Umberto Rontini (1931-1952) minatore castellano caduto sul lavoro in Belgio

Le case le pietre ed il carbone dipingeva di nero il mondo
Il sole nasceva ma io non lo vedevo mai laggiù era buio
Nessuno parlava solo il rumore di una pala che scava che scava
Le mani la fronte hanno il sudore di chi muore
Negli occhi nel cuore c’è un vuoto grande più del mare
(New Trolls, Una miniera)

di Andrea Soglia

Ogni anno, l’8 di agosto, viene puntualmente ricordato l’anniversario del disastro avvenuto nel 1956 nella miniera belga di Marcinelle dove morirono contemporaneamente 262 minatori, di cui 136 italiani. Fu l’apice di una tragedia umana durata, in realtà, oltre un decennio, che vide morire, tra il 1946 ed il 1963, in tantissimi incidenti avvenuti nelle diverse miniere belghe, ben 867 minatori italiani e in totale 1126 minatori di varie nazionalità: tra le cause dei decessi figuravano in primo luogo le frane (59,2%), i trasporti (14,3%), il grisù (9,4%), le esplosioni (4,7%) e le cadute nei pozzi (4%).
Uno degli oltre mille caduti fu il castellano Umberto Rontini, di 21 anni.
Umberto Rontini era nato a Castel Bolognese il 14 giugno 1931 da Domenico e Maria Martoni. Era il figlio terzogenito dopo Elisa ed Elio (classe 1926), che fu partigiano durante la Resistenza con il nome di battaglia “Pepe”, militò nella 36ª brigata Bianconcini Garibaldi e operò sull’Appennino tosco-emiliano.
La famiglia Rontini viveva in un casolare di campagna più o meno nella zona dove fu poi costruita la discoteca “Le Cupole”. Terminata la scuola dell’obbligo, Umberto Rontini andò a lavorare come apprendista muratore, dimostrando un’ottima predisposizione a quel mestiere, al punto che maturò il sogno di mettere in piedi una sua impresa edile, assieme al fratello e al padre. Per fare ciò era necessario mettere da parte un po’ di risparmi e trovare un lavoro temporaneo più redditizio economicamente e Umberto prese la decisione di raggiungere il fratello Elio che era emigrato in Belgio da circa un anno per lavorare come minatore. Il lavoro di estrazione era pagato a cottimo e, a prezzo di un lavoro durissimo e pericoloso, era comunque possibile guadagnare abbastanza bene.
A poco più di vent’anni Umberto partì: era il settembre 1951.

L’esodo italiano verso il Belgio era cominciato dopo il 23 giugno 1946, giorno in cui era stato firmato a Roma il protocollo italo-belga per il trasferimento di 50.000 minatori italiani in Belgio. In cambio il governo belga si impegnava a vendere mensilmente all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone ogni 1.000 minatori immigrati. La manodopera non doveva avere più di 35 anni e gli invii riguardavano 2.000 persone alla volta (per settimana). Il contratto prevedeva 5 anni di miniera, con l’obbligo tassativo, pena l’arresto, di farne almeno uno. Gli italiani andavano così a sostituire i belgi nel duro lavoro della miniera, ignari di quello che realmente li attendeva e con pochissime garanzie relativamente ai loro diritti, alla loro salute e sicurezza.
Tra il 1946 e il 1957 gli italiani espatriati verso quel presunto El Dorado sono stati 223.972, a fronte di 51.674 rimpatri. Anche da Castel Bolognese partirono non pochi ragazzi in cerca di fortuna in Belgio. Fra essi, oltre ai fratelli Rontini, Gigetto Minardi, Giulio Brusa e i “libici” Giovanni Bottega e Bruno Vartesi.

L’arrivo in miniera, soprattutto nei primi anni di validità del “protocollo”, era traumatico, e non pochi recedevano dal contratto, pure col rischio dell’arresto. Eccone una breve descrizione, tratta dal sito https://laricerca.loescher.it/uomini-per-carbone-l-emigrazione-dall-italia-al-belgio-nel-dopoguerra/

“Soprattutto dallo choc della prima «discesa al fondo» per molti che erano partiti senza aver mai conosciuto la vita di miniera: l’impreparazione e l’incomprensione linguistica si proiettano nello sfondo cupo di ciminiere, altiforni, castelletti in ferro, colline nere di detriti. Segue il «vuuuu» terrifico dell’ascensore che scende a velocità altissima, poi il buio spaesante e caldissimo delle taglie. L’impatto diventa per molti un momento di insuperabile rifiuto che provoca la rottura del contratto e la prigionia nel Petit Chateau di Bruxelles in attesa del rimpatrio forzato. Solo a partire dai primi anni ’50 le trattative tra i due governi avrebbero cominciato a considerare la necessità di un approccio più morbido alla taglia, per attenuare il trauma”.

