La festa della Pentecoste (di una volta…)

di Giovanni “Bacocco” Bagnaresi
(trascrizione a cura di Andrea Soglia; titolo originale: La festa delle Pentecoste)

Mercato del bestiame nel prato della Filippina il lunedì di Pentecoste (AFSBCB)

Qui il lunedì della Pentecoste è il giorno della maggiore festa dell’anno in onore della Madonna della Concezione, che si venera nella Chiesa di San Francesco.
E’ caratterizzata dalla grande fiera di bestiame bovino, una delle più rinomate della Romagna, la quale, dicono, che dia i prezzi normali dell’annata.
Ma accanto alla fiera suddetta si fa anche una esposizione di cavalli importante.
I bovini sono adornati dai fiocchi di lana multicolori e hanno le bronzine pendenti dalla pappagorgia, allacciate al collo da una striscia di cuoio nero.
Lungo i portici laterali alla via Emilia sono allineate merci d’ogni genere, finimenti da cavalli, striglie, spazzole, arnesi da cantina, bancherelle di giocattoli, di specchi, calze di seta, cravatte e nella strada ai lati, plaustri nuovi: la sonnambula, e vicino ad essa il banco della roletta e quello che fa il gioco dei Grani.
Poi quelli che vendono le cartelle della tombola, il giuocatore delle tre palline e il venditore di limoni cedri da mangiarsi affettati con lo zucchero; le salsamentarie in mostra, file di prosciutti, di salsicce secche, di mortadelle, di coppe d’estate inghirlandate di lauro; le macellerie riboccanti d’agnelli, vitelli, castrati, manzi; le osterie con tanti banchi allineati anche sotto il portico con l’insegna verde; le panetterie ripiene di ciambelli all’ovo, bracciatelli alla croce, pani adornati. I caffè con esposto un quadretto in cornice colla parola “gelati”. Il Comune mostra alle finestre le copertine e la ringhiera del balcone municipale pure coperta da un tappeto e al lato verso la torre una torretta col numero 90.
Fuori del paese, nella fossa, giostre, padiglioni di vedute, cinematografo.
Il prato della Filippina veduto da una finestra prospiciente da l’idea di una nevicata, che si estende fino alla farmacia. Giù dal viale che comincia dal Borgo, fino al viale della stazione, fila a più ordini di cavalli da tiro e da biroccio. In piazza fino alla torre venditori di chincaglierie, di dolci, di libri, di cartoline illustrate, di barometri, di termometri, di lenti d’ingrandimento, di canocchiali, di fragole, ciliegie, carcioffi, stallatici improvvisati in tutte le case da contadino vicine al paese.
Giornata desiderata, sospirata dei mesi prima che accadesse, quando eravamo fanciulli. Facevamo il cippo salvadenaro qualche mese avanti, perché allora i genitori non pagavano i giuochi ai figli, per prenderci il cavallino, la biroccia, le campane e il pomeriggio i limoni cedri.
In quel giorno la minestra erano i passatelli e il piatto dolce la zuppa inglese. Alla tombola ci divertivamo ad udire le fischiate, quando uno indicava male i numeri di estrazione.
E la sera l’innalzamento del pallone fatto di lunigiana e l’accensione dei fuochi artificiali, e con l’occhio seguivamo i razzi, quando scoppiavano in aria in una pioggia d’oro, sciogliendosi in splendidi colori, col finale della girandola.
Finita la girandola, era finita la giornata di spasso e si aspettava un anno per godere di nuovo la stessa gioia, lo stesso spettacolo.
Ricordo, che il lunedì della Pentecoste di prima mattina correvo a vedere le bancherelle delle figurine di terra cotta dipinta. Vi era un venditore di Faenza ed uno di Imola. Credo che lo stesso venditore fosse anche l’artiere [?] che li fabbricasse e li pitturasse. Confusi nelle bancherelle erano i cuculi, la campanella, l’ar[…], il soldato sopra il cavallo a metà figura, col fischietto di dietro, la culla coll’infante, il galletto, le tazzine, le tegghione, il piccolo pitale.
Il cuculo era sempre dipinto in bianco con striature multicolori, senza piedi e la coda era data da un fischietto e nel posto delle ali erano due buchi. I ragazzi l’imboccavano subito e sollevando un dito e poi l’altro dai buchi facevano risuonare la strada di molti cuculi che non finivano mai.
Il cavaliere con un bel cavallo bianco era, come è detto, prospettato di una sola parte, mentre dall’altra si presentava liscio e da questa parte sporgeva il fischietto, che col suono acuto infastidiva quelli di casa e di fuori.
Noi no, ma certi ragazzi, che avevano l’altarino in casa, prendevano una o due campanelle sempre di terra cotta e rallegravano i genitori e lo zio, che si rallegravano sognando di cavarne un pretino.
Le ragazzine, che sono sempre state donne in formazione, acquistavano la culla col bambinello dentro dipinto a striscie rosse e turchine sul fondo bianco. Queste mammine prendevano anche le terrine e la batteria da cucina e così mostravano non sono di essere donne, ma anche massaie.
Il galletto pure aveva il fischio, ma noi preferivamo il cuculo.
Noi ci divertivamo un mondo e ridevamo da fanciulli e siccome l’uomo non è che un fanciullo grande, io mi diverto ad avere queste belle ricordanze.

Giovanni “Bacocco” Bagnaresi, giugno del 1919
Biblioteca Comunale, Fondo “Giovanni Bagnaresi”
1.1.15, 1914-1923, Il mondo di adesso e quello di cinquantanni [sic] fa

La cartella con la quale Sante Biancini, padre di Tino, vinse la tombola di Pentecoste 1904. La fotografia fu scattata da Lino Pasotti durante la Pentecoste del 1977. Sullo sfondo i bracciatelli del banchetto di Anna Negrini, la Murina. Le mani che reggono la cartella sono di Tino Biancini e di Ebe Mattioli (Ebe ‘d Ceschi). Convertite in valuta attuale le 300 lire in oro corrispondono a circa 1200 euro.

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