Una passeggiata in via Matteotti nel 1947 (o giù di lì…)
di Andrea Soglia
Oggi il quartiere delimitato da via Marconi, viale Roma, via Contoli e viale Pascoli viene chiamato il “Quadrilatero”.
Non sappiamo chi abbia inventato questo nome, calato all’improvviso dall’alto, ma di certo possiamo dire che non ha alcuna anima: la geometria e il “romanticismo” non vanno mai troppo d’accordo.
Il centro del Quadrilatero, o meglio la sua anima, sono i 10 palazzi di edilizia popolare di via Matteotti, abitati da 40 famiglie sin dal lontano 1947.
Sì, l’anima, perché quei 10 edifici “gemelli” furono edificati ex novo quasi 80 anni fa e di storie di vita ne possono raccontare parecchie.
Fra i primi abitanti di allora vi fu Elvio Poletti e dobbiamo ringraziare lui e la sua poderosa memoria perché ci ha regalato una piantina precisissima di quegli edifici scrivendo chi viveva in ciascuno dei 40 alloggi nel 1947 e ci consente di fare una passeggiata virtuale nella via Matteotti che fu.
E qui occorre fare un passo indietro e raccontare la storia della nascita di via Matteotti. Si usciva dalla tragedia dalla guerra e c’era distruzione ovunque. Era dunque necessario un piano di ricostruzione e già nel novembre del 1945 il Comune lo affidò all’architetto Domenico Sandri. Fu un piano tribolato, modificato più volte, ma in tutte le versioni, a quanto ci consta, rimase fermo il proposito della costruzione di nuove case popolari, finanziate dallo Stato, per dare alloggio ai numerosi senzatetto del paese. Passò diverso tempo prima che il Ministero dei Lavori Pubblici stanziasse i finanziamenti per iniziare i lavori. Nel frattempo il Comune si preoccupò di individuare l’area che ospitasse i nuovi alloggi e il Consiglio Comunale, con la delibera n. 5 del 22 aprile 1946, all’unanimità individuò la zona tra Borgo Carducci e viale Cappuccini per l’edificazione delle nuove case popolari. Qualche mese dopo, il 21 luglio 1946, il Consiglio, sempre all’unanimità, decise l’acquisto della stessa area da Massimo Bertini (detto Minelli) a £ 60 al metro quadro. Convertite al 2026 quelle 60 lire equivalgono al potere di acquisto di 2 euro… davvero una cifra irrisoria… per cui, sostanzialmente, quella terra fu espropriata, certo per nobilissime cause e all’unanimità, ma pur sempre espropriata al proprietario precedente che viveva della propria attività di cementista.
Alla nascente nuova via fu dato, nel 1948, il nome di Giacomo Matteotti e nel 1949 il Comune comprò un ulteriore terreno per consentire il collegamento di questa strada con il già esistente viale Marconi.
I nuovi alloggi, di proprietà dello Stato, temporaneamente affidati al Comune, dovevano essere assegnati, previo pagamento di un canone mensile, alle famiglie dei senza tetto, “dando la precedenza, nell’ordine, alle famiglie dei caduti delle forze armate, delle formazioni partigiane, alle famiglie dei mutilati o invalidi, alle famiglie dei reduci e in ogni caso, a parità di condizioni, alle famiglie più numerose”. E dobbiamo dire che, senza fare nomi, gli assegnatari erano di tutti i colori politici, anche quello “nero”: si era cercato davvero di dare alloggio alle persone con le maggiori necessità.
Ed ora, seguendo la piantina di Elvio, partiamo nel giro di via Matteotti nel 1947, e di ogni edificio citeremo gli abitanti partendo dagli alloggi del piano superiore, a sinistra e a destra della facciata per poi scendere al piano di sotto. Partiamo dal lato destro della strada, guardando la collina.
Al numero 12 vivevano: il ferroviere Leo Santandrea, pittore e restauratore autodidatta, che ben presto fu nominato capostazione di Pioppe di Salvaro e colà si trasferì, lasciando l’appartamento a Giuseppe Raccagna, il repubblicano Poti, calzolaio attivo nella Resistenza; Ersilia Menzolini, calzolaia, con i figli Dato Cavallazzi (il partigiano Kaki) e Domenico; Pietro Liverani (Pirì la guardia o Pirì d’Casalecc) con la moglie Emilia Renzi (Miglia d’Broca) e il figlio Cicci, poi noto con il soprannome di “E suvietic”: Pirì e Miglia avevano tenuta nascosta con loro in cantina, nel 1944-1945, l’ebrea Sultana Ariè; sempre al piano di sotto c’era la famiglia di Giuseppe Gaddoni, Peppino, vedovo, con la figlia Rosanna e l’anziana madre Elvira Morini, della quale proponiamo la magnifica fotografia (salvata dalla dispersione) che la ritrae seduta vicino alla sua casa. Peppino era commerciante di fiori, che gli arrivavano dalla riviera ligure in ceste fatte di canne e con essi riforniva vari fioristi della zona, fra cui il fratello Elio che aveva la sua attività a Faenza.