Le “taglie” non erano altro che le vene o i filoni di carbone, alte dai 50 cm in su, e spesso i minatori-estrattori, armati di martello pneumatico, erano costretti a lavorarvi coricati e a strisciarvi come serpenti, con temperature altissime (che li costringevano a lavorare in mutande) e una polvere terribile, contro la quale poco serviva la maschera di cui erano dotati e che rovinerà irrimediabilmente l’apparato respiratorio di moltissimi minatori. Ogni vena comunicava a monte con una galleria dove venivano convogliati tutti i materiali necessari per l’armatura di valle che doveva esserci per la sicurezza: da lì partivano i carrelli che venivano mandati in superficie.
In un secondo tempo, quindi, venne disposto che almeno i primi due giorni di lavoro fossero impiegati esclusivamente per conoscere la miniera e che ci fosse l’obbligo di fare pratica come manovale per almeno sei mesi prima di passare a lavori più impegnativi come quelli dell’estrazione del carbone dalle taglie. Il lavoro si svolgeva su tre turni: dalle 06.00 alle 14.00, dalle 14.00 alle 22.00 e dalle 22.00 alle 6.00, per sei giorni alla settimana.
Umberto Rontini fu assegnato alla miniera di Gosson La Haye et Horloz Réunis a Tilleur, dove già lavorava Elio, ed ebbe le mansioni di “armatore-disarmatore”, che era “l’operaio incaricato alla costruzione delle armature di sostegno delle gallerie. Queste erano costruite con puntelli e quadri di legno. L’armatore–disarmatore doveva provvedere anche al recupero (disarmo) delle armature dei cantieri esauriti dove, per ragioni di sicurezza, è bene provocare la frana delle solette per evitare così pericolose pressioni di carico dei terreni sovrastanti”.
E’ immaginabile che Umberto fosse partito per il Belgio abbastanza consapevole di quanto l’avrebbe atteso, senz’altro ragguagliato dal fratello Elio, ma è altrettanto facile immaginare che l’impatto con la realtà non fosse stato per nulla facile. Ma c’era tanta determinazione per realizzare il suo progetto di mettersi in proprio nel mondo dell’impresa edilizia.
A distrarre dalle enormi fatiche del lavoro era arrivato un evento calcistico molto importante e assai sentito dagli italiani immigrati: la partita amichevole fra Belgio e Italia allo stadio (poi tristemente noto) Heysel di Bruxelles. Elio ed Umberto non persero l’occasione e andarono a tifare per gli azzurri, facendosi anche scattare una fotografia ricordo all’esterno dello stadio, fotografia poi inviata a Castel Bolognese con la dedica “Ai nostri cari genitori con affetto sincero che mai si spegnerà”.
Era il 24 febbraio 1952. La Nazionale perse 2 a 0 con una squadra tutt’altro che irresistibile, deludendo i tanti minatori accorsi a vederla. La sconfitta degli azzurri fu biasimata, sulle colonne de La Stampa del 29 gennaio successivo, nientemeno che da Vittorio Pozzo, che era stato il commissario tecnico della Nazionale campione del mondo nel 1934 e 1938: “Il risultato di Bruxelles ha fatto male al cuore di tutti gli italiani … Ha fatto male, particolarmente, a quelli fra gli italiani, che erano già sul posto, e sul posto, per ragioni di lavoro, sono rimasti. Un male speciale, per comprendere profondamente il quale, bisogna aver visto e compreso la gioia che una vittoria nostra irradia nell’ambiente dei connazionali all’estero, e le ripercussioni che essa ha nel loro spirito. L’italiano che vive in terra straniera vede l’incontro internazionale con occhi suoi: occhi che il cuore illumina e rende acuti. All’estero, la Patria la si ama tutti, vivamente, ed alle grandi partite si dà un significato che va al di là, e di parecchio, di quello puramente tecnico. Quei minatori nostri venuti dai villaggi dei dintorni: hanno imparato a contenersi, e quel loro dolore muto, trattenuto, compresso, impressionò tutti coloro che con essi si intrattennero. Colpisce di più il dolore contegnoso, quello che quasi bisogna indovinare, che quello rumoroso ed incontrollato”.

