Quando c’erano il dazio e la pesa pubblica…

di Paolo Grandi
(con rari documenti dall’Archivio Andrea Soglia)

Ormai è ufficiale e la notizia è apparsa anche sui quotidiani: il Comune di Castel Bolognese, a partire dall’estate, si accinge a continuare il rinnovo dell’arredo urbano già iniziato con la pavimentazione della piazza, nella parte orientale del centro storico tra la via Antolini, l’Ospedale e la via Emilia. Particolare cura sarà dedicata al Piazzale Garibaldi (che spero prima o poi diventi “piazza” a tutti gli effetti, visto che ora di “piazzale” non ha alcunché) con la demolizione della vecchia sede della Pro-Loco, da anni collabente. Ma proprio questa piccola ed apparentemente insignificante costruzione ha una sua storia che merita di essere ricordata.

Il “Dazio” poi “Imposta di Consumo”

“Dove andate?, Che cosa portate? Un Fiorino!” Questa indimenticabile battuta del film “Non ci resta che piangere” con Roberto Benigni e Massimo Troisi ci riporta indietro nel Medioevo, ma quella tipologia di riscossione dell’imposta, si pensi, è rimasta più o meno tale fino al 1974. L’etimologia della parola “dazio” è chiara e discende dal latino datio, declinazione del verbo dare, cioè, in questo caso, pagare, offrire. L’origine dei dazi si perde negli albori dell’Età di Mezzo, quando ripresero i commerci ed i mercati: a quel punto le città, per impinguare il proprio Erario, imposero una gabella sulle merci in arrivo, su quelle in partenza e su quelle in transito. Nulla sfuggiva agli occhiuti dazieri, posti alle porte cittadine, salvo ciò che si riusciva a smerciare fuori dalle città o che entrava in barba ai dazieri (spesso collusi), come le merci dei Contrabbandieri di Castel Bolognese sui mercati da loro frequentati. Più tardi, per favorire il traffico di lungo cabotaggio si evitò la tassa di transito e pertanto le città si chiusero in un recinto daziario, solitamente corrispondente alle mura: le merci in entrata ed in uscita pagavano, quelle in transito dovevano evitare i centri urbani, aggirandoli. Tutti gli Stati pre-unitari italiani avevano i uso i dazi.

Le merci “A. U. Fa.”

Mangiare a ufa, viaggiare a ufa (e non a ufo), sono detti comuni che significano fare qualcosa senza pagare, “a scrocco”; ma anch’essi derivano sempre dal pagar il dazio: infatti vi erano merci che erano esenti dalle gabelle perché destinate alla costruzione di edifici pubblici o di chiese. Queste non passavano dalle porte cittadine, ma da una porta apposita realizzata nelle mura, di solito sprangata, con in vista la scritta “A. U. Fa.” cioè “Ad usum Fabricae” ad uso della fabbrica. Famose quelle di Milano, dove transitavano i blocchi di marmo di Candoglia ed altre merci per la fabbrica del Duomo e quella ancora presente nella mura Vaticane a Roma per il passaggio del necessario per la fabbrica di San Pietro. Anche a Castel Bolognese fu aperta una porta A.U.Fa., nelle vicinanze del torrione, ora scomparso “della Turca” già nel giardino delle scuole Bassi e di lì passarono i mattoni fabbricati nella “Fornace” destinati alla Fabbrica di San Petronio.

Dal riordino post-unitario all’I.V.A.

La prima legge italiana in materia fu la n. 1827 del 3 luglio 1864 che istituiva i dazi e divideva i Comuni in «chiusi» o «aperti». Nei comuni «chiusi», il dazio veniva riscosso all’ingresso del territorio comunale, mentre in quelli «aperti» e nelle porzioni dei comuni «chiusi» al di fuori della cinta daziaria, il dazio si percepiva sulla vendita al minuto.
L’esazione dei dazi era effettuata anche qui a Castel Bolognese mediante speciali uffici e con un corpo di impiegati e salariati disciplinati, oltre che dalle leggi in vigore, dai regolamenti comunali. Il personale si divideva in quello «di banco» e in quello «di strada». Componevano il primo i ricevitori, ai quali era affidata la riscossione dei dazi e la tenuta dei registri d’amministrazione; nel secondo gruppo erano compresi i venditori (aventi il compito di avvertire il pubblico che attraversava le barriere daziarie del dovere di pagare il dazio e di chiedere a tutti se portavano con sé oggetti e generi ad esso soggetti) e i volanti (che svolgevano il servizio di accompagnamento dagli uffici del dazio ove erano consentiti i transiti). Il personale di controllo si componeva del capo-controllo, dei «controlli» e di un determinato numero di guardie daziarie.
Con Regio Decreto 14 settembre 1931 n. 1175 vennero aboliti i dazi e fu istituita l’Imposta di Consumo, che colpiva i seguenti generi: bevande vinose ed alcoliche, carni, pesci, dolciumi e cioccolato, formaggi e latticini, profumerie e saponi fini, gas, energia elettrica, materiali per costruzioni edilizie, mobili e pelliccerie. Tariffe e regolamenti venivano emanati dal Podestà e, in epoca repubblicana, dal Sindaco previa approvazione della Giunta Comunale. Il gettito finiva per la maggior parte nella casse comunali. Per differenziare i comuni e le tariffe furono istituite nove classi (poi ridotte a cinque) in base all’importanza demografica: A per i comuni con popolazione superiore ai 500.000 abitanti; B per quelli non superiori ai 500.000 abitanti; C per quelli non superiori ai 200.000; D per quelli non superiori ai 100.000; E per quelli non superiori ai 60.000; F per quelli non superiori ai 30.000; G per quelli non superiori ai 15.000; H per quelli non superiori ai 10.000; I per quelli con meno di 5.000 abitanti. La riscossione avveniva con le stesse modalità con le quali in precedenza si riscuoteva il Dazio e durò per oltre quarant’anni.
Con il D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633 e il D. L. 30 agosto 1993 n. 331 l’Italia aderì finalmente alla Direttiva Europea del 1968 adottando l’Imposta sul Valore Aggiunto (I.V.A.) e di contro pensionando l’Imposta di Consumo, la sua anacronistica esazione ed altre imposte indirette non compatibili con la nuova normativa. La nuova imposta prese il via dal 1 gennaio 1974.

