La Villa Centonara o “della Contessa”
di Paolo Grandi
Verso la fine di viale Cairoli, sulla sinistra dirigendosi verso la stazione, si incontra un fitto bosco che circa a metà si apre e mostra la villa Centonara, in bello stile toscano, di proprietà della famiglia Rosato ed ora in imminente acquisto da parte del comune di Castel Bolognese.
La famiglia Gottarelli – Giacometti – Rosato
I Gottarelli sono un’antica famiglia di Castel Bolognese, non nobile, che vanta tra i suoi antenati Gianbattista Gottarelli (1540?-1617) avvocato a Roma ed a Castel Bolognese, Alessandro Gottarelli, medico (1545? – 1578), Girolamo Gottarelli (1580-1633), giureconsulto e governatore di Lucca, al quale è intitolata una strada del centro e Angelo Gottarelli, pittore (1740-1813). Nel ventesimo secolo la figura di spicco fu l’avvocato Francesco Gottarelli (1862-1924) dimorante a Bologna ma sempre legato a Castel Bolognese; da mecenate, sostenne finanziariamente gli studi di padre Serafino Gaddoni (per tal motivo il primo volume de “Le Chiese della Diocesi di Imola” è proprio quello riguardante il territorio di Castel Bolognese e della valle del Senio) e che acquistò, restaurò e poi donò al Comune la chiesa di San Sebastiano ed il terreno circostante quale Parco delle Rimembranze. La famiglia vantava una ricchezza non comune di cui non è nota la fonte, ed era proprietaria terriera di numerosi poderi tra Castel San Pietro, ove alla Gaiana c’era l’altra villa di famiglia, Imola, Castel Bolognese e le vallate del Senio e del Santerno. Si narra che il toponimo “Centonara” derivi dal fatto che quello fosse il loro centesimo podere e qui vi vollero costruire la villa, ma più probabilmente esso è legato al podere, poiché lo si ritrova in altri appezzamenti terrieri qui intorno.
Francesco Gottarelli sposò Olga Clementi ed ebbe una figlia, Maddalena (1899-1958), la quale si unì a Bologna nel 1919 con un rampollo della famiglia dei conti Giacometti, nobiltà piacentina d’origine novarese, i quali erano tornati da Lima (Perù) ove si erano trasferiti dopo il passaggio del Ducato di Parma e Piacenza al Regno d’Italia per rimpinguare le sostanze di famiglia, dilapidate a causa dello splendido tenore di vita seguito fino ad allora. Mentre Giuseppe Giacometti viveva a Lima, sposò la peruviana Vittoria Soyer nel 1885 dalla quale ebbe il figlio Giuseppe Luigi detto Pepito (1888-1951), il futuro sposo di Maddalena Gottarelli, più attento forse al patrimonio di lei che alla sua molto apprezzata avvenenza. Dalla loro unione nacque a Piacenza l’unica figlia Teresa (1920-2008). Il nome non è casuale: Maddalena (che non acquisirà il titolo di Contessa, se non a livello popolare, perché riservato solo alla discendenza maschile dei Giacometti come da Decreto Ministeriale del 1880) era assai devota a santa Teresa di Lisieux, tanto da acquistare là una statua della Santa e donarla alla chiesa di san Petronio, ove tuttora è posta nel primo altare della navata destra. Teresa crebbe con un’istitutrice tedesca come ricordava mio padre Tristano e in fase di separazione fu affidata alla madre Maddalena che nel 1923 divorziò a Fiume (1) e poi fece coppia fissa col notaio Ginnasi di Imola, il quale viveva nel palazzo Ginnasi (e Palazz d’Ursòni) di Casalecchio. In età da marito Teresa sposò nel 1940 nella Cappella della Centonara l’allora Capitano dei Carabinieri Umberto Rosato (1906-1974) che sarebbe poi diventato Generale di Corpo d’Armata e Comandante dell’Arma della Guardia di Finanza, il quale morì improvvisamente nel luglio del 1974. La coppia ebbe due figli: Gabriella (1946-2024), che ha sempre vissuto nella villa, e Francesco (1948-2024) abitante a Roma per motivi di lavoro, per cui gli attuali eredi di villa Centonara sono i due figli di Gabriella, ora a Modena ed i due figli di Francesco residenti a Roma.