Ritornato al suo lavoro in miniera, il 22 maggio 1952 Umberto Rontini rimase vittima di un grave incidente: fu travolto da una frana di pietre mentre stava “disarmando” una taglia, riportando “la frattura del terzo medio facciale e la frattura delle branche montanti della mascella inferiore e frattura delle apofisi”. Subito soccorso, fu ricoverato d’urgenza all’ospedale Bavière di Liegi dove spirò il 31 maggio successivo: troppo gravi erano le ferite riportate. Mancavano pochi giorni al suo 21° compleanno.
Il 3 giugno 1952 si svolsero i funerali, alla presenza di Elio Rontini, dei dirigenti della miniera, di una larga rappresentanta degli operai, del delegato per i minatori del bacino di Liegi, del missionario padre Faggion e del console S. Ceva.
Fu quest’ultimo ad informare ufficialmente il Comune di Castel Bolognese e, di conseguenza, la famiglia che, naturalmente, era già stata avvisata della tragedia direttamente da Elio.
La salma fu sepolta provvisoriamente in un loculo nel cimitero di Robermont in attesa del rimpatrio, come espressamente richiesto dai genitori. Occorsero vari mesi perché ciò avvenisse, anche per capire se fosse stato possibile agevolare la famiglia Rontini, tutt’altro che benestante, nella spesa da sostenere. Il Ministero del Lavoro non si fece carico di nulla e l’unico modo che fu trovato per aiutare la famiglia Rontini, e non solo essa, fu quello di programmare un trasporto contemporaneo di più salme sopra il medesimo mezzo di trasporto, al costo di circa 10-12 mila franchi per famiglia. Era il 14 ottobre 1952 quando partì da Liegi un auto-furgone della ditta di pompe funebri “Germay”, contenente le salme di 5 italiani morti in Belgio. Il 16 ottobre il furgone fece tappa a Brogliano (Vicenza) per deporre la salma di Alfredo Mecenero e poi a Castel Bolognese per la consegna della salma di Umberto Rontini; proseguì poi per Cannara (Perugia) dove il 17 ottobre depositò la salma di Remo Bizzarri; il 18 sera giunse a Castelbottaccio (Campobasso) per deporre la salma di Mario Mastroberardino ed infine il 20 ottobre, sulla via del ritorno, fece tappa a Monticelli d’Ongina (Piacenza) per consegnare la salma di Marianna Cavallari in Donelli.
La salma di Umberto Rontini riposa tuttora nel cimitero di Castel Bolognese. Nel 2022, a distanza di 70 anni, ricordiamo il ragazzo di 21 anni, il suo sacrificio e i suoi sogni spezzati “laggiù nel buio” dove “il carbone dipingeva di nero il mondo”.

Si ringrazia Umberto Rontini (figlio di Elio e nipote del minatore Umberto) per le fotografie e le informazioni fornite; si ringrazia Maria La Torre per la collaborazione

Fonti:
-Archivio storico comunale di Castel Bolognese, busta n. 245, carteggio amministrativo 1952, categoria XIII
-Archivio famiglia Rontini
-La Stampa, 29 febbraio 1952

Sitografia:
-https://www.storiaememoriadibologna.it/rontini-elio-508912-persona
-http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/1066/Armano%20Linda.pdf?sequence=1
-https://www.aspbologna.it/la-scrittura-del-ricordo-i-ricordi-fanno-bene-a-chi-li-scrive-e-a-chi-li-legge/servizi-erogati/sostegno-agli-anziani/la-scrittura-del-ricordo/mio-padre-egisto-salsi-racconta-di-sonia-salsi-tratto-da-la-scrittura-del-ricordo
-https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/2021/06/23/news/uomini_carbone_lo_scambio_mortale_tra_italia_e_belgio-1243802/
-https://reportage.corriere.it/esteri/2016/la-memoria-dei-minatori-italiani-in-belgio/
-https://storicamente.org/emigrazione-italiana-in-belgio_link8
-https://laricerca.loescher.it/uomini-per-carbone-l-emigrazione-dall-italia-al-belgio-nel-dopoguerra/
-https://www.progetto-radici.it/2021/06/26/belgio-6-il-primo-giorno-in-miniera/

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia, Umberto Rontini (1931-1952) minatore castellano caduto sul lavoro in Belgio, in https://www.castelbolognese.org

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