Scritti e memorie sulla Torre Civica di Castel Bolognese

Armando Borghi

Di notte ho visto Castello

Venni di notte, qual ladrone, o matto,
A destar morti e a salutar Castello,
E lo trovai – non più sfatto o rifatto –
Tal qual mi era rimasto nel cervello.

Tutto era cieco ed io tutto vedevo,
Tutto era muto e assai il cor mi strinse.
Sonnambulo d’ amor io mi credevo…
Ma “un solo punto fu quel che mi vinse”.

Quando sentii il campanon di piazza
Batter le tre di notte, e la Campana,
Commemorando suon di antica razza,
Chiamarmi a scuola, fu per me una diana.

Subito venni in me: sì, era Castello!
Di tutti i morti vidi il viso caro;
Ma della Torre invan cercai l’ostello…
E me ne andai col viso triste e amaro.


Dopo letto “I territori di Castelbolognese” di Oddo Diversi

Se fosse dato all’attimo che muore,
di confessar le picciol cose ai vivi,
le cose che s’addormono nel cuore
e si ridestan della mente privi

Se fosse data a me l’ultima voce,
di chi si imbarca col signor Caronte
– come supposto fu di Cristo in croce –
credo domanderei scavarmi un ponte

Dove la Torre fu per lunga età,
e lì, a Castel, posar la stanca fronte
coi morti tutti della libertà…
de essa madre di una sola fonte

Chissà se nonna mia santa davvero
là sotto non trovasse “è su burdel”
tornando dal vicino cimitero
per rivedere insieme è “vec Castel”


 La Torre assassinata

Dedicata  a  FRANCESCO SANTANDREA
(Frazchin), per ringraziarlo di avermi man-
dato  la  foto  della  Piazza  di  Castel   Bolo-
gnese,  del  tempo  in  cui  non  era  stata di-
strutta  (dai tedeschi)  la  Torre  medioevale
che rendeva  pittoresca la piazza del piccolo
borgo che mi vide nascere. 

Caro Frazchin, la “Torre” mi ridesta
la lieta età di quando dai voltoni
miravo, in apprensione incerta, o in festa,
il cielo popolato di rondoni.

Fischi assordanti udivo in alto e intorno,
dai nidi della Torre e sui piazzali,
sveglianti i castellani al far del giorno
e ricamando il ciel d’aperte ali.

Francesco, “Patria è il Mondo”, è un detto forte;
ma l’esperando della fanciullezza
è un’antenna del cor fino alla morte:
un “bel” non nega il bel d’altra certezza.

E quella Torre nostra assassinata,
sai tu Frazchin cos’altro mi ridesta?
(nonna Luziina, anima beata,
me lo diceva, in pianto non in festa):

Fu accanto a lei che al tempo del Mastai,
la ghigliottina insanguinò il selciato . . .
Povera Torre, ell’ebbe i tristi guai
di segnar l’ora al boia del papato.

E’ Lì, ove cadde il grande Pirazzini
(il nome suo il giovane non sa!);
lì, quei Loyola, ignobili assassini,
credettero di ammazzar la libertà

ROMA 20 luglio 1960


Francesco Serantini

Vaghe stelle dell’Orsa, guardie dei piloti, nel cielo del mio paese voi stavate a picco sopra la torre. Adesso, la torre non c’è più… Quante volte, guardando le tue pietre nere per il tempo, mi sono detto che avresti seppellito anche me, viceversa sei morta tu, ti ho vista io in polvere: pulvis et cinis e adesso non so se sarò buono di ritrovare le stelle dell’Orsa.