Le vicende della villa
Non è dato sapere quando il podere Centonara sia entrato nel patrimonio dei Gottarelli. Probabilmente ciò avvenne verso la fine del XIX secolo in quanto col podere incamerarono anche il residuo parco della Villa Pantalupa, già di proprietà Bragaldi, sacrificata alla costruzione della ferrovia e della stazione di Castel Bolognese. Esisteva sul viale Cairoli, primo tratto dell’antica strada che muovendo dalle mura cittadine conduceva a Casalecchio poi a Solarolo, una casa colonica come dimostra il Catasto Gregoriano. Forse quella stessa casa fu trasformata in un’ala della villa Centonara (2) che, così come oggi la vediamo, venne innalzata nei primi anni del XX secolo; prova ne sia lo scritto di padre Gaddoni il quale, parlando dell’oratorio della Centonara riferisce: “…in questa casa dei Gottarelli (…) che si sta trasformando in una magnifica villa” (3). Il severo stile toscano con mattoni a vista e le cornici di arenaria sia angolari che a porte e finestre non sappiamo da che mani architettoniche provenga. Il complesso presenta un edificio centrale, a pianta quadrata e due piani, fiancheggiato da due ali laterali, oblunghe, ad un solo piano e più arretrate rispetto al corpo centrale. Un’ulteriore ala perpendicolare alle altre due racchiude una elegante corte e su di essa si apre l’ampio varco per le carrozze, in linea col rettilineo viale di pini marittimi che conduce all’ingresso di via Lughese.
L’edificio centrale presenta una disposizione cosiddetta “alla bolognese”: un corridoio centrale chiuso da due portoni, uno sul viale Cairoli e l’altro sulla corte, lo attraversa in lunghezza. Lo stesso corridoio si ripete ai piani superiori, illuminato da due finestre. Il piano terreno è destinato alla vita diurna: dopo un ampio vestibolo a loggetta sulla destra, oltre al quale si apre lo studio, v’è lo scalone che porta ai piani superiori, mentre più avanti c’è il grande soggiorno. Sulla sinistra si trova un primo salotto e la biblioteca. Il piano superiore è destinato alla zona notte con varie camere da letto che si aprono sul corridoio una delle quali, affacciata verso il viale Cairoli e verso sud, è decorata nel soffitto e ha un bel camino d’angolo. Caratteristica la stanza da bagno, poi trasformata in salottino, rotonda, con vedute agresti forse delle proprietà (in una si riconosce la Centonara, in un’altra il tempietto Bragaldi) probabilmente opere del pittore Fausto Ferlini. Il piano superiore era riservato agli alloggi della servitù. Questo edificio è munito di grandi cantine a volta, che furono rifugio per la popolazione durante la seconda guerra mondiale. L’ala laterale verso la stazione accoglie al piano terra un salotto, la cucina con grande camino e fuochi, la dispensa e poi l’alloggio del custode ed un magazzino carrabile; al piano superiore v’è un ampio bagno ed altre stanze, alcune deputate all’amministrazione. L’ala laterale sinistra accoglie l’Oratorio dedicato a San Francesco di Paola, la Sacrestia ed una grande serra o limonaia vetrata e addirittura riscaldata. Al piano superiore si trovano altre stanze da letto e la caratteristica camera da guardaroba e stireria.
Circonda la villa un grande parco, da tempo in abbandono, ove erano presenti anche piante rare. Verso la stazione v’era spazio per un lago abbastanza ampio con un’isola, arricchita al centro da una fontana, che si poteva raggiungere tramite un ponte di legno. Curioso il sistema di alimentazione del lago; nel Viale Cairoli infatti l’acquedotto arrivò solo a metà degli anni sessanta del secolo scorso. Oltre ad attingere acqua da un pozzo, il maggiore immissario del lago era l’acqua di risulta dei frigoriferi del magazzino della frutta degli Scardovi; emissario era un fossato che portava l’acqua verso la fognatura di Viale Cairoli e di lì al Canale dei Mulini. Sul retro il parco termina con un viale di pini marittimi che conduce all’ingresso di via Lughese ed al residuo parco già appartenuto alla Villa Pantalupa ove è presente il Tempietto eretto da Giovanni Damasceno Bragaldi in memoria dell’unico figlio Vincenzo morto a 17 anni, opera insigne di Filippo Antolini, decorato dai Ballanti Graziani e dedicato a San Giuseppe, sepolcreto Bragaldi e Gottarelli.
