
La piccola edicola rotonda che ospitava
la fonte della Pocca, così come si presenta nel 2011.
(foto di Daniele Bernabei)
"Dmenga us và
alla Pòcca!" domenica si va alla Pocca! Era la frase magica per i
castellani che volevano passare alcune ore di svago in allegria.
Questa amena località si trovava in territorio del comune di Faenza, ma a pochi passi da
Biancanigo in un luogo ove era agevole attraversare il Senio. Qui, in un paesaggio un
po selvaggio, dove le ultime propaggini dellAppennino, ormai alte quanto un
pugno, scendevano a picco nelle acque del Senio, si trovava in mezzo ad un fitto bosco,
quasi inaccessibile da altre parti, la fonte della Pòcca. Il suo nome le derivava
dal toponimo del podere che la conteneva, "la Pòcca", di proprietà di
Italo Marocchi. Era una fonte d'acqua solforosa, che spandeva anche tuttintorno un
intenso odore di uovo marcio. La fonte, circondata da un boschetto, era più bassa del
terreno circostante e, per questo, spesso veniva ricoperta dalle alluvioni del Senio. Si
scendevano alcuni scalini e, dentro unedicola rotonda coperta da un tetto a
semisfera, cera la fontana dalla quale usciva uno zampillo di questacqua assai
particolare, oserei dire termale. Pietro Costa riferisce nel suo libro "Castel
Bolognese fra due battaglie" che nel 1857 il prof. Gaetano Sgarzi di Bologna
eseguì opportune analisi sullacqua della "Pòcca" per provarne il
potere curativo. I risultati furono lusinghieri e lo stesso Sgarzi, nella sua relazione,
oltre a tesserne lelogio, auspicava "provvide cure del Magistrato e del
Comune". Il Costa tuttavia afferma che, allinfuori di un manifesto che
reclamizzava le acque minerali di Castel Bolognese - marziali, solforose, salsoiodiche -
non si fece nulla, o quasi. Ciononostante, la "Pòcca" fu sempre
considerata dai castellani una fonte termale, facendone un luogo di riunione e di svago
per le loro scampagnate domenicali. Essendo assai lungo raggiungere la fonte passando da
Tebano, poiché occorre compiere un giro vizioso, gli affittuari del podere "Tigiam"
di Biancanigo, di proprietà della Congregazione, che si trova quasi di fronte alla "Pòcca",
cioè la famiglia Conti, detti "I Dariì", appoggiavano tra le rive del
Senio alcune assi creando una passerella, che la sera veniva smantellata. In questa
maniera si poteva raggiungere la "Pòcca" anche a piedi, con una breve
passeggiata da Castello. I Conti erano una famiglia numerosa: oltre ad Andrea e sua moglie
Maria Brunetti, cerano ben dieci figli. Tutti nelle giornate di festa erano
impegnati per far affluire gente alla "Pòcca". Il capofamiglia, aiutato
dai figli, allestiva nella mattina la passerella; la moglie, "La Dariìna",
teneva il deposito delle biciclette e vendeva i formaggi da lei confezionati nei giorni
precedenti; spesso, sulla spianata nei pressi della fonte si allestivano il palco e la
pista da ballo. Se non bastavano "Cetoni" con il violino oppure un
organetto a rallegrare la festa, venivano invitate orchestrine, la banda di Castel
Bolognese, i Canterini Romagnoli; anzi, stando ai ricordi di Romana Zannoni, alla "Pòcca"
cantarono con successo sia quelli di Lugo, diretti dal maestro Francesco Balilla-Pratella,
sia quelli di Forlì sotto la direzione del maestro Martuzzi. Era tutto un fervore attorno
a quellameno luogo: "Bagiola" e "Ceschi", i
vetturini di Castello, caricavano in piazza le loro giardiniere tirate a lucido ed
accompagnavano la gente alla passerella dei "Dariì"; i fornai castellani
accorrevano là per vendere i "Brazadèll dla Cros" e i "Brazadèll
sèza Cros", ciambelle tonde che erano fatte con luovo, oltre a piadine,
pizze salate, Kipfer ed ogni genere di conforto. Chi pertanto non era riuscito a
preparare qualcosa per mangiare da portarsi con sé, poteva tranquillamente trovarla là:
le giornate alla "Pòcca" infatti duravano per tante persone dalla
mattina al tramonto.