Al numero 14 vivevano: Pietro Mascanzoni, detto Piciarlò, afflitto da una terribile asma e amorevolmente assistito dalla moglie Giana, che Elvio ricorda come una grande lavoratrice; Mario Diversi, babbo di Giovanna, futura moglie di Stefano Mamini, che tanti ricorderanno per aver gestito per anni il Ristorante del Ponte del Castello; Venanzio Gaddoni (detto Ravet), spazzino comunale, con la moglie Linda Topi e la figlia Alda, scomparsa recentemente, futura moglie del “Chinello”; Alberto Bellini, altro ferroviere, di cui Elvio ricorda il figlio Floriano.
Al numero 16 vivevano: Umberto Baldi, operaio, babbo di Domenico e di Giuseppina (detta Vanda) che nacque, prima di un lungo elenco, nella nuova casa da poco assegnata alla famiglia; Angelo Casadio (detto Biastemia), con la moglie Anna Valdrè e la figlia Gemma e i di lei figli, fra cui Roberto La Civita, oggi residente a Monza e amico d’infanzia di Elvio, con il quale si è incontrato il 26 aprile 2026 durante una rimpatriata a Castello; Amedeo Gentilini, detto Fainot, facchino, babbo del notissimo Sghinlò; il falegname Mario Tarabusi, con il fratello, pianista e non vedente, che ben presto si trasferì altrove.
Qui spendiamo due parole in più per Sghinlò, Antonio Gentilini (1942-2000), prematuramente scomparso oltre 25 anni fa. E’ stato uno dei principali promotori e divulgatori dello sport castellano. Appassionato di tutte le discipline sportive, soprattutto ciclismo, calcio e bocce, è stato organizzatore e giocatore di squadre di calcio ai tornei dell’Allegria di Biancanigo. Già vice presidente dell’Unione Sportiva Calcio Castel Bolognese, al momento della morte era presidente della Bocciofila Castellana e presidente provinciale del Comitato Autonomo Romagna Bocce (CARB).
Al numero 18 vivevano: Ovidio Selvatici, tecnico radiologo; Maria Cani, sorella del vigile Aldo; Giuseppe Cassiani, maniscalco “frador”, pur’egli attivissimo nella Resistenza, già con bottega in viale Pascoli, nella quale si tenevano riunioni clandestine durante l’occupazione tedesca: Cassiani riavvierà la sua attività in via Matteotti costruendo il nuovo laboratorio dietro la sua nuova casa; infine un certo Gaddoni con la moglie Maì: leggendaria la sua diffidenza quando giocava a briscola, contava e ricontava i punti, soprattutto quando aveva perso, suscitando il disappunto anche della consorte.
Al numero 20 vivevano: Manucci, detto E Furles (veniva, per l’appunto, da Forlì); Sebastiano Ravaioli, Nino de Giavlett (il padre era chiamato così perché era fuochista alla fornace), anch’egli partigiano e fratello del martire antifascista Giovanni: con la moglie Alladine si trasferirà poi in piazza Camerini angolo via Gambarelli; Aldo Patuelli (Aldo dla Pigramata), anarchico ed ex fornaciaio: Elvio ricorda quando Aldo tornava dal giro della spesa accolto dal suo gatto che gli andava incontro e gli saliva sulla spalla per godere anche lui del cibo appena acquistato; Domenico Babini, padre di Vittorio (muratore), Antonio (sarto) e di un’altra figlia poi andata in sposa ad Ermes Zardi.
Passiamo ora al lato sinistro della strada, sempre guardando la collina.
Al numero 15 vivevano: Paolina, che aveva un figlio frate; l’operaio agricolo Fabbri, detto Baladel, che movimentava il sabbione del fiume; l’infermiere Macchini, figlio di Bepa e fratello di Wilma (chi non ricorda il suo chiosco di piadina poi gestito a lungo dalla figlia Monica e dalla nipote Moira, e la sua leggendaria pizza fritta?); Germano Muccinelli, che commerciava biancheria intima che vendeva nei mercati della zona, spingendosi in bicicletta financo a Casola Valsenio, carico come un mulo; a volte Angelo Poletti gli offriva in passaggio sul suo sidecar, alleggerendogli la fatica e Germano si sdebitava con qualche paio di mutande. L’attività ambulante di Germano passerà al figlio Gianni Ernesto, a lungo attivo nel mercato in piazza a Castel Bolognese fino alla sua prematura scomparsa.
