erano gli ammalati che necessitavano di cure costanti, c’erano gli innumerevoli feriti che quotidianamente arrivavano coi corpi martoriati per farsi ricucire le ferite subite dai continui bombardamenti e cannoneggiamenti sparati verso il paese. C’erano le suore, gli infermieri e i medici che assistevano  continuamente questa umanità sofferente. Anche le orfanelle dell’Istituto Ginnasi  erano state ricoverate nelle capaci cantine dell’ospedale. Tutte queste persone erano stipate in maniera  indescrivibile. Per le trenta nuove arrivate non fu possibile trovare un minimo spazio per ricoverarle degnamente. Esse erano  arrivate a Castel Bolognese senza bagagli, prive di ogni loro avere, certe di essere portate a Faenza  nella loro casa, dove avevano il necessario per la vita di tutti i giorni.

Per interessamento dell’arciprete don Sermasi, furono sistemate alla meglio in una grande cantina sotto il convento delle monache Domenicane, già occupata per metà da diverse famiglie di sfollati: ventotto persone provenienti dalla parrocchia Pace da dove erano state cacciate, costrette a lasciare le loro case  a ridosso del fiume Senio. Il grande ambiente era privo di luce naturale e di ricambio d’aria. Le botole che comunicavano con l’esterno erano state murate, per impedire che eventuali granate o schegge di esse entrassero a provocare danni fatali e irreparabili. Con alcuni armadi fu creata una parete divisoria. Alle due pareti laterali furono sistemati 15 per parte altrettanti letti per il riposo delle trenta sfortunate sfollate. Un ristretto spazio al centro serviva da corridoio per il passaggio degli altri ricoverati  della grande cantina ed era l’unico spazio fruibile. Si doveva passare per forza fra i letti delle suore e delle bambine in un’avvilente promiscuità.

Suor Bianca, la più giovane delle suore, per non so quale malattia, era costretta a letto continuamente. Viveva rannicchiata nel suo lettuccio appoggiato ad un armadio divisorio. Essa rimase inchiodata al suo letto senza alzarsi mai, senza mai vedere la luce del giorno per tutti gli oltre quattro mesi della loro permanenza in questa cantina. Suor Bianca aveva appena trent’anni. Un piccolo lucignolo alimentato con l’olio consumato dei motori, che spandeva più fumo che luce, illuminava le sue giornate fatte di letture, di preghiere e di compagnia alle bambine più piccole.

Qualche tempo dopo furono aggiunti accanto ai letti delle bambine tre ulteriori posti per ricoverare tre persone, i signori Guadagnini provenienti da una cantina colpita da una bomba che aveva causato la morte di un’intera famiglia di otto persone qui sfollate dalla città di Bologna. La sorte per loro era stata contraria.

Un piccolo mobile stretto fra i letti veniva trasformato al bisogno in un piccolo altare dove il parroco della Pace celebrava messa per gli abitanti delle cantine. Si pregava, si sperava fervidamente che la difficile situazione si risolvesse in pochi giorni. In fondo da  Castel Bolognese a Faenza c’erano solamente sette chilometri, un niente. Per percorrere quel breve tratto, di solito, si impiegavano una ventina di minuti in bicicletta, andando piano. Certamente per muovere un esercito ci voleva più tempo, a tenerla lunga forse ci voleva una settimana o poco più. Ma l’attesa fiduciosa fu ben presto tramutata in una cocente delusione.

In un angolo erano collocate due stufette, dove le suore cucinavano il mangiare per il loro gruppo, ma era ben poca cosa. Ognuno donava quel che poteva e non era mai sufficiente. Per fortuna, dalla vicina Imola arrivavano ogni tanto alcuni volontari, sfidando rischi e pericoli, con un camion carico di aiuti alimentari che venivano distribuiti alla cittadinanza tramite uno spaccio allestito per il bisogno. Questi aiuti furono una vera grazia per le sfortunate ragazze private di ogni loro avere e sostentamento.

Venni a conoscenza della pietosa storia delle orfane di Faenza alcuni giorni prima del Natale di quel triste 1944. Anche la mia famiglia era stata cacciata dalla propria casa situata accanto al fiume Senio. Era il 18 dicembre e in quella fredda notte fummo costretti a cercare una sistemazione in qualche cantina del paese. Trovammo un piccolo rifugio vicino alla stazione, nei sotterranei  della Villa Centonara, dove si trovavano già ammucchiate diverse famiglie del Ponte del Castello. Mio padre, ogni tanto, si recava al convento dove stavano sua madre e sua sorella con il figlio Angelo. Tornando da una di queste visite, raccontò la storia delle ragazze e delle suore, della loro condizione e della scarsità di cibo.

