Pinto su Pinto dal motore spinto…

Quando il Corso Garibaldi (e viale Cairoli…) erano scenario di gare motociclistiche stracittadine

di Paolo Grandi

Ho raccolto questo quadretto del vecchio Castello dai ricordi personali di Giovanni Camerini il quale nonostante l’età ha ancora tanto desiderio di raccontarli a quelle persone che abbiano voglia di ascoltarlo, col suo solito brio e la sua sottile ironia, seduto nel cortile di casa in questi caldi pomeriggi estivi con altre sedie pronte ad accogliere, in quello che lui chiama “e bar”, chi passa per via Bologna ed abbia desiderio di scambiare due chiacchiere su Castello e sui tanti temi del vivere quotidiano. “E mi bar però –dice Camerini– adess l’è poc frequenté perché i piò aventur i s’è traferì in te condominio (cioè al cimitero….) e mè am fagh magnè e poc guadagn dal tass…”

Siamo nel dopoguerra, nei primi anni ’50 quando, dimenticati un po’ i disastri e gli orrori della sosta del fronte, Castello si stava riprendendo ed iniziava a scorrere un poco di benessere. Così nei giovani castellani era sorta la moda e la passione per le moto di media cilindrata (dai 125 ai 500 cc). Capogruppo era Pasquale Tabanelli che aveva una “Guzzi 350”, lo seguiva Merenda con una “MV Agusta” (forse –dice Camerini– una 250); lo stesso Camerini con una “Gilera 125” e poi Aureliano Borzatta con una moto autocostruita ed altri. Borzatta aveva frequentato le prestigiose scuole tecniche “Alberghetti” a Imola ed era stato in grado di autocostruirsi la moto alla quale, non avendo marca, gli amici avevano affibbiato lo stesso soprannome di Aureliano: “Pinto”.
Teatro quotidiano della sfida era il Corso Garibaldi, forse da poco orribilmente ribattezzato “Via Emilia Interna” dalla casa di Tabanelli nel Borgo (cioè, dice Camerini, da dove iniziava l’illuminazione pubblica), fino al piazzale del Mulino di Giovannini. Certamente la via Emilia non sopportava allora l’esagerato traffico di oggi….

La sfida si svolgeva all’imbrunire ed era una gara di velocità a chi per primo avesse valicato il traguardo dal mulino. Per gli avventori dei bar e dei caffè sulla via Emilia era lo spasso serale, tutti a fare il tifo per l’uno o per l’altro corridore. A fine gara le discussioni proseguivano per ore tra chi asseriva di non aver potuto dare il massimo perché qualcuno gli aveva tagliato la strada, chi lamentava un improvviso guasto, chi sospettava su “trucchi” del motore e così continuando fino allo stremo.

Ma una sera la gara avvenne in maniera differente: si sfidarono alla velocità Borzatta e Merenda, quelli con le moto più veloci e luogo della tenzone non fu la via Emilia ma il viale Cairoli. A quell’epoca, ricorda Camerini, il viale era ancor meno illuminato della via Emilia e vi erano quattro lampade ad incandescenza per tutta la sua lunghezza. Infine, davanti all’edificio della stazione, non c’era l’aiuola con lampione per illuminare il piazzale. Ma, soprattutto, il viale era molto più corto del Corso…

I due partirono a gran velocità da viale Umberto I, rimasero di poco scostati fino a metà del viale Cairoli, continuarono la folle corsa poi verso la Centonara Borzatta ebbe la sensazione di essere superato e diede più velocità alla moto voltandosi indietro per scorgere l’avversario, senza invece accorgersi che era arrivato in stazione!

Borzatta sfondò una della vetrate della stazione finendo la corsa sotto la scrivania del Capo Gestione Giovanni Tarlazzi, il quale, concentrato nel suo lavoro e preso alla sprovvista da quanto accaduto ebbe solo la forza di dire: “ciô, mo’ i bigliett is fa da dlà!”.

Gli amici poi composero una zirudella che iniziava così:

Pinto su Pinto dal motore spinto…

La stazione e il piazzale come si presentavano all’epoca dei fatti. Si notino i giovani tigli del rinnovato viale Cairoli dopo le devastazioni della guerra

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