Al numero 21 vivevano: Vincenzo Pattuelli (1921-1970), uno dei partigiani più noti al punto da essere soprannominato “Vizenz di partigien”; Silvio Mamini, pensionato ferroviario, padre di Domenico, notissimo in paese come Mami; Enzo Cornazzani, capo ufficio dell’anagrafe, stato civile ed elettorale del Comune, con la moglie Alma Zannoni e i figli; il maestro Paolino Liverani.
Qui spendiamo qualche parola in più anche per Mami, perché è stato uno degli ultimi operai factotum del Comune, che divenivano vere e proprie istituzioni. Del suo pensionamento troviamo notizia su “Vita Castellana” del maggio 1987, quando un lettore prese carta e penna per cantare le lodi di Mami, idraulico, fontaniere, elettricista, fabbro ecc. Il lettore così scriveva: “Ho sentito tanti parlare di lui, ricordare i suoi interventi, la sua disponibilità a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, feriale o festivo, sotto il sole come sotto la neve, sempre pronto a riparare eventuali guasti per alleviare nel minor tempo possibile i disagi dei cittadini. Mi è capitato una volta di andarlo a cercare nell’officina del Comune, là dall’acquedotto, me la volle mostrare, ne era orgoglioso, era una sua creatura l’aveva attrezzata lui. Mi volle mostrare anche una sua invenzione, che forse avrebbe potuto anche brevettare, un manicotto speciale per fare gli allacciamenti all’acquedotto sui tubi di eternit senza sospendere l’erogazione dell’acqua, senza quindi creare disagi ai cittadini”. Altri tempi…
Al numero 27 vivevano: Maria Barnabè, sarta, zia di Elvio; Giovanni Centolani, già molto anziano all’epoca: il figlio Peppino era muratore (socio di Rombi) e la nuora Bianca Valdrè era una sarta per uomini; Angelo Poletti con la moglie Luigia Barnabè e i figli Ione, Ivonne ed Elvio: Angelo, detto Angiolino, a lungo perseguitato politico nel Ventennio (era iscritto al PCI clandestino sin dal 1928 e come lui erano tutti impegnati nell’Antifascismo il fratello Dante e i cugini Enrico, Guerrino e Livio, quest’ultimo caduto partigiano), esercitava la professione di pollivendolo e con enormi sacrifici (suoi e della moglie) riuscì a far prendere il diploma di scuola superiore a tutti i figli, Ione e Ivonne di maestra. E poi chi non ricorda Elvio Poletti capo dei Vigili Urbani di Castel Bolognese?. Completava il palazzo l’alloggio di Battista Valli, muratore, e della moglie Orsolina Liverani, sorella di Pirì la guardia.
Al numero 29 vivevano: Enrico Ronchi, autista e camionista, notissimo come Ricagni, avventore abituale del Bar Commercio e tifosissimo della Juventus, inventore instancabile di soprannomi per i castellani e i calciatori; Gesualdo Raccagna, facchino, poi emigrato a Milano; Valfardo Babini operaio agricolo e padre di 5 figli, di cui uno militò nella legione straniera partecipando alla Guerra d’Indocina; Antonio Pompignoli, detto Mel dal Bes-ci.
Al numero 35, infine, vivevano: Pietro Biagi, padre di Remo, Ferrante e padre adottivo di Vincenzo Visoni: la domenica mattina distribuiva L’Unità agli abitanti di via Matteotti; Augusto Domenicali, padre di 3 figli, Germano, Gilberto e Giovanna, che Elvio ricorda molto poveri; Bianca Savini vedova Ricci, madre di Federico, futuro farmacista a Imola; ed infine Giglio (detto Piani) dipendente della Società Elettrica Romagnola.
Alla conclusione di questa passeggiata in via Matteotti nel 1947 possiamo dire che davvero all’epoca tutti si conoscevano fra loro e spesso si aiutavano, quasi come si fosse in una grande famiglia. Davvero quel “villaggio” aveva un’anima. Oggi non possiamo affermare con sicurezza la stessa cosa sul “Quadrilatero” e più in generale sul resto del paese. L’augurio è che ritorni un po’ ovunque quel clima di amicizia tipico della Romagna del tempo passato… meno geometrico, ma assai più romantico!
BIBLIOGRAFIA PER LE NOTIZIE SULLA NASCITA DI VIA MATTEOTTI:
-Roberto Suzzi, Politica e amministrazione a Castel Bolognese dalla Resistenza alla ricostruzione postbellica (1943-1951), Castel Bolognese, Comune, 2024;
-Ennio Nonni (a cura di), Castelbolognese: un paese che cambia, Castelbolognese, Amministrazione comunale, 1985





















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