Naturalmente, in queste giornate, anche lacqua della fonte si pagava. Romana Zannoni
ricordava alcuni prezzi: per un bicchiere dacqua dieci soldi, per il deposito delle
biciclette, quattro soldi.
Il ritrovo domenicale alla "Pòcca" è durato fino agli anni cinquanta;
poi la "Pòcca" si è trasformata in una meta per una breve gita in
bicicletta percorrendo tuttavia litinerario per Tebano, non essendo più agibile il
passaggio del Senio da Biancanigo. Il luogo, solitario, si prestava anche per una "scappatella"
con la "morosa" di turno oppure per una lunga meditazione, il tutto
accompagnato da una sigaretta, per dare quel senso di trasgressione del proibito!
Una prima ferita mortale a quel posto dincanto fu inferta dalla rovinosa piena del
Senio che ne provocò lesondazione il 4 novembre 1966. Grazie ad alcuni volontari la
fonte fu liberata dal fango e venne ripristinato il riflusso dellacqua, ma la fine
era vicina. Lo sbancamento della collina soprastante per trarne terra per il fondo
dellautostrada mise la parola fine alla "Pòcca" che, raggiungibile
sempre con maggior difficoltà a causa delle frane, è poi stata cancellata
dallincuria, dalle piene del Senio e dai proprietari del terreno che mal gradivano
il passaggio delle persone là dirette, nel loro cortile e sulla loro proprietà. Uno
degli ultimi, forse lultimo conservatore della fonte della "Pòcca"
è stato Nicola Marzocchi il quale, ricordava suo figlio Gaetano, con diligenza
landava a liberare dal fango dopo ogni piena del fiume in quanto riteneva che
quellacqua dal sapore così sgradevole gli fosse di aiuto per i suoi acciacchi.
Oggi, della "Pòcca" e del suo bosco non rimane quasi più nulla (1).
PAOLO GRANDI
(1) Dopo tanti anni di
abbandono, pare avvicinarsi il recupero del sito della Pocca. Questo è quanto si legge a
pag. 116 della Relazione Illustrativa del PSCA (Piano Strutturale Comunale Associato):
Riqualificazione dellex cava Falcona (Id n. 11)
Per larea della cava Falcona, il Comune di Faenza ha recepito le
indicazioni previste dallaggiornamento del PIAE provinciale (adottato con atto di
C.P. n. 69 del 15/07/2008) che ne prevede il recupero e la valorizzazione. Le linee guida
progettuali e di indirizzo sullo stato finale dellarea prevedono che, dal parco
fluviale di Biancanigo, a Castel Bolognese, percorrendo largine sinistro del fiume
fino a Tebano, si arrivi al sito geologico, denominato la zona di Tebano,
attraversando il Senio con una passerella ciclabile. Ai piedi del sito si farà il
possibile per riaprire, anche per usi ricreativi, la storica sorgente sulfurea della
Pucca. Lattraversamento dellex area di cava, con il suggestivo panorama del
costone sabbioso, dominato da un residuo di antico bosco, consentirà di raggiungere la
strada di Tebano e, quindi, la città di Faenza.
(nota a cura di Andrea Soglia su gentile segnalazione di Daniele Bernabei)
Le gite alla Pocca sono anche protagoniste
di un articolo del Corriere Padano del 25 maggio 1928. L'autore Michele Campana dà un
ampio resoconto di una festa di primavera tenuta alla Pocca.
E la Pocca ispirò una poesia giovanile del castellano Cosimo Virgili (1867-1934), il
quale prova anche a dare una spiegazione all'origine del nome della fonte. La poesia fu
pubblicata su Il Resto del Carlino il 10 gennaio 1890 e, successivamente, in una raccolta
intitolata "Le rime giovanili" edita nel 1932 e curata dallo stesso Cosimo
Virgili
Qui di seguito si riportano l'articolo e la poesia
Andrea Soglia
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I "Trebbi"
dei canterini romagnoli Non capita davvero tutti i giorni quel che
è capitato a me nella terza domenica di questo maggio profumato. MICHELE CAMPANA |
ROMAGNA. Tra i pioppi sussurranti a piè del monte COSIMO VIRGILI NOTA. |