La villa subì notevoli danni, col crollo quasi totale della parte centrale, durante la sosta del fronte. Nella villa infatti si era insediato il comando tedesco e quindi fu oggetto di diversi bombardamenti (4). Nel dopoguerra, Donna Maddalena volle immediatamente recuperare l’edificio ma di ciò ci parla Pietro Villa, falegname, che assieme al padre Antonio, chiamato “il falegnamino” vi compì un lungo lavoro di ricostruzione e di restauro.
«La villa era un grande cantiere: noi venivamo da Castelnuovo (il laboratorio sulla Via Emilia fu aperto negli anni ’60) e a volte ci aiutavano i mei zii; avevamo già lavorato per i Gottarelli nella villa della Gaiana. Inoltre c’era il muratore Lindo Magnani che aveva come garzone Pietro Tarroni, il maestro del vetro Peroni di Faenza, dove Cavalli ebbe la sua scuola, il fabbro Gino Compagnoni di Solarolo, un artista che ha realizzato tutte le inferriate e la ferramenta degli infissi e delle porte e che per evitare tempi morti aveva impiantato la fucina verso il fondo dell’ala che guarda la stazione; poi c’era una squadra di scalpellini di Firenzuola, che contemporaneamente erano occupati anche nella ricostruzione della torre civica di Faenza, a curare tutte le parti in arenaria. Iniziammo a riparare l’ala verso la stazione, la più preservata dai bombardamenti, per ricavarne alcune stanze ed anche perché la cucina non aveva avuto quasi alcun danno, mentre i muratori dell’impresa Giovannini di Lugo erano all’opera per riparare l’edificio centrale, ma ci vollero tre o quattro anni per completarlo. Mio padre ed io avevamo il compito di riparare o rifare tutte le parti in legno: ripulimmo le travi e ridemmo loro la tinta, rifacemmo tutti gli infissi, gli scuretti, alcuni dei quali furono poi dipinti da Fausto Ferlini ed i corrimani delle scale: tutte le colonnine dei corrimani le ho smussate io a mano! Il corrimano dello scalone principale è di rovere, le colonnine in sorbo; ma c’è un particolare che voglio raccontare: ad un certo punto ci fu da fare il raccordo circolare tra i corrimani del pianerottolo e io non ci riuscivo. Mio padre chiamò un collega da fuori, ma questo, vista la complessità del lavoro mi disse: “se hai fatto il corrimano, fai anche il raccordo!” e non ne volle sapere del lavoro; così, munitomi di pazienza mi misi a realizzarlo e finalmente ci riuscii. Altre nostre realizzazioni furono il grande armadio guardaroba della stireria, il telaio della porta di ceramica ed il ponte dell’isola. Quanti chiodi ho piantato in quel ponte! Alla fiera di San Pietro a Faenza c’era il gioco col quale dovevi piantare un chiodo con tre colpi di martello e ottenevi un premio; io, allenato dai chiodi del ponte piantai il primo, poi il secondo, poi… il proprietario del baraccone mi disse che avevo giocato abbastanza…».
In questo stuolo di artisti a servizio di Donna Maddalena c’era pure il pittore Fausto Ferlini che, come confermatomi dal prof. Luca Monti al quale a suo tempo Ferlini parlò, curò i dipinti dei cassettoni, dei quadri presenti nello scalone ed altre opere, oltre a quanto detto sopra da Pietro Villa.
La vita alla Centonara
Pietro Villa rammenta che a servizio di Donna Maddalena v’erano almeno sette persone: due cuoche, una della quali era Gigina la madre di Elvio Poletti, due guardarobiere, una lavandaia, un giardiniere poi c’era Guerrino che era il maggiordomo e l’autista ma anche un po’ guardia del corpo della Maddalena, vista la sua stazza da lottatore.
Ancora lui ricorda: “una mattina mi mandarono a fare la spesa, forse perché le cuoche erano molto indaffarate. Non mi diedero soldi: era usanza in ogni negozio ove mi recai di annotare su un taccuino la spesa che poi mensilmente qualcuno dell’amministrazione saldava”. E di ciò anche io ne ho prova in un registro tenuto da mio nonno Pompeo in quanto Donna Maddalena si serviva spesso del Caffè della Stazione.