Pochi giorni dopo il nostro arrivo alla villa, dove ci eravamo sistemati alla meglio, una compagnia di soldati tedeschi arrivò di prepotenza, installando fra i secolari alberi del parco alcuni carri armati, ben nascosti alle ricognizioni dei nemici. Da qui sparavano qualche colpo verso le linee nemiche. Fecero sgombrare immediatamente le cantine più grandi, costringendo i rifugiati a lasciarle e a cercare riparo in paese. Noi rimanemmo, il nostro ambiente era troppo piccolo per i soldati, non interessante per loro. Requisirono però mio padre per farne il loro aiuto cuoco e macellaio. Razziavano dalle quasi vuote stalle dei contadini, vitelli e mucche e ogni tanto ne macellavano uno per i loro bisogni nella bellissima cucina della villa, ormai ridotta a un letamaio.

Il cuoco era un buon uomo,  trattava mio padre con umanità  e gli regalava  pezzi di carne per la nostra famiglia composta da nove persone. Anche grosse forme di pane nero finivano sulla nostra tavola. Finché rimanemmo in quel luogo non soffrimmo mai la fame. Poi mio padre fece conoscere al suo capocuoco la triste storia e le precarie condizioni delle trenta sfollate, questi aprì il suo cuore e con ammirabile generosità consegnava ogni tanto grosse porzioni di carne, nascosta sotto le frattaglie delle bestie macellate, che finivano nella povera cucina delle ragazze. Questo andirivieni si protrasse fino alla fine di gennaio del ’45, quando anche la mia famiglia venne malamente allontanata da quel rifugio, nel quale oramai ci eravamo adattati a vivere, convivendo con i soldati in modo quasi naturale.

Anche noi trovammo in quel convento un piccolo spazio ancora libero per miracolo. Iniziò per me un rapporto di amicizia con le ragazze del collegio, molte delle quali avevano su per giù la mia età, cioè dodici anni. Intrecciai con alcune di esse amicizie più strette, stavo spesso in loro compagnia, partecipavo ai loro canti, ai loro giochi, alle loro preghiere. Le suore erano le loro educatrici, le loro insegnanti, le loro uniche fonti di affetto. Assieme alle altre ragazze qui sfollate dalle nostre campagne, partecipavamo a quanto le suore insegnavano alle loro allieve, pur nella precarietà del luogo in cui eravamo costretti a vivere.

L’età delle ragazze era molto varia, si andava dai due anni della piccola Maria Cimaresi che aveva una sorellina di sette anni di nome Carmela, poi su su fino ai 18 anni delle più grandi C’era anche una signora di sessant’anni che aveva sempre vissuto nell’orfanotrofio, essendo incapace di gestire da sola la propria vita. Si chiamava Caterina ed era amata da tutti per la sua  semplice bontà.

A turno le ragazze, con macinini da caffè trovati presso le Domenicane, macinavano il grano che a Castel Bolognese si trovava in abbondanza, per farne farina per il pane o grosse piade da cuocere nella stufa. Mi aggregai anch’io a quel lavoro che per noi bambini era un gioco divertente. Vedere il continuo impegno di macinatura delle ragazze fece nascere nella mente di mio padre e di sua sorella Rosina un’idea un po’ pazza e molto azzardata, quella di recarsi a Imola per macinare un po’ di grano per noi e per le bambine. Non era facile muoversi con un carretto lungo strade disastrate, con il pericolo costante di venir colpiti dalle granate che cadevano con una certa frequenza. Però i nostri due eroi avevano molto coraggio e tanta buona volontà. Mio padre chiese al caporale, col quale tutte le mattine si recava forzatamente a lavorare per scavare inutili trincee e inutili sbarramenti, il permesso di assentarsi dal lavoro per una giornata. Egli lo fornì pure di un salvacondotto per non farlo incorrere in pericolose rappresaglie. Partirono dunque con il solito carretto che ci era servito per i nostri vari esodi, trasportando due quintali di grano. Seguendo strade secondarie, ritenute meno pericolose, arrivarono ad un mulino nella bassa imolese dove cambiarono il grano con preziosa farina. Il generoso mugnaio non volle essere pagato e diede loro anche un sacco di fragranti pagnotte appena sfornate, alle quali a casa facemmo grande festa. Vista la buona riuscita della spedizione, prima della fine delle nostre pene ripeterono l’esperimento con un ottimo esito.