Tratto da: Le ricordanze


E la torre, la torre che era in piazza e aveva non so mai quanti secoli e non c’è più perché i tedeschi ci misero sotto una carica di tritolo e buonanotte la torre. Nicola liutaio ci ha fatta una passione. Essa era l’ingresso dell’antico castello…
Ne hai vedute di vicende, vecchia torre, in tanti anni che sei stata su e io delle volte guardandoti pensavo che tu avresti seppellito anche me come gli altri castellani, viceversa sei partita tu, ti abbiamo seppellita noi. Col tuo orologio tu scandivi le ore delle nostre notti quando facevamo infinite volte il giro delle mura a discutere e a contare i fatti; le discussioni andavano dalla politica alle donne alla filosofia e mai che fossimo buoni di farle pacatamente, macchè, ci scaldavamo subito ed erano grida e accenti concitati, senza un po’ di rispetto per i cristiani che dormivano.

Tratto da:Le rimembranze

Le macerie della Torre

Le macerie della Torre

Angelo Donati

Foglie morte

Caddero le foglie disperse
dal tramontano feroce
mosso dal soffio di morte.
Son tornato, o rimasto, non so
abbarbicato com’edera
alla torre quadrata
da l’occhio di vetro,
tracciante, nel volger del tempo,
le rughe sul volto de l’uomo.
Son rimasto con l’anima folle
legato, a catena di tempo,
al ponte levatoio:
ho vissuto in altre epoche
e son tornato a ritroso,
calcando degli avi le orme,
a viver nel picciol quadrato
fra merli e bastioni,
a sognar con l’acciaro il mio passo,
ne le notti di veglia.

Io qui son vissuto: una chiesa, un campo
d’arma, un fossato, una fortezza
e sovra il fossato il bel ponte
dal gonfalon selvaggio.

Ampio fossato ed a guardia
te o torre di pietra,
cuor palpitante col suono
a gioia, a stormo, a morte,
col nostro cuore
bruciante libertà.
Volto accigliato e materno
ne la corsa;
ghirlande di rondini in volo
stridenti a sera l’addio,
fila di rondini in concerto
ne l’alba rugiadosa:
sorelle bianconere,
in partenza
nel pallido autunno che avanza.

Tratto da “I canti della mia terra”

Torre

Batte l’antica torre
i lenti singulti che segnano
l’avanzar della morte
sul nostro cammino.

Spalanca la grande pupilla
di vetro
su la piazza
ove i distruttori giganti
rombano sinistramente.

Un colpo l’ha destata
dal lungo letargo di secoli:
ha rabbrividito
ne le carni di pietra
ritrovando
un antico servaggio.

Poi, più forte,
nel vuoto notturno,
su macchine di guerra addormentate,
s’ode
il suo ultimo singulto,
il suo crollo.

Novembre 1943

Tratto da: “E l’allodola cantò. Rimembranze serene”


Enrica Giarnieri Bolognini

Fra noi, creatura viva

Un arco sulla terra
poi
ancora
pietra su pietra
perché regnasse sovrana oltre le case
i comignoli
nel cielo
incoronata di voli.
Le diedero voci di campane
un cuore nudo, luminoso nella notte
e più grande della luna
su cui, dall’aurora cosciente
sino al tramonto
si posavano gli occhi degli uomini.
Nei secoli, lunghe catene di sangue
l’imprigionarono d’amore e di dolore
in quell’andare e venire sotto il suo arco
attorno ai suoi fianchi saldi
di pietra.
La credevamo eterna
ma fra i vinti e i vincitori
fra noi inermi, in mezzo alle battaglie
il grande corpo
la torre dominatrice
divenne una montagna torturata
entro cui era sepolto un cuore
(il cuore del nostro tempo)
spenta una voce.
Al frastuono della sua morte
rispose, alto, un solo grido!

In questo mio ritorno,
fra case dai volti nuovi
guardo il libero orizzonte
e attendo sulla piazza deserta
che mi appaia la luna
più piccola di quel grande cuore.
Con la luna ritornerà la sua ombra
perché, simbolo vivo
più vivo della nostra carne
noi l’abbiamo sepolta
nell’infinito cimitero del passato.

Tratto da: “La voce del girasole”

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