La pesa pubblica e l’Ufficio del Dazio (o delle Imposte di consumo) a Castel Bolognese

Anteguerra, le mura facevano da cinta daziaria cittadina e la gabella era riscossa nel medesimo punto di Piazzale Garibaldi (allora Via Roma); l’edificio purtroppo, come ricordava Gino Pini, fu colpito in un bombardamento e venne distrutto, lui, che era lì vicino in quel momento, scappò e si salvò.
Nel dopoguerra in Piazzale Garibaldi, disposto certo diversamente da ora (i lavori di sistemazione attuale risalgono al 1991) insistevano l’Ospedale, la casa natale di Ferlini, il mulino di Giovannini, il negozio di Celso Cantagalli ed un meccanico di biciclette e, al di là della Via Emilia, la casa di Luigi Dall’Oppio (Gigett), fabbro, posta nel bel mezzo di Viale Umberto I (1), vittima dello sventramento del 1965 che abbatté anche una parte delle mura per innalzare il palazzo già Hotel Elvino. Proprio davanti alla parte di Via Piancastelli che rasenta l’attuale Farmacia ed allora il meccanico e Cantagalli stava la pesa pubblica col relativo ufficio per l’esazione dell’Imposta di Consumo.
La pesa pubblica era un meccanismo di grande precisione. Al vederla sembrava un pezzo di strada formato da una lastra di acciaio rigato perfettamente in piano. Vi saliva sopra un camion di qualche tonnellata e lo si pesava. Poi, consegnato anche solo un barattolo da 10 kg, quando vi saliva sopra di nuovo, dava peso aggiornato e preciso al chilogrammo. Essa era indispensabile quando il dazio si pagava a peso perché stabiliva in modo ufficiale il netto dedotto della tara. Anche i privati la utilizzavano quando dovevano vendere un carro di fieno o di legna o un carico di pietre, ecc. ed era usata anche dalla Polizia Stradale che vi pesava gli autocarri per verificare se portassero dei sovraccarichi, sanzionati dal Codice della Strada. E Pasquale Marezzi ricorda ancora, dopo oltre 60 anni, una speciale lezione sul campo della sua maestra Maria Camerini Patuelli: accompagnata la scolaresca alla pesa, tutti i bambini furono fatti salire sulla lastra di acciaio e l’addetto consegnò alla maestra il cartellino della pesata. Tornati in classe, dividendo il risultato per il numero dei bambini, fu così spiegato in modo indelebile il peso medio.
La perfezione del meccanismo era tale da restituire il peso con alta precisione. Le pese pubbliche, in più, avevano la possibilità di stampare il risultato inserendo un cartoncino dove veniva impressa a rilievo la data e il peso che acquisivano un carattere ufficiale e non contestabile. Dentro il piccolo edificio di Piazzale Garibaldi stava anche l’esattore dell’Imposta di Consumo, occhiuto e severo (…anche perché riscuoteva un aggio sull’esatto) al quale poco o nulla sfuggiva. Ricordo che mio padre e mio nonno Pasquale Zannoni, che commerciava nel vino menzionavano un severissimo esattore con un cognome non certo rassicurante: Morten!
Il piccolo edificio si componeva di una sola stanza ove c’era lo strumento della pesa, preceduta da un piccolo vestibolo e con, nel retro, un angusto archivio. Verso la fine degli anni ’60 l’edificio prese le dimensioni attuali, aggiungendovi un bagno per il benessere degli impiegati e con l’occasione fu allargato l’ufficio. Artefice dell’addizione fu Mario Martelli – Capuzòl. L’ufficio rimase attivo fino al 31 dicembre 1973, dopodiché per un quindicennio circa si usò ancora la pesa pubblica che infine fu spostata in via Canale, davanti all’isola ecologica ove si trova tuttora. La pesa pubblica fu smontata e la relativa buca di contenimento venne riempita. Successivamente, verso la fine degli anni ’80 del secolo scorso, il piccolo edificio diventò la sede della Pro Loco. Tuttavia, forse per via del mal riempimento della buca della pesa, la costruzione iniziò a dare segnali di cedimento, anche nella parte costruita successivamente. Solo il muro del retro, insistendo sulle mura cittadine, non ha mai ceduto. Oggi la vecchia pesa si trova in uno stato collabente ed è rischioso anche entrarvi; essendo antieconomico ripararla, con i prossimi lavori verrà abbattuta.
Così, per non lasciare che si dimentichi un pezzo di storia (…anche se pagare le tasse a non tutti piace…) ho pensato di comporre questo breve scritto.

NOTE:
(1) Questa antica casa, certamente malmessa ed ingombrante al centro di un incrocio, era la casa del guardiano di Porta del Mulino. Con poco rispetto della storia fu abbattuta, come peraltro le vicine mura, per far posto all’attuale sistemazione di quei luoghi.

Bibliografia di base relativa alle imposte:
https://www.sba.unifi.it/p582.html#
https://digilander.libero.it/nabob/Storia/T8.HTML
https://accogliamoleidee.wordpress.com/2016/09/10/il-dazio-e-la-pesa/

Documenti storici sul dazio e la pesa di Castel Bolognese (dall’Archivio Andrea Soglia)

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