La vita per noi bambine trascorreva malinconica con tutte le limitazioni che la situazione imponeva alle precarie condizioni in cui eravamo costretti a muoverci e che rendevano le nostre giornate cupe e desolate. Fortunatamente le ragazze più grandi intrattenevano le piccole con giochi, letture, canti stando tutte sedute sulle sponde dei letti. Fuori all’aperto non c’era neanche da pensarci; il pericolo era sempre in agguato. Ci aggregavamo anche noi alle bambine per questi piacevoli passatempi che rendevano passabili le nostre tristi giornate.

Una delle ragazze grandi, Maria Luisa, aveva una straordinaria voce da soprano e quando cantava nelle varie funzioni religiose che si svolgevano ogni tanto tutti rimanevano affascinati dalla soavità della sua voce eccezionale. Maria Luisa era una ragazza molto bella che univa alla voce straordinaria la dolcezza del carattere, sapeva trasmettere allegria e buon umore alle compagne più piccole e a quanti l’avvicinavano. Ma un tristissimo giorno agli inizi di aprile di quel 1945, mentre la primavera sbocciava in tutto il suo splendore e quasi se ne sentiva il profumo anche nello squallore di quelle tetre cantine, mentre tutti speravamo e sognavamo qualcosa che doveva capitare a risolvere la situazione oramai insopportabile, Maria Luisa, la ragazza dalla voce d’angelo fu colpita da una violenta febbre. Fu trasportata in gravissime condizioni nel locale ospedale da dove venne immediatamente trasferita con mezzi di fortuna all’ospedale di Imola. Cessò di vivere l’otto di aprile, quattro giorni prima che il nostro paese venisse liberato dalla lunga occupazione. Il martirio era terminato, così come era terminata la giovane  esistenza di Maria Luisa. La gioia e l’esultanza per questo avvenimento tanto bramato e sognato fu offuscata da questo immenso dolore che colpì tutti gli ospiti di quella prigione che ci aveva ospitato per oltre quattro mesi. Maria Luisa era originaria di Funo di Argelato, un paese della bassa bolognese. Venne sepolta nel cimitero di Imola. Dopo qualche tempo, con la mia amica Domenica ci recammo in bicicletta al cimitero di Imola, per cercare il posto dove era sepolta la nostra amica  Maria Luisa. Nessuno fu in grado di darci ragguagli certi, il mondo era ancora sottosopra e la normalità era ancora lontana.

Ora però sappiamo che alla fine del 1967 la salma di Mara Luisa dal cimitero di Imola è stata traslata nel suo paese, Funo di Argelato.

Sono passati oramai oltre 70 anni da quei tragici avvenimenti, così lontani nel tempo. Fra gli innumerevoli ricordi che affollano la mia mente è affiorata la visione di quelle ragazze con le quali condivisi i dolori e le gioie, le paure e le speranze e l’amicizia che strinsi con alcune di esse. Chissà se qualcuna ricorderà ancora la nostra travagliata adolescenza!

Ho chiari nella mente alcuni nomi che non ho mai dimenticato e le immagini dei loro volti sfocati nel tempo: Solidea, Mafalda, Evarista, Laura, la piccola Mariolina con la sorellina Carmela e l’indimenticabile e rimpianta Maria Luisa. Ricordo ancora tutte le altre e le care suore, cui mi ero tanto affezionata e che mi vollero bene, come se fossi anch’io una delle loro ragazze.

L’unica traccia d’archivio relativa alla presenza delle orfanelle della “Barsana” a Castel Bolognese.  Il 25 marzo 1945 le trenta sfollate chiedono il “sussidio di sfollamento”, seguono le firme in calce di tutte e trenta. Allegato alla richiesta un documento dove il Commissario Prefettizio attesta la presenza a Castel Bolognese sin dal dicembre 1944 ed elenca tutte e trenta (suore ed orfanelle) con le rispettive date di nascita (Archivio delle Opere Pie di Castel Bolognese, busta 119) (ricerca documentaria a cura di Andrea Soglia)
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Cimitero di Funo di Argelato. Tomba di Marisa Onofri e della madre Giuseppina. Si ringrazia Chiara Onofri (concittadina di Marisa, ma non parente) per la fotografia.

Bibliografia:
-Brevi cenni del passaggio del fronte bellico da Castel Bolognese e sue ripercussioni sul monastero di clausura della SS.ma Trinità 1944-1945, Toscanella di Dozza, Grafiche 3B, 2005

Sitografia:
http://www.cpdbersana.it/http://www.cpdbersana.it//wp-content/uploads/2011/05/Spada.pdf

Si ringrazia Chiara Onofri per la fotografia scattata al cimitero di Funo di Argelato

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Maria Landi, Le orfanelle della “Barsana”, in http://www.castelbolognese.org

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