Personalmente, ho dei bei ricordi di villa Centonara avendovi abitato di fronte per più di trent’anni; essi sono però più recenti, quando ormai Donna Maddalena era scomparsa e la famiglia Rosato soggiornava qui specie in estate. In quel periodo la villa si animava: Guerrino arrivava con qualche giorno di anticipo per dirigere i lavori di riassetto della casa e del parco; poi, una volta giunta la famiglia Rosato, lo vedevi in livrea attorno alla villa, suonare la campana alle 12.30 per il pranzo o ricevere gli ospiti. Il matrimonio di Gabriella, così come il funerale del generale Rosato, furono celebrati nella Cappella della villa e il grande balcone di casa mia, posto al di là del viale Cairoli proprio di fronte alla Cappella fu meta di tutto il vicinato e di curiosi.
Nei lunghi mesi in cui i Rosato erano assenti la villa però non era vuota: vi abitava il custode che era Enrico Landi, Richì, al quale noi bambini del viale spesso chiedevamo di giocare nel parco, specie ai pirati nella zona del lago e dell’isola.
Mio cugino Felice Cornazzani, coetaneo di Francesco Rosato, ricorda che un giorno questi gli chiese se avesse voluto giocare insieme; Felice approvò ma Francesco si riservò di chiedere il permesso alla nonna, e solo quando questa acconsentì all’amicizia, dopo essersi informato sulla famiglia del piccolo, lo ammise alla Centonara.
Anche Leonardo Altieri, altro coetaneo di Francesco Rosato, fu parimenti ammesso a giocare alla Centonara ed i suoi ricordi sono contenuti nello scritto che segue il presente scritto.
Alla scomparsa di Umberto Rosato la vedova, Teresa Giacometti, per tutti la “signora Contessa” si stabilì nella villa; di corporatura minuta, garbata nei modi, tutti la ricordano devota e impegnata nell’UNITALSI; usava aprire la Cappella agli abitanti di viale Cairoli per la recita assieme del Rosario durante il Mese di Maggio. E quante volte le processioni delle Rogazioni o di Pentecoste hanno raggiunto la stazione riservando un sosta davanti alla villa! Anzi ricordo una processione, se non sbaglio delle Rogazioni, che fu improvvisamente disturbata da un violento temporale che iniziò proprio davanti alla Centonara. Vi fu un fuggi fuggi generale ed in quel momento le porte della villa e della Cappella si aprirono per ospitare i celebranti e la sacra Immagine della Madonna del Rosario che rimase là fino al giorno dopo.
Oggi la notizia che l’Amministrazione Comunale abbia deciso l’acquisto dell’intero complesso per renderlo patrimonio comune mi ha fatto gioire. Riordinare e rendere pubblico quel parco è un dono fatto a tutti i Castellani e la villa potrà divenire un contenitore per attività culturali anche rango molto elevato.
(1) Nel periodo dello Stato Libero di Fiume (1920-1924) continuò a essere vigente il diritto ungherese (Fiume infatti era una exclave del Regno di Ungheria fino al 1918) che contemplava il divorzio. Molti italiani (tra cui lo stesso D’Annunzio che dal settembre 1919 al novembre 1920 ne fu il Reggitore) corsero quindi a Fiume per ottenerne la temporanea cittadinanza al fine poi di divorziare. Cfr.: CAPUZZO E.: Dall’Austria all’Italia – aspetti istituzionali e problemi normativi nella storia di una frontiera, Roma, 1996.
(2) Ne sarebbero prova due finestre tamponate presenti nell’ala verso la stazione, una delle quali affacciata sul viale Cairoli.
(3) GADDONI S.: Le chiede della Diocesi di Imola, Vol. I, Imola, 1912, pag. 54.
(4) A tal proposito mio padre, che abitava in stazione, ricordava che il suo cane Ras fu ucciso a morsi da un dobermann degli occupanti tedeschi.
GALLERIA FOTOGRAFICA
(ove non diversamente specificato le fotografie sono di Paolo Grandi e Andrea Soglia)






























































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