Caffè e osterie nei ricordi della vecchia Castello

di Mario Santandrea (1891-1994)
tratto da “Presenza socialista”, n. 1, 1981

Il Caffè dei Cacciatori nel 1912. Sullo sfondo è riconoscibile il campaniletto a vela della “Chiesina”. I castellani sostano tranquillamente in mezzo alla via Emilia…

Da molti anni a Castello non esistono più osterie e i vecchi caffè di un tempo hanno totalmente cambiato aspetto.
Nei primi anni del secolo esistevano ancora una decina di osterie tutte dentro la cerchia delle vecchie mura, ad eccezione de “La Locanda” nel Borgo, la quale essendo un albergo di 2/3 stanze e disponendo di una vastissima stalla, era frequentata prevalentemente da forestieri.
Le osterie non recavano insegne, ma ognuna aveva il suo nome caratteristico: Marchina, dë tast, Parigi, Ligêri, de Poz, Badô, Pirät, Zgalô. Tutte recavano un cartello con la scritta B 4 e N 5: con la lettera B si intendeva il vino bianco e N quello rosso, mentre il numero indicava il costo in centesimi di lira del vino al litro. Ogni tanto veniva aggiunta la scritta “cava nuova” a significare che s’era posto mano ad una botte nuova acquistata dai molti che vinificavano castellate di uva e bevevano poi per uso familiare il “mezzo vino”. Nelle osterie si cantava, si giocava a carte (il gioco più diffuso era la briscola) e nonostante fosse proibito anche alla “morra”. Molti nelle ore pomeridiane e serali vi sostavano a lungo e ne uscivano alticci e spesso ubriachi. Siccome non esistevano servizi igienici all’interno del locale, il Comune aveva provveduto ad impiantare orinatoi a fianco di ogni osteria. Di questi ce n’erano anche dei multipli: ad esempio sotto il voltone di “Badô”, demolito verso il 1930, c’era il più grande, capace di 7 o 8 clienti.
I caffè invece erano soltanto tre: il più distinto era il “Caffè dei Cacciatori” che esiste tutt’ora [ha chiuso i battenti alcuni anni fa, ndr], con due file di tavoli. Siccome naturalmente non esistevano ancora le macchine a pressione il caffè veniva servito da una grossa cuccuma assieme a tre cubetti di zucchero. Un maggior numero di clienti comunque frequentava il “Caffè della Guerra”, che era lungo il corso. II nome gli era stato imposto nel 1866 quando parecchi Castellani partirono volontari con Garibaldi verso il Trentino, e vi tornarono poi l’anno successivo verso Roma per combattere contro i francesi di Napoleone III che difendevano lo Stato Pontificio. L’insegna del caffè, ancora agli inizi del secolo, rivelava che, sotto la parola “Guerra”, in una prima stesura vi era scritto “Guera”.
Era un piccolissimo locale con sei minuscoli tavoli da cui attraverso un lungo corridoio si raggiungeva una vasta sala con parecchi tavoli. Il conducente era un reduce di Domokos, che ottenuta una stanza dall’attigua proprietà vi sistemò un biliardo e due tavoli che erano sempre in attività con i giocatori di quadriglio, i quali per la loro abilità e per le somme che si accumulavano sul piatto raccoglievano attorno molti silenziosi spettatori.
Al biliardo si giocava solo con la stecca e c’erano bravi giocatori anche fra gli anziani: Giacomo Serantini, il maggiore Ettore Berti, Tommaso Panazza dalla barba fluente e padrone della “cavallina galeotta” di cui parla anche Serantini in un suo elzeviro. In piena estate, la sera, venivano messi tavoli in mezzo al corso, allora acciottolato; se arrivava qualche auto, al suono della tromba a pera, tutti si spostavano ed il veicolo riduceva la velocità continuando a strombazzare. Era il caffè degli studenti e di quelli che facevano politica orientati a sinistra (repubblicani, qualche radicale, socialisti e anarchici): infatti mentre al “caffè cacciatori” si trovavano il “Carlino” ed il “corriere”, al Caffè della Guerra c’erano il “Giornale del mattino” (radico-massonico di Bologna) e il “Secolo” (radicale di Milano).
Il terzo Caffè non aveva nome proprio: recava l’insegna “Caffè” e prendeva il nome dal gestore che ogni tanto cambiava. era frequentato soprattutto da ragazzetti e si trovava sotto il portico vicino all’osteria di Badô.

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